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 2017  gennaio 02 Lunedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - L’ISIS HA RIVENDICATO L’ATTENTATO DI ISTANBUL


REPUBBLICA.IT
STANBUL - Dopo oltre 30 ore, l’Isis ha rivendicato l’attentato di Istanbul di capodanno. L’attentatore - che ha fatto fuoco nel locale Reina, uccidendo 39 persone (le vittime) - "un eroico soldato del califfato", si legge nella rivendicazione, ha colpito "il più famoso nightclub dove i cristiani stavano celebrando la loro festa apostatica". E attacca la Turchia "serva dei crociati".

I jihadisti uiguri - Che l’attacco fosse legato all’Isis lo avevano già ipotizzato le forze di sicurezza turche; ora i passi avanti nell’identificazione del terrorista stanno confermando la pista jihadista, anche se legata a un fenomeno specifico: le immagini del volto e dell’aspetto riprese dai video e le testimonianze hanno infatti spostato tutta l’attenzione su un uomo di 25 anni che sarebbe originario dello Xinjiang cinese e membro della minoranza uigura. "Gli inquirenti ne avrebbero accertato la nazionalità", ha affermato il canale televisivo ’CnnTurk’, e il quotidiano ’Haberturk’ afferma nell’edizione online che l’uomo sarebbe originario non delle Repubbliche ex sovietiche dell’Uzbekistan o del Kirghizistan, come riferito in un primo momento, ma proprio della regione autonoma della Cina nord-occidentale già nota come Turkestan Orientale e abitata dagli uiguri, etnia di fede musulmana e che parla una lingua simile al turco. Centinaia di jihadisti uiguri negli ultimi anni si sarebbero spostati a combattere in Siria, prima nelle fila di al-Nusra e poi con Isis. Cosa che darebbe solidità alla pista del movente legato all’intervento turco in Siria. Il vicepremier Numas Kurtulmus ha confermato che le autorità sono vicine all’identificazione del terrorista, dopo aver raccolto sul luogo dell’attacco le sue impronte digitali e aver definito un identikit di base.

Il percorso in taxi verso il Reina - La ricostruzione della polizia è stata resa possibile soprattutto dall’esame delle riprese di varie telecamere di sorveglianza confrontate con altre registrate a un posto di controllo dove il giovane era transitato in precedenza. L’attentatore avrebbe preso un taxi nel quartiere di Zeytinburnu, nella parte sud del versante europeo della città, e si sarebbe fatto portare in quello di Ortakoy, più a est, dove è situata la discoteca ’Reina’ teatro dell’eccidio, costato almeno 39 morti accertati, compresi 27 stranieri, e 69 feriti. Sarebbe sceso però a una certa distanza dalla meta, a quanto sembra per il traffico troppo intenso che stava rallentando l’andatura della vettura, e avrebbe completato il tragitto a piedi, impiegando circa quattro minuti.
Istanbul, il volto del presunto attentatore ripreso da telecamere di sorveglianza
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La ricostruzione dell’attacco dai video delle telecamere - L’attacco è stato ricostruito sempre dai video fino al momento in cui il terrorista si cambia nelle cucine della discoteca. La prima immagine risale all’1,20 del primo gennaio ora locale, le 23,20 in Italia, e ritrae l’attentatore mentre cammina a passo spedito verso l’ingresso del club. Sta già sparando: si vedono una persona crollare al suolo, poi lui che apre il fuoco contro i buttafuori, disarmati. La registrazione successiva è di tre minuti dopo, e lo immortala ormai all’interno, dove non si vede nessun altro in piedi.

Spara e cambia 6 caricatori - Il giornale ’Hurriyet’ riferisce che l’attentatore indossava "una camicia verde, pantaloni scuri e scarpe nere", brandiva "un’arma a canna lunga" e mirava "alla parte superiore del corpo" delle vittime. All’inizio è salito al primo piano, da dove ha cominciato a colpire chi stava sotto. Quindi è sceso al pianterreno e qui avrebbe sparato alla testa molti tra i presenti che si erano sdraiati a terra nel tentativo di evitare i colpi. Dal modo metodico, dalla precisione e dalla freddezza con cui ha agito, gli esperti hanno tratto la convinzione che si tratti di un killer addestrato professionalmente e con esperienza militare sul campo. Nel complesso ha cambiato sei volte caricatore e ha esploso centottanta colpi.

