Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 2/1/2017, 2 gennaio 2017
MANUEL AGNELLI: «L’EROS MI INTERESSA TUTTO, NON SOLO CON LE DONNE» – Manuel Agnelli dice che in fondo non è cambiato niente: “Sono sempre stato molto presuntuoso
MANUEL AGNELLI: «L’EROS MI INTERESSA TUTTO, NON SOLO CON LE DONNE» – Manuel Agnelli dice che in fondo non è cambiato niente: “Sono sempre stato molto presuntuoso. Ero presuntuoso da bambino e sono rimasto tale. Essere arrogante mi ha aiutato a trovare un’identità anche se di diventare leader non mi è mai fregato niente e ho sempre puntato a un unico obiettivo: fare con determinazione quello che mi piaceva”. A 50 anni, con 11 album alle spalle, il leader degli Afterhours è uscito dal recinto. Non più solo celebrato capobranco di una musica e di un movimento amato e circoscritto che dalla fine degli anni 80 procedeva inquietando senza trovare risposte né fornire consolazioni, ma giudice e legale delle cause artistiche indossando il cognome di un altro celebre avvocato italiano nel tribunale di X Factor. Agnelli, Fedez, Arisa e Alvaro Soler, protettore tardivo dei Soul System, gruppo escluso, poi ripescato e vincente: “Alla fine ci ha fottuto quello che parla 5 lingue e che partiva sempre per Barcellona o per Berlino, mentre io e Fedez restavamo a Milano a farci la guerra. È l’esatto contrario di me, Alvaro. Ma è intelligente e con lui in vacanza ci andrei”. Agnelli, X Factor è finito. Ci sono arrivato al momento giusto. Sapevo di poter gestire la situazione, anche a livello nervoso. Avere 50 anni mi aiuta tantissimo. Non ho mai sgomitato, ma ora non ho più velleità di affermarmi. Non devo più dimostrare qualcosa, citare un passo o peggio giustificarmi. Non ho più urgenze. Mi comporto per quello che sono. Mi sento più sereno, più tranquillo, più naturale. Sky ha scommesso su di lei, l’Agnelli televisivo è piaciuto. In Rete però non tutti le hanno perdonato la scelta di X Factor: “Ormai fa parte del mainstream”, hanno scritto. Io non so neanche cosa sia il mainstream, ma so che al mainstream gli Afterhours di allora non sarebbero sopravvissuti. “Agnelli si è venduto al sistema”, hanno detto. O anche: “È partito incendiario ed è finito pompiere”. Ho cercato di portare nel programma una diversa maniera di guardare alla musica parlando di mercato e di qualità, e ho accettato di farne parte anche per poter avere visibilità e aver la possibilità di parlare della burocrazia nella musica, della Siae, dell’ordinamento musicale. Ma X Factor non è una tribuna politica e non ho mai pensato di fare la rivoluzione o di far sorgere il Sol dell’avvenire dal mio scranno di giudice. Le critiche le ho viste. In passato le leggevo maniacalmente fino a saturarmi e confrontarmi con gli insulti mi restituiva una libertà pazzesca. Avere da sempre contro questa ferocia mi ha liberato. Mi ha tolto la paura della critica. Lei interrompeva i concerti se qualcosa non andava come lei desiderava. Questa è una balla. Io non ho mai interrotto un concerto in vita mia. Solo una volta, non tanto tempo fa, a Piacenza, ci fu una mezza rissa provocata più dal pubblico che da me. Mezza rissa in che senso? Nel senso che tanti anni fa per andare in giro a suonare in certe realtà dovevi saper menare e i concerti degli Afterhours non facevano eccezione. In alcuni posti dovevi difenderti perché c’era gente che ti voleva picchiare. Ebbi la sfortuna di confrontarmi con un fan scontento di un nostro album in inglese, cominciò a volare roba in aria in direzione del palco e per farla breve finì a pugni. Un fan diventato ex? Io mi ruppi la mano. Lui, immagino ubriaco, tumefatto, comprò comunque il poster del gruppo. Cose brutte, cose squallide che non dovrebbero succedere, ma che erano più o meno la nostra quotidianità prima di avere un certo tipo di successo. Quella rissa segnò anche una sorta di spartiacque. Tra chi? Tra me e il pubblico. Tra quel che ero o non ero disposto a fare per accontentarlo. Farsi tirare gli oggetti non era tra le cose che ero disposto a sopportare. ‘Se mi tirate la roba, le prendete – pensavo –. Dovete assumervi le vostre responsabilità’. Eravate abituati a rapporti rudi. Una volta non c’era Internet e quando andavi da uno e gli dicevi in faccia ‘il tuo disco mi fa cagare’ rischiavi l’aggressione. La franchezza del contesto ti portava a stimare le prese di posizione di quelli che ti odiavano. Una possibilità che con la Rete è morta. Ci sono una serie di Iago che occupano la tastiera e non sai mai con chi o con quali intenzioni ti confronti. Da un certo punto di vista, sono un uomo delle caverne e ne sono orgoglioso. Che ragazzo era? Ero molto timido e introverso ed è per questo