Marco Palombi, il Fatto Quotidiano 24/12/2016, 24 dicembre 2016
BOSCHI BLINDA L’EREDITA’ DI RENZI: NIENTE PROROGA ALLE POPOLARI
Le fonti di governo interpellate dal Fatto Quotidiano sono unanimi: la proroga di sei mesi per le banche popolari che devono trasformarsi in società per azioni era presente nel decreto “salva risparmio” arrivato in Consiglio dei ministri, ma poi è saltata per “l’opposizione di alcuni partecipanti” alla riunione. Chi? Il nome è quello del segretario del Consiglio dei ministri, il sottosegretario Maria Elena Boschi, che già da ministro dei Rapporti col Parlamento si oppose in più occasioni ad ogni intervento sulla riforma delle Popolari, che alla fine ha portato dalla sua anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
È appena il caso di ricordare che il passato consiglierebbe a Boschi maggiore prudenza visto che le sue fortune politiche hanno cominciato ad appannarsi proprio sul tema banche: peraltro la “Etruria” di cui suo padre fu vicepresidente, multato da Banca d’Italia, era una popolare. E invece niente da fare: la sottosegretaria è riuscita per l’ennesima volta a evitare modifiche alla riforma renziana delle Popolari.
La cosa mette assai in ambasce almeno due istituti: Bari e Sondrio, che per il momento possono gioire solo per lo stop parziale alla trasformazione in società per azioni ottenuto dai Tribunali (per legge avrebbero dovuto procedere entro il 27 dicembre e Popolare di Bari è stata certa di poter rinviare solo ieri) in attesa della decisione della Consulta sulla costituzionalità del decreto Renzi. Ora per il governo Gentiloni l’ultima occasione utile è il tradizionale decreto Milleproroghe di fine anno: in caso contrario si prepari a veder ballare il settore bancario ancora più di quanto già non faccia.
Per capire serve un breve riepilogo. All’inizio del 2015 il governo Renzi varò un decreto che riformava le Popolari: sono banche che in Italia esistono fin dall’800, in genere in forma cooperativa, con precisi vincoli alle concentrazioni azionarie e governate attraverso il “voto capitario” (una testa, un voto) a prescindere dunque dalle azioni possedute. Secondo Renzi e Banca d’Italia questo doveva finire: quelle con attivi superiori a 8 miliardi per legge devono ora trasformarsi in “normali” società per azioni entro martedì. Il modo in cui questo accade lo ha deciso Bankitalia su delega del governo. Ad oggi, tra gli istituti obbligati a cambiare – a parte Etruria, passata a miglior vita – mancano solo le popolari di Bari e Sondrio.
Nel frattempo, però, gli azionisti di varie banche hanno fatto ricorso contro il decreto e il Consiglio di Stato ha dato loro ragione. Il massimo organo della giustizia amministrativa ha inviato la legge alla Corte costituzionale sostenendo che Banca d’Italia non può esercitare poteri di delega legislativa essendo “politicamente irresponsabile”, che la scelta di procedere per decreto è incomprensibile e altre cosette. Una di queste cosette rende rischiosissimo convocare le assemblee per trasformarsi in Spa: il Consiglio di Stato ha infatti annullato la circolare di Bankitalia laddove sospendeva il “diritto di recesso” per gli azionisti. In pratica, in casi come questi chi vuole uscire dall’azionariato della banca ha diritto di farlo e l’istituto deve pagare i titoli a un prezzo vicino a quello di libro. Senza sospendere il diritto di recesso, però, “l’operazione Popolari” non avrebbe mai funzionato: il valore di libro delle azioni di queste banche era altissimo, quello reale spesso prossimo allo zero. Se Bari, ad esempio, rispettasse il diritto di recesso finirebbe dissanguata: la legge però le impone contemporaneamente di diventare una Spa e la sospensione accordata dal giudice vale per poche settimane. Ecco cosa c’è in ballo.
Altro capitolo uscito dal decreto, stavolta per l’opposizione Ue, è quello delle Dta (deferred tax asset): in sostanza le svalutazioni a bilancio e le perdite per le banche si trasformano automaticamente in credito d’imposta. Questa disciplina andava estesa e applicata anche alle Banche di credito cooperativo (Bcc): Bruxelles, però, sta bloccando la norma (che interessa molto Unicredit).