Il cambio di abiti in cucina, la fuga nel caos - Non si sa quanto a lungo l’uomo si sia trattenuto dentro al ’Reina’, ma prima di fuggire, il terrorista avrebbe raggiunto la cucina nella quale sarebbe rimasto per tredici minuti, durante i quali avrebbe ripulito l’arma, che peraltro a detta di fonti investigative riservate avrebbe lasciato sul posto, si sarebbe levato il cappotto, anch’esso poi abbandonato con 500 lire turche (pari a quasi 135 euro, ndr) in una tasca, e si sarebbe cambiato. Infine si sarebbe allontanato approfittando del caos e del panico collettivo. All’esterno avrebbe fermato un taxi, ma dopo poche centinaia di metri avrebbe chiesto al conducente di fermarsi, sostenendo di non avere il denaro necessario per pagare la corsa. Infine, sarebbe sparito.

Il ministero dell’Interno di Ankara in mattinata aveva già dichiarato che le immagini del presunto killer pubblicate da tutti i media turchi e mondiali non erano dell’attentatore. Più tardi ha dato notizia del fermo di 147 presunti militanti dell’Isis nel corso dell’ultima settimana, dei quali 25 sono stati arrestati. Otto persone sarebbero state fermate perché sospettate di essere coinvolte nell’attentato.

Alcuni media turchi hanno ipotizzato poi un collegamento diretto tra l’autore della strage e la cellula terroristica che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, causando 47 morti. L’azione contro lo scalo era stata infatti condotta da tre membri di un gruppo jihadista provenienti da Russia e Asia centrale con il coinvolgimento di complici locali.

La ricostruzione dell’attacco ha avuto conferme dalle autopsie: alcune delle vittime sono morte infatti per colpi esplosi a distanza ravvicinata. Il killer, ha spiegato a CnnTürk anche l’esperto di terrorismo Abdullah Agar, ha agito in modo "estremamente professionale" e dal suo modo di camminare asimmetrico sembra che in passato possa aver riportato lezioni alla gamba destra. In base alle testimonianze raccolte, sembra ormai certo che parlasse arabo.

L’ANALISI La Turchia e i nuovi nemici di Erdogan di BERNARDO VALLI
Istanbul, l’attentatore spara con un kalashnikov nel locale
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In un articolo di fondo del quotidiano Hurriyet, Abdulkadir Selvi scrive che la Turchia ha ricevuto il 30 dicembre infomazioni di intelligence dagli Usa in merito a possibili attacchi a Istanbul o ad Ankara nella notte di Capodanno, ma senza alcuna segnalazione di particolari obiettivi. Secondo quanto riferito dalla Cnn Turk, che cita fonti dei servizi segreti, le segnalazioni di possibili attacchi avevano scatenato una serie di blitz della polizia e delle forze speciali, tra il 28 e il 31 dicembre.

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Lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato di Capodanno a Istanbul, e si pensa che l’uomo che ha ucciso 39 persone sparando tra la folla della discoteca Reina sia un uzbeko: ancora una volta l’IS colpisce in Turchia con uno schema politico. Come quando la scorsa estate colpiva i curdi, tornati dopo anni di relativa pace tra i target dello Stato centrale: obiettivi che hanno lo scopo di aumentare le tensioni sociali. Ora la Turchia vive una fase di confusione: fino a pochi mesi fa le ambizioni neo-ottomane della politica estera del presidente Recep Tayyp Erdogan partivano dal rovesciare il regime di Damasco dell’odiato (ex amico) Bashar el Assad. Ora Ankara ha siglato una tregua con Mosca, iniziata in fase beta su Aleppo, dove ha imposto la resa ai ribelli, permettendo la riconquista governativa della città, tradendo i combattenti che fino a pochi mesi prima aveva finanziato (l’assassinio che pochi giorni prima di Natale ha ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara ha gridato “non dimenticheremo Aleppo”). E la fase successiva della tregua prevede la soluzione politica della crisi, per la quale i turchi hanno accettato la permanenza temporanea al potere di Assad. La rivendicazione del Califfo, arrivata attraverso i media outlet ufficiali, è un’aperta dichiarazione di guerra che sfrutta il disorientamento per questo cambio di rotta improvviso per aumentare caos e tensioni nel paese.