forse che sono diventato musicista. Nella musica ho trovato il linguaggio, il coraggio e la possibilità di esprimere la mia parte quasi violenta, più deteriore e oscura, meno sociale. I suoi testi sono crudi, brutali, espliciti. Faccio quel tipo di musica e scrivo quel tipo di cose perché difficilmente riuscirei a esprimere gli stessi concetti in società. Però mi appartengono. Eccome se mi appartengono. Poi la violenza che ho dentro la metto nella musica, nello stare sul palco, non andando in giro per strada a tirar testate alle persone. L’istinto sarebbe quello? L’istinto c’è sempre. L’altro giorno un tipo mi è venuto intenzionalmente contro con la sua macchina perché io non mi ero sbrigato a ripartire con la mia al semaforo verde. Questo cumenda appoggia il suo paraurti al mio e a quel punto scendo. Provo ad aprirgli la portiera. Si era chiuso. Continuavo a dirgli cose civilissime dandogli del lei con sguardo da serial killer: ‘Scenda, non vede che mi è venuto contro?’. Non è sceso. Però l’istinto omicida ce l’ho. Nei segni cinesi io sono cavallo di fuoco e il cavallo di fuoco è un potenziale assassino. Ci credo. Non ne dubito. Per fortuna è arrivata la musica. La consapevolezza mi è scattata alle superiori: all’istituto agrario c’erano i figli dei veri proletari che ascoltavano punk e post punk e predicavano la verità e la sincerità come valori assoluti. Quegli incontri mi hanno cambiato la vita. Mi hanno fatto sentire la potenza della verità e della sincerità. Non ho mai trovato niente di più liberatorio. Dice ancora la verità? Con l’età anche io ho imparato a essere opportunista, a dirla nel modo giusto, o anche a far finta di niente perché non ho più l’esigenza di ribadire la mia visione a tutti i costi. Mi hanno detto che si chiama maturare. Mi fido. Non faccia il buono. Non lo sono mai stato. Studiavo e seguivo una controcultura che non era un’alternativa estetica al sistema, ma un’ipotesi che per un po’ di tempo mi fece sognare un altro tipo di società. Quell’approccio antisistema non esiste più. E cosa c’è al suo posto? Una generazione di persone ammansite che non reagisce e pretende e alla quale sta bene la sbobba che le viene passata. In Francia bruciano le macchine, da noi nessuno si incatena davanti a un palazzo per lo scandaloso limite dei decibel o per il prezzo dei biglietti in prevendita. In Italia c’è gente che si adatta e allora dobbiamo constatare che abbiamo quel che ci meritiamo. Dovremmo scendere in strada e bruciare le macchine? È un paradosso. Ma se ci danno meno del minimo indispensabile, qualche domanda dovremmo farcela. Forse il problema è mio. Sono cresciuto in un tempo che molto doveva alle lotte degli anni 70 e all’autodeterminazione. Un tempo in cui crollava il Muro di Berlino, israeliani e palestinesi si stringevano la mano e persino i Nirvana trionfavano in classifica. Cose che mi riscattavano, mi facevano credere in qualcosa e che non esistono più. L’ultimo grande movimento trasversale è stato quello dei No-global. È marcito o lo hanno fatto marcire, oggi non c’è più niente. La cultura è percepita come una rottura di coglioni e la politica come una truffa. Lei ha detto che buona parte della scena indie italiana fa schifo. A me il termine indie non è mai interessato, quando abbiamo iniziato a fare musica non si usava. L’indie non è più neanche un’attitudine o un’inclinazione, ma un genere musicale fatto da ragazzini che ascoltano certe cose invece di ascoltarne altre o che si vestono in un certo modo invece di vestirsi in un altro modo. Un piccolo Rotary Club fitto che parla male del Rotary Club a fianco e decreta che se non segui le regole del gruppo sei uno sfigato. Rispetto a quel che aspiravo a fare da ragazzo con arte, musica e parole mi pare il più deprimente degli scenari. E non solo non me ne frega un cazzo di farne parte, ma penso sinceramente che questa gente rappresenti il vero male. Gente che si illude di custodire chissà quel sacrario di purezza e che lo fa in malafede, stando attenta a non scontentare nessuno, a dire sempre la cosa giusta, a non attirarsi nessuna critica. A lei interessa altro? Io ambisco all’universo. Ambisco all’estremo. Voglio osare, voglio sentirmi vicino a dio se esiste dio e se non esiste, voglio essere direttamente dio. Facciamo qualche nome dei colleghi terreni? Non voglio né martiri né crociati. Ho sempre evitato di identificare in una persona il mio disinteresse per una generazione di cantautori che a livello del linguaggio è innocua. Perché innocua? Si può essere innocui o pericolosi. Noi eravamo già molto borghesi perché la società nei primi anni 80 era definitivamente diventata tale. Ma erano borghesi – come ci