Marta Fana, il Fatto Quotidiano 30/12/2016, 30 dicembre 2016
L’ULTIMO SLOGAN SUI DATI DEL LAVORO
La trepidante attesa è finita mercoledì, quando ha visto la luce la nota congiunta Inps, Istat, ministero del Lavoro e Inail sulle dinamiche dell’occupazione. Era attesa da un anno e mezzo, da quando fu annunciata per arginare il “caos dati” prodotto da Matteo Renzi e Giuliano Poletti intenti a sparacchiare numeri sui contratti (Inps e Lavoro) e sugli occupati (Istat) a seconda della convenienza mentre i giornali se ne doglievano fingendo fosse un fenomeno meteorologico. Evviva allora. O forse no. La nota, relativa al solo trimestre 2016, delude infatti le aspettative dei molti che in questi anni hanno seguito minuziosamente il mercato del lavoro. Di innovativo non c’è nulla e rispetto ai dati noti l’unica novità è la rielaborazione dei dati del ministero sui rapporti di lavoro per renderli coerenti con quelli congiunturali Istat.
Il dato incontestabile – suggerisce la nota – riguarda la crescita dei posti di lavoro dipendente a tempo indeterminato, “+489 mila su base annua”. Numero che finisce su tutti i siti e giornali. Problema: il dato è trainato quasi per intero dalle trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato (411 mila, l’84%). Ma soprattutto, come si legge dal rapporto, questa dinamica dipende fortemente dalle assunzioni avvenute a cavallo “tra il 2015 e il 2016”, cioè durante la corsa agli sgravi contributivi, poi tagliati nel 2016 e incide molto sui dati perché – curiosamente – la nota li fornisce in termini cumulati, escludendo la ricchezza informativa contenuta nelle dinamiche mensili, utili alla valutazione degli effetti del Jobs act e degli sgravi.
E ancora, sarebbe stato utile sapere quante trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato beneficiarie dello sgravio sono sopravvissute oltre un anno o conoscere la distribuzione anagrafica dello stock di occupati per tipologia contrattuale e quanto incide la “somministrazione” (cioè i contratti interinali, altra forma di precarietà) sull’occupazione giovanile. Poco o nulla c’è in più su lavoro accessorio e infortuni.
Sui voucher l’operazione è davvero fuorviante: la nota infatti usa il dato relativo all’incidenza dei lavoratori a voucher sul totale dello stock di occupati (oltre 22 milioni) e così facendo spiega che rappresentano “solo lo 0,23%” degli occupati totali. Insomma, ma di che parliamo. E invece è un tentativo di disinnescare il dibattito attorno a uno strumento la cui espansione è evidentemente sfuggita di mano – e su cui pende un possibile referendum abrogativo – e insieme un’operazione forzata. Andrebbe calcolato infatti quanto i voucher incidano sulla capacità di generare occupazione tra il terzo trimestre del 2016 e del 2015, cioè a quante unità di lavoro permanenti corrispondono i voucher venduti in un anno rispetto ai contratti a tempo indeterminato creati. Ecco: in quest’arco di tempo, i voucher venduti sono 143 milioni corrispondenti a 76.399 lavoratori full time. Considerando che i nuovi occupati nello stesso periodo sono 239.000 l’incidenza del lavoro voucherizzato è del 31%. Ma la nota questo non lo dice. Così come non calcola l’incidenza delle tipologie contrattuali sul totale dei lavoratori: si scoprirebbe che proprio tra 2015 e 2016 il lavoro precario ha raggiunto il suo massimo storico.
Alla luce di questo, osservatori e giornalisti dovrebbero essere sempre più esigenti per non cadere nella semplificazione, che riduce dati amministrativi e statistiche a proclami per nulla utili.