LA RICHIESTA DI APPOGGIO NEGATA DAGLI AMERICANI

Russia e Turchia, un anno fa nemiche quasi in guerra al nord di Aleppo, sono ora l’asse che spinge le dinamiche in Medio Oriente partendo dalla Siria, con gli americani assenti, gli iraniani allineati, i sauditi impantanati nel Vietnam yemenita e Israele opportunistico player. Dal 29 dicembre questa partnership diplomatica ha avuto un ulteriore step sul lato dell’operatività militare. Aerei russi hanno dato sostegno all’operazione Scudo che la Turchia ha avviato in Siria il 24 agosto, sotto lasciapassare russo, per combattere contemporaneamente Isis e curdi. L’abbinamento delle forze aeree mandate da Mosca alla missione turca è un dettaglio operativo che nasconde dietro una traccia politica che arriva fino all’attentatore uzbeko e ai ceceni che colpirono a giugno l’aeroporto Ataturk. Fin da quando l’operazione turca in Siria è iniziata, Ankara si è lamentata dello scarso sostegno fornito da Washington, alleato storico – la situazione è simile a ciò che è successo a luglio, quando Washington non si espose subito a sostegno di Ankara per la vicenda del golpe aprendo a una crisi nei rapporti culminata nei giorni scorsi, con le accuse di collusione con l’IS lanciate da Erdogan contro gli Stati Uniti. La Turchia è il secondo più grosso esercito della Nato e si aspettava una mano nelle attività di liberazione dall’IS da parte di americani e europei. Ma questo aiuto è sempre latitato: pare ci siano una quarantina di uomini delle forze speciali statunitense che fanno da advisor militari ai comandanti della Mezzaluna, ma nulla di più. Perché invece gli Stati Uniti hanno messo il grosso delle proprie forze (e dei propri sforzi, anche diplomatici) sulla stessa latitudine ma più a est, dove almeno 600 uomini delle Special Unit americane stanno guidando più di 50mila combattenti di un raggruppamento di milizie curdo-arabe verso la roccaforte califfale di Raqqa. La Turchia detesta questo progetto militare statunitense, perché è troppo inclusivo nei confronti dei curdi siriani (sarebbero circa i tre quarti dei combattenti), che Ankara considera nemici perché alleati del Pkk, e che sono il secondo obiettivo della missione Scudo – forse il primo in termini di impegno.

MOSCA-ANKARA, L’INTESA PROCEDE

Ora l’apertura dell’asse operativo con Mosca anche dal punto di vista militare dimostra che l’intesa ha una proiezione (dove la Russia ha un peso maggiore). Nelle stesse ore in cui l’attentatore entrava al Reina, l’ultima riunione dell’anno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvava in extremis una risoluzione di sostegno all’intesa turco-russa per la pace in Siria. Ossia, le Nazioni Unite cercavano di mettere il cappello in un accordo al quale non solo non hanno partecipato, ma per il quale il delegato per il conflitto, Staffan de Mistura, dopo anni di talks e riunioni, non risultava nemmeno nella lista di coloro a cui era stato notificato il documento.

LE PREOCCUPAZIONI EUROPEE

Da anni, fin dai primi periodi della costituzione dello schema negoziale Friends of Syria, la Turchia ha chiesto il permesso di avviare un’operazione simile a quella in corso su Al Bab (s’intende sul lato militare, con mire politiche orientate ai tempi alla sostituzione di Assad), ma soprattutto i delegati europei ai tavoli negoziali si sono messi di traverso. Mosca, tre mesi fa, ha invece concesso il permesso dall’alto del controllo esercitato sulla situazione siriana e Ankara ha accettato di modificare i propri piani, perché l’obiettivo è cambiato: non più Assad, ma curdi e Stato islamico. Il governo turco, tutto insieme, in poche settimane, ha completamente cambiato linea su Damasco condivisa con l’UE e gli Usa, ha praticamente mollato il sostegno fornito per anni ai ribelli mantenendo in piedi l’appoggio soltanto a coloro che aiutano nella Scudo, e accettato una via di risoluzione della crisi che include il mantenimento al potere del rais Bashar el Assad per tutta la fase di transizione. Elementi che peggiorano la già instabile situazione interna, e aumentano le preoccupazioni per l’atteggiamento ambiguo e altalenante tenuto dalla Turchia, dove le mosse di Erdogan sono troppo facilmente frutto di un’agenda personale e poco inquadrate nelle dinamiche regionali, su cui invece l’Occidente vorrebbe la Mezzaluna più allineata – le preoccupazioni arrivano da prima, dal sostegno troppo poco filtrato all’opposizione siriana, tutta, pur di rovesciare il regime, anche se ai tempi l’Occidente chiudeva un occhio pur di non sporcarsi le mani; proseguono adesso con l’allineamento funzionale con la Russia per combattere più liberamente i curdi. Le condoglianze della Cancelliera tedesca Angela Merkel e del suo ministro degli Esteri, per esempio, non sono soltanto legate alla grande presenza etnica turca in Germania, ma sono frutto di una sentita e reale preoccupazione e paradigma di una situazione in cui gli stati europei hanno perso la bussola davanti a quella che viene definita la mediorientalizzazione della Turchia, alleato fondamentale nella regione. Il leader europei guardano con ansia alle mosse di Erdogan, porgono commiati interessati, cercano spazi di dialogo, perché una delle poche carte in mano al presidente turco resta l’accordo sui migranti chiuso con Bruxelles. Si parla che molti foreign fighters siano già tornati nei loro paesi di origine europei da cui erano partiti per unirsi al jihad califfale. Si chiama terrorismo di ritorno il grande nemico che l’UE si troverà a combattere, centinaia di potenziali attentatori, che potrebbero trasformarsi nei prossimi Mehdi Nemmouchi o Mohammed Merah, autori già due anni fa di stragi a Bruxelles e Tolosa una volta rientrati, addestrati, dalla Siria. Per contrastarlo occorre un filtro d’imbocco: in Turchia, appunto.