raccontò Paolo Villaggio – anche i De André che cantavano di vicoli genovesi e di puttane da cui non erano mai stati, ma un pericolo, un dubbio, un graffio o un brivido lo provocavano comunque. I cantautori della scena indie di oggi non lo suscitano. Sono autocompiacenti e musicalmente abbastanza insulsi. La musica è veramente una scusa per piangersi addosso e raccontare le loro storielle già raccontate in maniera molto più alta dai cantautori, 40 anni fa. Ci pare di capire che al celebrato verso di Calcutta: “Ho fatto una svastica in centro a Bologna, ma era solo per litigare” lei non riconosca l’autorevolezza del guizzo poetico. Ma che mi frega del guizzo poetico? Non me ne frega un cazzo del guizzo poetico, quella è vanità. Non mi interessa l’afflato artistico, ma il discorso personale che c’è all’interno dei testi. Che cosa rappresentano versi come questi? La società in cui stiamo vivendo, una società di gente che pensa di essere rivoluzionaria restando a casa per scrivere cose pesantissime che non contano un cazzo. E perché non contano un cazzo? Perché sono scritte da persone che non superano l’uscio del loro appartamento. Se restiamo a casa siamo innocui, se non partecipiamo fisicamente siamo innocui. Parliamo di un mondo che comunque esteticamente non mi riguarda. Io sono vecchio, ma ho finalmente smesso di sentirmi in difetto per questo. Non covo più sensi di colpa e penso che alcune cose vadano dette. Quali? L’emblema della debolezza di questa generazione di cantautori è la loro incapacità di spazzarci via. Aspettavo da anni qualcuno che ci riuscisse: ‘Spazzateci via invece di criticarci – mi dicevo – spazzateci via con la forza che avete, cambiate le cose, non lasciateci spazio, soffocateci, cancellateci’. Che io porti ancora più gente di loro ai concerti è sintomatico. Ho 50 anni e vado a fare rock sul palco. Se ci pensa, non è una bella cosa. Non c’è stata una generazione che ci abbia sostituito e non è accaduto perché non ha avuto la potenza espressiva per farlo. Per anni hanno accostato il vostro lavoro a quello dei Csi. Stimo Giovanni Lindo Ferretti e da ragazzo per lui provavo grande ammirazione. A noi i Csi sembravano incredibili. In fondo erano solo stati a Berlino un paio di volte, ma ci sembravano alieni dadaisti, situazionisti, gente che scompigliava il quadro. Ferretti è molto cambiato. E allora? È capitato e capita anche a me di cambiare. Capita a tutti. Anche se non condivido quasi niente di quello che sta vivendo, non sono scandalizzato per la sua conversione. Giovanni è molto intelligente e la affronta in maniera profonda. Riconosco la sua inquietudine e la sua umiltà. Sa che affronta duemila anni di Storia delle Religioni e che non sarà lui in un’intervista a risolvere definitivamente questioni millenarie. Musicalmente quanti sono stati i rivoluzionari della musica italiana? Con il glitter e le ali da angelo, in una Roma omofoba e anche socialmente pericolosa, lo è stato senz’altro Renato Zero. L’artista deve coincidere con quel che canta? È dalla Bohème in avanti che stiamo lì a cercar di morire di tisi a 27 anni. Io i 27 li ho superati e adesso mi aspetto di arrivare almeno a 97. Non mi interessa la coerenza pretesa, l’epica del vizio e neanche quel che l’artista fa al di fuori del suo spazio. Leonardo da Vinci si inculava i ragazzini e costruiva macchine di morte sotto commissione, ma è o non è riconosciuto tra i più grandi geni dell’umanità? L’errore di pensare che l’arte e la persona debbano coincidere è un prodotto della modernità. Una scoria. Giustifichiamo della pessima arte mettendo sul piedistallo qui e là qualche persona decente. Ma è un equivoco. Lo è anche l’identità sessuale? Dell’eros e della sessualità mi interessa tutto. Preferisco le donne, ma non ho un interesse esclusivo nei confronti delle donne. La mania dell’outing comunque mi lascia perplesso. Non riesco ad accettare che uno debba per forza dichiararsi, prendere posizione, definirsi. Anche se la società di oggi è più gretta di quella di ieri, molte persone sono oltre questi discorsi. Per tanta gente questo non è proprio più un argomento. Le droghe prima dei 20 anni le ha provate tutte? Anche dopo i 20. Oggi ci sto più attento, ho una figlia, non sono più nichilista e la vita mi interessa. A chi deve dire grazie? Agli amici un po’ più grandi che con qualche lavoretto riuscivano a pagarsi un affitto e mi cucinavano un piatto di pasta o mi ospitavano se il riscaldamento non funzionava ai tempi in cui vivevo senza una lira sopra un magazzino di animali. Dove si trova il talento? Negli occhi di chi sa riconoscerlo. Di Michael Jackson non mi frega un cazzo, ma non potrebbe mai lasciarmi indifferente.