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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

PENATI, DE LUCA E LE REGOLE DEM A SINGHIOZZO

Da un quarto di secolo, ormai, lo scontro tra giustizialismo e garantismo poggia su due pilastri estremi, in totale opposizione. Da un lato l’automatismo avviso di garanzia uguale sospensione o dimissioni. Dall’altro il vessillo della presunzione d’innocenza fino all’ultimo grado dietro cui nascondere persino chi viene beccato in flagranza di reato. Affidarsi così alla magistratura, inquirente o giudicante, significa annullare l’autonomia non solo della politica, ma anche dei media e più in generale dell’opinione pubblica.
Questo, però, allo stesso tempo aumenta le responsabilità della politica di fronte alla questione morale. La svolta grillina è un coraggioso tentativo – per certi versi in antitesi ad alcune dichiarazioni più o meno recenti di esponenti di punta del M5s – per ritagliare questo spazio di autonomia con norme interne di comportamento, tentando di distinguere, per esempio, se un avviso di garanzia arriva per un esposto degli avversari politici oppure per un’inchiesta giudiziaria sul malaffare nella cosa pubblica.
Non caso, dagli anni Novanta a oggi, dall’esplosione cioè di Tangentopoli, c’è solo un importante precedente alla decisione grillina, in materia di autoregolamentazione su avvisi e indagini. Perdipiù stilato meno di dieci anni fa, in notevole ritardo. Ossia il Codice etico del Partito democratico, approvato nel febbraio del 2008. All’articolo 3 si stabilisce che “ciascun dirigente, ogni componente di governo a tutti i livelli, le elette e gli eletti nelle liste del Pd si impegnano a comunicare” le situazioni “personali” che possono danneggiare o condizionare il partito, compresa “l’esistenza di un procedimento penale”.
Regole che diventano più specifiche nell’articolo 5 intitolato “Condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni”. Cioè: la condizione di imputato o di arrestato (purché l’ordinanza non sia stata annullata) nonché condanne anche non definitive per mafia, corruzione, omicidio colposo per inosservanza delle norme sulla sicurezza del lavoro e vari altri reati. Ma non tutto viene disciplinato.
Emblematico il caso di Filippo Penati, ex braccio destro di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano, per tutte le riflessioni che comporta. Indagato per corruzione e concussione nel 2011, lui si autosospende e la decisione viene ratificata dalla commissione nazionale di garanzia del Pd, cui è demandata l’attuazione del Codice etico. Fin qui il comportamento. Poi c’è la fine della vicenda giudiziaria: Penati si salva per la sopraggiunta prescrizione, per il resto viene assolto ma i magistrati scrivo di situazioni “vischiose e inopportune” che attengono “più all’etica e non al penalmente rilevante”. Ecco. Ecco il punto che frantuma la strumentale contrapposizione tra giustizialismo e garantismo entrambi “dipendenti” dall’azione dei magistrati. Etica e penale non sono sempre sovrapponibili.
Altro esempio altrettanto fulgido e più recente: il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Il Fatto ha scoperto il suo audio sulle fritture di pesce per il voto di scambio al referendum istituzionale, un’apologia da manuale del clientelismo made in Pd. I magistrati napoletani hanno deciso di indagare per voto di scambio. Ora, a prescindere dall’esito dell’inchiesta, gli elettori del Pd e in generale i cittadini campani possono aver già maturato il loro giudizio critico, se non inorridito, sui modi di far politica di De Luca, tra l’altro in piena violazione del Codice etico dem. Basterà, quindi, un proscioglimento o un’assoluzione a far cancellare o dimenticare quei venti indimenticabili minuti del monologo deluchiano?