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Lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato di Istanbul della notte di Capodanno: “In prosecuzione delle operazioni benedette che l’ISIS svolge contro il protettore della Croce, la Turchia, un coraggioso soldato del califfato ha attaccato uno dei locali notturni più popolari mentre i cristiani festeggiavano le loro vacanze”, si legge nel testo diffuso via Twitter con uno statement ufficiale del Califfato. È la prima volta che questo avviene con obiettivo dichiarato la Turchia, se si considera che un attentato rivendicato a novembre a Diyarbakir (sud turco) aveva avuto come target i curdi e soprattutto era stato rivendicato dalla sedicente agenzia stampa Amaq News.
Ancora: “Il governo apostata della Turchia dovrebbe sapere che per il sangue dei musulmani che vengono uccisi da aerei e artiglieria turchi sarà dato fuoco all’interno del loro paese”. Il riferimento va all’operazione turca Scudo dell’Eufrate, con cui Ankara ha avviato una campagna di ripulitura del confine curdo-siriano dalla presenza dello Stato islamico. In questo momento la battaglia si è concentrata intorno ad Al Bab, una delle roccaforti siriane del Califfato: i turchi, che nelle operazioni si stanno appoggiando ad alcune fazioni ribelli amiche, stanno incontrando difficoltà. E come sempre accade nella guerra all’IS, il fronte si sdoppia: alla guerra convenzionale contro la realtà statuale del Califfato, si somma il contrasto asimmetrico alla componente terroristica del gruppo.

Secondo la ultime, poche, informazioni diffuse dalla polizia turca, sarebbe un uzbeko l’attentatore che a Capodanno ha colpito nella discoteca Reina di Istanbul sparando sulla folla e uccidendo 39 persone. Le autorità di Ankara sarebbero arrivate a lui attraverso ai collegamenti con una cellula dello Stato islamico composta da uomini dell’Asia Centrale che hanno già in passato colpito il paese all’aeroporto Ataturk di Istanbul. Era la fine di giugno, i terroristi con l’azione riuscirono ad offuscare l’appena avviato processo di riavvicinamento tra Russia e Turchia: ora, a distanza di sei mesi, un’altra azione terroristica scandisce un altro passaggio importante nelle rinnovate relazioni Mosca-Ankara. I due paesi hanno infatti firmato insieme un cessate il fuoco che ha messo in tregua i fronti interni del conflitto siriano, posto le basi per una road map del processo di pacificazione politica, e lasciato aperta la lotta allo Stato islamico. Una lotta che inizia a procedere anche in coordinamento: dopo alcuni annunci turchi della scorsa settimana, poi smentiti dal governo di Mosca, è stato il media statale Sputnik a parlare di bombardamenti russi che hanno fatto da copertura aerea all’Operazione Scudo turca su Al Bab – dove un mix tra soldati regolari e paramilitari raccolti tra ribelli siriani sta conducendo una campagna di terra contro l’Isis al nord siriano. A questa iniziativa, avviata ufficialmente il 24 agosto, lo Stato islamico risponde lanciando in Turchia attentatori che provengono da aree di influenza russa.

L’azione di Capodanno è significativa anche perché ha colpito uno dei simboli della Turchia secolarizzata e occidentalizzata, e lo ha fatto durante un evento di festa, laica e globale. Un obiettivo perfetto per i baghdadisti, che colpiscono insieme la sicurezza interna in Turchia, fiaccata dalle purghe post-golpe, e la sua proiezione nel mondo (e una delle sue più importanti risorse: il turismo): allo stesso tempo sotto il fuoco del mitra dell’attentatore cadono musulmani che hanno “osato” festeggiare un evento “impuro”, e questa è come una sottolineatura ulteriore contro le politiche del presidente Recep Tayyp Erdogan, che ha cercato di costruirsi ed accreditarsi come riferimento dell’Islam sunnita e quello delle primavere rivoluzionarie della Fratellanza, ma per la visione fanatica del Califfo lo ha fatto stringendo troppe mani in Occidente e figurarsi ora che gli accordi con la Russia significano porsi su una asse inclinato verso lo sciismo; ciliegina sulla torta, il maggior numero di vittime straniere è di origine saudita, figli dei Suad che ballavano in un discoteca in Turchia, miele per la predicazione califfale, che mette insieme i due più odiati nemici, simboli per i baghdadisti di un Islam violentato dall’Occidente. Le tensioni create dal contrasto alle attività dell’IS si sommano inoltre a un substrato critico interno. Segnala la giornalista esperta di Turchia Marta Ottaviani che da settimane i sermoni dei predicatori turchi invitano a boicottare il Capodanno perché festa impura: venerdì, il giorno prima dell’attentato, la Diyanet (l’istituzione statale per gli affari religiosi) si era esposta sul tema, parlando del Capodanno come evento non musulmano.

