Stefano Mannucci, il Fatto Quotidiano 2/1/2017, 2 gennaio 2017
TOSCA: «IO FOLGORATA DA GABRIELLA FERRI»
Il localino aveva un nome profetico: Talent Scout. Lì, nel quartiere romano Prati, entrarono un po’ di anni fa Renzo Arbore e Claudio Mattone e vi scoprirono la voce di una giovanissima Tosca. “Ci sono passata davanti di recente: oggi è un garage. Il custode mi ha detto: ‘a signo’, ‘sto posto ha ripreso la sua funzione’. Che tristezza. Dove c’era il palco ho trovato parcheggiata una Mini Morris”.
Da quelle quattro mura, cara Tosca, partì il suo viaggio nella musica. Nel ’96, a Sanremo, non riuscì a finire il piatto di trenette al pesto…
Io e Ron eravamo attovagliati al ristorante, dopo la nostra esibizione in finale. Ci avevano assicurato che non eravamo fra i primi tre in classifica. A cena iniziata, contrordine. Vorrei incontrarti tra cent’anni aveva vinto il Festival. Di corsa all’Ariston per la proclamazione”.
Trionfo meritato. Ma lei aveva progetti a più vasto raggio.
Tutto ha un prezzo. Dopo Sanremo andai in crisi, ruppi un vantaggioso contratto con la BMG, intrapresi delle rinunce. Capii che facevo questo mestiere non per diventare ricca, ma per lasciare qualcosa di me nel mio transito terrestre. I miei avi contadini mi hanno insegnato che il vero capitale è il nostro nome, e il nome non va sporcato.
Determinante l’incontro con il regista-attore Massimo Venturiello. E sulla strada, almeno un altro Festival.
Quello di Sanremo 2007. Ci presentammo con Il Terzo Fuochista, un pezzo scritto da Massimo con Ruggero Mascellino. Vi celebravamo il connubio della musica con il teatro, e il recupero delle nostre radici popolari, le mie delle estati a Leonessa, il suo Cilento. Ero caduta per curiosità nel regno magico delle tradizioni. Da allora, Venturiello mi ha insegnato che nell’arte bisogna giocare, inoltrarsi nei territori dove non va nessuno, superare i propri limiti, rivendicare la libertà che altri si negano volontariamente.
Il recupero delle radici era partito dalla sua Roma, all’inizio del nuovo millennio.
In realtà era stata una folgorazione che avevo avuto da bambina, quando mio padre mi portò a vedere Gabriella Ferri che si esibiva in un teatrino con Pippo Franco. Dopo lo spettacolo andammo a salutarla in camerino. Le dissi: ‘Voglio fare quello che fai tu’. Lei rise: ‘Proprio me dovevi prendere a esempio? Scegli Mina!’. Tanto tempo dopo, nel 2002, fu la Ferri ad applaudire me. Mi prese da parte. ‘Tu devi recuperare la tradizione romana’. Io nicchiavo, per me serenate e stornelli erano roba da rigattiere. E lei: ‘Pensaci!’. Fui convinta da Nicola Piovani, che mi volle in due spettacoli, Semo o nun semo e Romana. Nicola è un regista della musica. Ti dice: buttati con il cuore, non farti domande. Così oggi non smetto di pescare perle rare del repertorio romanesco. E le faccio diventare nuove. Questa sì che è un’operazione d’avanguardia: la discografia ha venduto l’anima alla tv, da vent’anni fa morti e feriti mandando ragazzini allo sbaraglio nel Colosseo dei talent. Per uno che ce la fa, mille abbandonano la musica. Viva gli indipendenti, che salvano la canzone d’autore e le culture globali.
Il 6 gennaio all’Auditorium Parco della Musica lei proporrà un’edizione speciale del suo evento ‘Appunti musicali dal mondo – confini e sconfini del suono della voce’. Un caleidoscopio di suoni, ritmi e culture, in particolare del Sud del pianeta.
