Davide Vecchi, il Fatto Quotidiano 29/12/2016, 29 dicembre 2016
IL GIGLIO TRAGICO È IN CRISI, ANCHE VANNONI HA TRADITO
Più che i petali del Giglio magico, l’inchiesta partita da Napoli va diretta alla radice del fiore stanando i due più fedeli uomini di Matteo Renzi: Luca Lotti e Filippo Vannoni. Il primo custode dei segreti dei Palazzi, il secondo di quelli della vita. L’ex sottosegretario con delega ai Servizi segreti continua a dirsi “tranquillo”, perché usare il “sereno” nell’accezione renziana è severamente vietato. Ma sarebbe più consono e realistico. Non a caso, Lotti ha scelto un avvocato ben distante dal mondo fiorentino che fino a ieri l’ha nutrito, rivolgendosi allo studio legale romano del professor Franco Coppi, assoluto e indiscusso fuoriclasse delle aule giudiziarie, nonché difensore di Silvio Berlusconi prima (che riuscì a far assolvere nel processo Ruby cambiando radicalmente strategia difensiva) e di Denis Verdini, che con i suoi ben sei processi non è proprio il cliente più semplice da rappresentare. E come nel caso del leader di Ala, ad affiancare Coppi nella difesa di Lotti c’è la più fidata collaboratrice del professore: l’avvocato Ester Molinaro.
Insomma, saputo di essere indagato, il ministro dello Sport è scappato via da Firenze e si è affidato ai migliori legali in circolazione. Perché è tranquillo. E sempre perché è tranquillo ha deciso di correre in piazzale Clodio dal magistrato Mario Palazzi a raccontare quel che sapeva. Un’oretta e mezza di monologo. Il pubblico ministero, ovviamente, non ha posto a Lotti alcuna domanda. Le indagini, del resto, sono in corso. E il ministro è indagato: a suo carico le ipotesi di reato sono rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Quindi Palazzi, titolare dell’inchiesta stralcio sulla Consip, ha ascoltato. Improprio dunque parlare di interrogatorio. Lotti si è limitato a commentare ciò che aveva letto sul Fatto Quotidiano, negli articoli con i quali Marco Lillo ha rivelato l’esistenza dell’inchiesta Consip e l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex sottosegretario. Ma appunto, è tranquillo. Se dovesse ritrovarsi costretto a parlare? Potrebbe scuotere il Giglio come farebbe una falciatrice?
Letteralmente adottato da Renzi, il “lampadina” (così è soprannominato) è entrato a Palazzo Vecchio con Matteo sindaco che gli ha assunto anche la moglie. Nel gabinetto del primo cittadino Lotti faceva i caffè. Lo ricorda spesso Graziano Cioni. “Andavi a trovare Matteo e lui lo chiamava: ‘Luca che ce li fai du’ caffè? Ma boni eh’”. Dalle tazzine a Palazzo Chigi la strada di Lotti è stata tracciata dall’ombra di Renzi. Fino a entrare nel 2014 anche nel consiglio di amministrazione della cassaforte dell’ex rottamatore: la Fondazione Open, che custodisce i segreti economici dell’ex premier e nella quale hanno accesso solo i fedelissimi Marco Carrai, Alberto Bianchi, Maria Elena Boschi e lui, il lampadina. Ma se Lotti conosce tutti i segreti dell’ascesa renziana al potere, c’è chi ne custodisce ancora di più: quelli dell’intera vita. Dagli esordi. Suoi e del padre, Tiziano Renzi, che da questa inchiesta è sfiorato, ma non indagato.
Lo scrigno si chiama Filippo Vannoni, sentito (lui sì, in un interrogatorio vero) dai magistrati di Napoli titolari dell’inchiesta sulla presunta corruzione in Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Vannoni c’è già quando il Giglio è ancora un bocciolo. Cresce negli scout con Matteo. Nel 2007 è tra i firmatari dell’associazione Noi Link, la prima che Renzi usa per raccogliere fondi. All’insaputa della Margherita, partito di cui all’epoca era segretario regionale: 700 mila euro in poco più di un anno. I finanziatori? Sconosciuti. Ovviamente. Sono i primi soldi. I primi passi.
Presidente di Publiacqua, già presidente del collegio sindacale della municipalizzata Sas e della Montedomini, Vannoni è marito di Lucia De Siervo, già capo di gabinetto di Renzi sindaco, ora direttore delle Attività economiche del Comune di Firenze con Dario Nardella. Insomma, Vannoni sa molto. Nel dicembre del 2015 da Firenze sbarca a Roma con un incarico della Presidenza del Consiglio. Chi conosce il rapporto tra i due racconta di un legame profondo. Molti gli aneddoti. Nell’ottobre del 2013, Renzi deve presentare il libro di Fabrizio Barca alla Feltrinelli ma è bloccato in Palazzo Vecchio e arriva in ritardo, di corsa, in bici. Fuori dalla libreria lo aspetta Vannoni. Matteo gli molla le due ruote. E l’amico resta lì, per due ore, a tenergli la bici.
Visto il legame, quindi, anche in questo caso i petali possono star tranquilli. Perché nulla sicuramente c’è da nascondere. Ma, ancora una volta, appare più adeguato usare il termine “sereno”. Nell’accezione renziana. Perché è proprio Vannoni ad aver confermato ai pm di Napoli Henry John Woodcock, Enrica Parascandalo e Celeste Carrano che Renzi era al corrente dell’esistenza dell’inchiesta Consip. Che la fuga di notizie c’era stata. Ed era arrivata al premier. Da chi voleva tutelare il Giglio. E ora ne vede invece a rischio le radici.