Un clima estremizzato in cui si sovrappone il contesto sociale radicalizzato con le rivendicazioni politico-ideologiche contro le azioni del governo turco. In una situazione del genere, con l’enorme radicazione dei network jihadisti per il paese (sfruttato dai gruppi, non solo l’IS, per i traffici di rifornimenti e uomini), è relativamente facile muoversi e trovare appoggio per un terrorista che intende passare all’azione.

L’ACCORDO RUSSO-TURCO
È stato il presidente russo Vladimir Putin a confermare direttamente, ne parla l’agenzia statale Tass, che dalla mezzanotte tra giovedì e venerdì (le 23 in Italia) inizierà in Siria una nuova “fragile” tregua che si estenderà su tutto il territorio nazionale. La notizia era stata anticipata mercoledì dall’agenzia stampa turca Anadolu: sarà la Turchia infatti a far da garante per rispettare i termini di cessate il fuoco sottoscritti da parte dei ribelli, mentre il governo russo sarà il cane da guardia del regime (insieme all’Iran). Questo schema è per certi versi una garanzia, perché se dovessero esserci violazioni sia i ribelli che il governo potrebbero subire ritorsioni dai propri partner principali e rischiare un sorta di isolamento (economico, militare, politico e diplomatico). Resta comunque da verificarne l’efficacia, e il New York Times fa già notare che non è ben chiaro chi abbia firmato per nome dei ribelli. È previsto che restino aperti alcuni fronti contro gruppi considerati entità terroristiche — sarà messo in tregua però quello di Eastern Ghouta, sobborgo di Damasco che da anni i governativi cercano di strappare ai ribelli, e che precedentemente sembrava dovesse esserne escluso comunque.

Tre i termini principali del documento di tregua firmato da opposizioni e regime: il cessate il fuoco tout court, il pacchetto di misure per gestire questa tregua, e una dichiarazione di disponibilità ad avviare i colloqui di pace per la stabilizzazione della Siria. Quest’ultimo aspetto è molto interessante, perché significa che la pace attuale aprirà a una road map, che secondo il protocollo di intesa dovrebbe partire a metà gennaio con dei negoziati che avranno sede ad Astana, in Kazakistan. All’inizio parteciperanno soltanto Turchia, Russia e Siria – ma è probabile la presenza dell’Egitto –, poi verranno incluse anche Arabia Saudita, Iraq e Giordania, anche se sulla partecipazione dei sauditi Teheran ha alzato riserve (pesano i contrasti confessionali tra le due più grandi potenze mediorientali, e le posizioni dure di Riad contro Damasco). Per il momento ne resteranno fuori gli Stati Uniti (e l’Europa e l’Onu), ma Mosca ha annunciato che Washington potrà prenderne parte non appena il nuovo presidente Donald Trump si sarà insediato.

Putin ha anche annunciato che il cessate il fuoco e il successivo percorso politico di rappacificazione comporterà la riduzione dell’impegno militare russo in Siria. Mercoledì la Reuters ha pubblicato una notizia ricevuta da una fonte che ha avuto modo di vedere il piano in discussione tra Turchia, Russia e Iran per il futuro siriano, che prevede la divisione dello stato in aree di influenza (mantenendo aperto lo scontro con lo Stato islamico e con altri gruppi considerati terroristici).
29/12/2016