Sarà un concerto con un fil rouge drammaturgico curato da Venturiello e molti ospiti d’onore: da Piovani a Gegè Telesforo, con cui avevo condiviso i tempi ruggenti degli esordi. Da Gabriele Mirabassi, che mi aveva aperto lo scrigno dei tesori brasiliani, alla grande anima teatrale di Germano Mazzocchetti. E Joe Barbieri: se rinascessi artista maschio vorrei essere lui, il nostro Veloso. Ancora, ci sarà quel fuoriclasse di Danilo Rea: da ragazzini gravitavamo nello stesso universo arboriano, ma non siamo riusciti a frequentarci molto. All’Auditorium proporremo una sorpresa, in mezzo alle suggestioni del fado, della morna, i canti augurali dei matrimoni yiddish, le ballate zingare e libanesi e i gioielli della canzone romana.
Evoluzione dell’album uscito due anni fa, “Il suono della voce”.
Che come perno aveva la canzone eponima scritta per me da Ivano Fossati. In questo tempo il disco si è trasformato in un vero viaggio live che ci ha portati dapprima in luoghi d’arte come Castel Sant’Angelo, il Bargello, negli anfiteatri siciliani e ai laghetti incantati di Marinello, sotto Tindari. Poi alle esaltanti esperienze di un tour anomalo al Festival di Cartagine, ad Algeri e a Tunisi.
Dell’Africa cosa porta indietro?
La loro immensa ospitalità. Ci dicono: noi vi accogliamo, voi ci respingete. E la certezza che nessuno di questi popoli voglia essere indicato, genericamente e con sospetto, come ‘arabo’. Allo stesso modo in cui noi siamo prima italiani che europei, e diversi da tedeschi o inglesi. Sono pazzi per la cultura italiana. A Tunisi mi dicevo: come farò a cantare in dialetto? E invece alla fine dello show non mi lasciavano andar via. Lotfi Bouzhiak, che è un po’ il Battiato locale, mi ha aiutato a lavorare con i musicisti residenti, ha tradotto in arabo O’ sole mio, mi ha insegnato i suoi capolavori e li abbiamo cantati insieme. Ad Algeri, dopo essere stata intervistata dalla tv nazionale, sono stata accompagnata nella casbah da Nuriah Buriak, una benefattrice molto ricca, cugina della più grande pasionaria algerina. Lei mi ha mostrato il lavoro che viene fatto a livello sociale per non indurre i ragazzi a non seguire le sirene dell’Isis. Ho conosciuto la blogger Leena Den Mehnny, artefice della rivoluzione araba. E ho capito che noi occidentali la libertà ce la togliamo con le nostre mani, mentre lì la censura opera in modo sottile, subdolo. La polizia si infiltra nei circoli giovanili, mettono spinelli nelle custodie delle chitarre, arrestano i rapper. Non proibiscono il canto, come in altri paesi islamici, ma tentano di controllare la tua espressività. Lotfi suggeriva: ‘Invece di cantare cazzate, inneggiate alle cose che avete perso’. Anche così si fa denuncia. Detto questo, Algeria e Tunisia sono posti evoluti, meravigliosi”.
Nel 2017 lei sarà ancora impegnata a Roma con l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini.
Che è un laboratorio multiculturale a Ponte Milvio, voluto dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti con l’assessore Smeriglio attraverso la fruizione di fondi europei che stavano per essere perduti. Una realtà cui hanno partecipato l’Università di Roma 3 e Santa Cecilia e che da due anni garantisce a 75 studenti la possibilità di crearsi un percorso musicale o teatrale grazie a docenti di chiara fama e professionalità, e che operano senza compenso, come gratuiti sono i corsi. Un hub che si è trasformato in una miracolosa factory dove nessuno viene eliminato come in tv, e dove tutti possono innamorarsi dell’arte, credendoci fino in fondo e trovando opportunità di lavoro.