L’approfondimento di Emanuele Rossi
L’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara è ancora un dossier aperto. Il colpevole è morto, terminato dal raid delle forze speciali, e con la sua vita se ne sono andati anche i segreti che l’uomo portava con sé. Non emergono finora linee attendibili. Si parla per esempio di fantomatiche rivendicazioni da parte dell’ex Jabhat al Nusra, ora diventata Fateh al Sham e uscita dalla galassia qaedista a cui apparteneva come hotspot siriano della Base: “Fantomatiche” non perché impossibili, ma semplicemente perché è già due volte in pochi giorni che vengono tirate in ballo con seguenti smentite del gruppo – che pure resta in cima alla lista degli indiziati, non fosse altro per le frasi sparate dall’attentatore, riferimenti a versetti jihadisti e ad Aleppo, dove il gruppo era forte prima della sconfitta di queste settimane. Poi circolano le voci diffuse dai media di Ankara (ormai è difficile dire quale non segua la linea imposta dal governo, vessati anche i giornali dalle continue purghe presidenziali post-golpe): fantasiose costruzioni sullo zampino della Cia, che ha voluto minare il rinnovamento dell’intesa russo-turca; meno fantasiose ricostruzioni sul passato dell’attentatore, amico dei gulenisti di Fetö, entità guidata da Fetullah Gulen, nemico pubblica numero uno, a capo di un gruppo dichiarato terroristico ma che fino a pochi anni fa era uno dei centri di potere che ha aiutato l’ascesa di Recep Tayyp Erdogan.

Escluso l’aspetto interno (qui recenti analisi di Marta Ottaviani), spesso in Turchia vale la pena di concentrare il focus su certe scabrose, nuove relazioni estere che possono star dietro all’attentato come paradigma del futuro turco (e regionale). Ankara si è posta negli ultimi mesi su una linea di intesa, feeling, con la Russia: un rapporto di forza sbilanciato a favore di Mosca, ma su cui ruotano interessi che via via stanno diventando imprescindibili per entrambi. Terzo pezzo di questo gruppo di lavoro è l’Iran, che c’è perché tutto nasce attorno alla crisi siriana – per poi espandersi su interessi geopolitici, geoeconomici e geostrategici di più ampio giro, perché in fondo dei siriani in sé interessa poco o niente a chiunque. E quando si parla di Siria, Teheran ha un ruolo, perché sono sui gli uomini che muoiono sul campo; non sono tutti iraniani, anzi, arrivano per lo più dalle milizie sciite irachene, libanesi, afghane, ma sono emanazione diretta del pensiero politico-ideologico degli ayatollah, un piano strategico regionale se vogliamo. Quelle milizie sono il vettore regionalizzato della politica delle Repubblica islamica.

Martedì, il giorno dopo l’assassinio dell’ambasciatore russo, il terzetto s’è riunito a Mosca e ha deciso un percorso comune sulla Siria (nota: questo genere di incontro fino a un anno fa sarebbe stato impossibile se non a mano armata, e qui s’è provato a spiegare perché, facendo un po’ di storia: sintesi, lo scorso anno di questi tempi Russia e Turchia erano ai ferri cortissimi). Il New York Times ha scritto che il vertice a tre ha messo “on the sidelines” gli Stati Uniti, che non sono stati invitati. È un’eccezione: di solito le trame internazionali si muovono sotto controllo americano. Stavolta non (o non più?). Ma il ministro degli Esteri russo ha avuto la cortesia di passare all’omologo americano le linee guida di un documento cofirmato con gli altri due partner (definirli alleati in effetti è troppo), suggerendo che loro non avrebbero fatto opposizione ad altre firme: ossia, Mosca ha proposto a Washington un documento per la pace in Siria sul quale Washington non ha nemmeno messo bocca, dicendogli qualcosa tipo “la situazione è questa, abbiamo deciso così, se ti va stacci altrimenti ciao” – per gli amanti dei tableau, nemmeno le Nazioni Unite erano state invitate al tavolo, ma la Russia ha fatto sapere che le decisioni prese contemplano la risoluzione approvata in sede Onu che prevedeva l’invio di funzionari a monitorare la situazione ad Aleppo, solo che la vicenda di Aleppo ormai è chiusa (con la vittoria del regime). Intanto però ha mandato la polizia militare a controllare la situazione ad Aleppo: e così saranno i gendarmi russi a controllare i controllori dell’Onu. Per chi ama il pettegolezzo, invece: il ministro degli Esteri russo, il potentissimo Sergei Lavrov, ha detto ai giornalisti presenti martedì al summit che lavorare con la Turchia per l’evacuazione di Aleppo è stato molto meglio degli “infruttuosi ritrovi con gli Stati Uniti”, si riferiva ai celebri talks di Ginevra, che in effetti vanno avanti con stanchezza da anni (nota: la Russia li vuole spostare in Kazakistan, cosa che chi ama la comicità non potrà non apprezzare, perché significa spostare i colloqui per trovare una pace che vedrebbe la rimodulazione delle pressioni di un rais, pena la continuazione di un’atroce guerra, in casa di un presidente che ha il potere egemonico da 26 anni).

A distanza di cinque anni dal “must go!” che Barack Obama aveva rivolto a Bashar el Assad, ora le forze governative hanno preso Aleppo senza che la Turchia a nord – e la Giordania a sud, altra alleata americana ma in feeling operativo con la Russia – muovesse un dito, anzi lo hanno fatto col beneplacito di Ankara, ricambiandolo con la libertà di azione contro i curdi. Al tavolo in cui si discute concretamente il futuro siriano mancano rappresentanti occidentali, ed è pacifico che nel futuro immediato il presidente Assad resterà al suo posto – nonostante Erdogan lo detesti, Vladimir Putin lo consideri fritto ormai da un paio d’anni, e gli ayatollah di Qom lo vedano come una mammoletta laica. Nell’immediato non c’è un’alternativa credibile, d’altronde, perché la rivoluzione è stata fagocitata dai jihadisti, e le opposizioni che si siedono a negoziare non controllano i combattenti sul campo: più in là è possibile che la Russia voglia innescare un processo di transizione anche come strategia personale per uscire dalla guerra. Sia il portavoce della Casa Bianca che quello del dipartimento di Stato hanno espresso scetticismo sulle capacità del team-a-tre di risolvere la situazione, ma il problema è che il loro ruolo e le policy delle istituzioni che rappresentano decadranno tra meno di un mese. Fluttua eterea l’ultima proposta del presidente eletto Donald Trump, che durante la tappa in Pennsylvania del tour di ringraziamento ha detto che lui – che prenderà lo Studio Ovale dal 20 gennaio – farà in modo di creare “zone sicure” per “la gente in Siria”. Chi le controllerà non è chiaro, ma ci sono indicazioni: Trump non ha un business plan siriano, però dice di voler lavorare con la Russia molto più di quanto ha fatto il suo predecessore, e quindi nelle idee del presidente eletto potrebbero essere loro, i russi, o gli alleati siriani, o meglio iraniani, a controllare quelle sacche di sicurezza da creare. Così fosse, addio ribelli, rivolta, rivoluzione – che tra l’altro pare finita da parecchio, almeno quella originale del 2011. O forse al nord potrebbero farlo i turchi, là dove i soldati di Ankara combattono per mettere al sicuro una fetta di territorio del Kurdistan siriano: la mettono al sicuro dalle ambizioni curde casalinghe, ufficialmente la liberano dal Califfato (che miete vittime turche, anche tra i soldati in Siria), ma ne bloccano gli ingressi alle brigate dell’Ypg curdo-siriane amiche del Pkk turco. Ma anche qui, i pesi di questa alleanza: il primo passo operativo di Russia, Iran e Turchia era stato il raggiungimento preliminare di una tregua che avrebbe dovuto far partire l’evacuazione di Aleppo (poi tutto è saltato, ma è stato un passaggio che alla fine ha effettivamente portato all’apertura dei lasciapassare). In quella prima intesa c’era la possibilità di lasciare libera scelta agli abitanti aleppini se andare verso Idlb o salire al nord verso le aree controllate dai ribelli filo-turchi. Questa seconda opzione è stata poi ritrattata e tolta dall’accordo, dopo che l’Iran s’è messo di traverso, ha fatto sparare le sue milizie contro le vie di fuga cittadine, e ha chiesto in cambio la liberazione di due villaggi sciiti nell’are di Idlib.

La troika siriana rappresenta un allineamento talmente importante che ha portato qualcuno al gesto simbolico dell’uccisione di un ambasciatore. Ma dietro a questo allineamento più che solidità c’è una sfiducia generalizzata tra i partner. A cominciare dai russi, che vedono i turchi necessari, ma che non si fidano affatto della loro stabilità. E la cosa è ricambiata, perché la Turchia ha ben chiaro che nel progetto russo lo spazio per ascoltare le proprie richieste è relativo. Ankara mantiene però una forza maggiore rispetto a Teheran, non fosse altro per aver aperta dietro (o davanti) a sé la porta della Nato, di cui è membro rilevante. Gli iraniani sono i meno forti a livello diplomatico, perché anche la Russia li considera un peso ideologico da portarsi dietro, ma come si diceva hanno il valore del campo di battaglia dalla propria parte. La situazione si riassume in un’immagine circolata questi giorni online: all’incontro di martedì, la Russia s’era seduta da un lato, mettendo Iran e Turchia dall’altro. Dietro alle spalle dei delegati si muovevano le guardie del corpo. Quelle che hanno accompagnato gli iraniani si giravano spesso a controllare le mosse degli omologhi turchi: c’entra quello che è successo Karlov, c’entra un clima generale di sfiducia interno alla triade.
26/12/2016

L’analisi di Marta Ottaviani
Andrey Karlov era ad Ankara da anni ed era diventato capo missione nel 2013, da quando insomma la Turchia ha iniziato a degenerare irrimediabilmente. È morto ieri sera ad Ankara, freddato da Mevlut Mert Altintas, 22 anni, diplomato alla scuola di polizia nella laica Smirne e che uccidendolo gli ha urlato ‘Voi sparate in Siria e io sparo a voi. Nel nome di Allah non ve lo permetteremo’.
L’ambasciatore russo, come in molti altri Paesi, anche in Turchia è uno degli uomini più importanti e considerati della diplomazia internazionale. E anche uno dei più controllati. Per una macabra ironia della sorte, Altintas, giovane e in borghese, era lì per garantire la sua incolumità, anche se secondo alcuni quotidiani aveva chiesto una giornata di permesso e si sarebbe infiltrato all’ultimo momento, esibendo il tesserino professionale. Di certo c’è che ha sparato, facendo capire una volta per tutte che la Turchia ormai il nemico ce l’ha dentro casa.
Ed è un nemico che assume forme diverse. Ci sono quelli del network di Fethullah Gulen su cui il governo turco vuole scaricare la responsabilità dell’attentato a Karlov e che sembrano diventati il caprio espiatorio per tutto quello che succede nel Paese, soprattutto se può creare confusione e scompiglio. Ci sono i terroristi intransigenti dei Tak, i Falchi per la libertà del Kurdistan, che vedono nella lotta armata l’unica soluzione per risolvere la questione curda. Ci sono gli elementi ultra nazionalisti della società, pronti a prendersela con l’Hdp, il Partito curdo per il popolo demoratico, non appena i separisti colpiscono, e a innescare meccanismi che da qui a breve provocheranno la guerra civile. Ci sono poi gli elementi borderline, che posso diventare mine impazzite, riconducibili alla virata conservatrice e confessionale operata da Erdogan e solo in parte direttamente collebagili allo Stato Islamico. A differnza degli altri, se la Turchia fosse stata meno esuberante e più razionale, questi ultimi non dico che se li sarebbe potuti risparmiare, ma certo non saremmo giunti a questi livelli.
Il killer ha urlato frasi che secondo Cnnturk sarebbero direttamente legate ad al-Nusra. Ma si tratta di parole talmente generiche che potrebbero essere state pronunciate da qualcuno così folle, crudele e invasato da uccidere a sangue freddo. Le indagini sono ancora in corso e da parte di Ankara c’è quasi la volontà di addebidate l’assassinio a Gulen. Tornando nel campo delle ipotesi concrete, è azzardato credere che dietro questo fatto di sangue ci sia lo Stato Islamico in modo ufficiale e strutturato.
Persone come Mevlut Mert Altintas, in questo momento in Turchia, ve ne sono a centinaia. Tutte potenzialmente pronte a colpire, figlie loro malgrado della denegerazione interna del Paese, aggravata in modo inquietante dalla gestione scellerata della crisi siriana.
Negli scorsi giorni sono stati a migliaia i turchi che si sono spontaneamente riversati lungo il confine siriano scandendo slogan religiosi e accusando la Russia di essere la responsabile del massacro di Aleppo. In mezzo c’è di tutto. Elementi borderline pronti a inseguire qualche gruppo jihadista e privati cittadini ubriacati dalla deriva confessionale del paese e che ben ricordano che con le steppe oltre il Mar Nero i rapporti non sono mai stati rosei. Elementi ultranazionalisti e nella contingenza internazionale si ricodano della loro appartenenza religiosa. A furia di richiamarsi all’Impero Ottomano, insomma, Erdogan si è trovato i contrasti a casa propria.
Quello che si sta componendo in Turchia è un vero e proprio mosaico del terrore. Di cui, anche a causa dell’impalpabilità dei fenomeni, si possono servire tutti. Stato Islamico compreso e, nel clima di caos generale, rischia pure di essere credibile.
Il grande sconfitto, su tutta la linea è Recep Tayyip Erdogan, che ormai non è più in grado né di mantenere la sicurezza interna, né di capire concretamente quasi siano le dinamiche in atto negli sterminati territori della Mezzaluna. Un disordine che però gli è strumentale per manterene il giogo interno che poi è la cosa che gli interessa sempre maggiormente.
A Vladimir Putin, per il momento, non resta altro che fare buon viso e cattivo gioco. Che l’alleato fosse instabile dentro e fuori i suoi confini lo sapeva. La morte di Karlov può costringere Mosca e Ankara ad andare avanti ancora più compatte. Oggi Serghei Lavrov incontrerà l’omologo russo Mevlut Cavusoglu. Sul tavolo ci sono il dopo Aleppo e la lotta al terrorismo. Oltre ai dossier economici ed energetici. Anche volendo, adesso, Russia e Turchia non possono litigare.
20/12/2016