Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 27 Martedì calendario

«NON RICORDO» E «NON SAPEVO»: MAFIA CAPITALE, I PD SMEMORATI

È il 17 ottobre quando al processo Mafia Capitale Micaela Campana, deputata del Pd, testimone, sciorina una serie di “Non ricordo. Non so” sui suoi rapporti con Salvatore Buzzi, amico di lunga data, insieme a Massimo Carminati, principale imputato per questa inchiesta che ha squassato la Capitale. La presidente Rosanna Ianniello ha manifestato perplessità. “Lei fa parte della commissione Giustizia, non dovrei spiegarle…”, intima, che il testimone ha l’obbligo di verità. Per l’accusa, rappresentata in aula da Luca Tescaroli, la sua testimonianza è stata segnata “da una serie di bugie e reticenze smentite dal contenuto degli atti processuali”. I pm chiederanno il verbale per procedere per falsa testimonianza.
La deputata, responsabile anche del Welfare per il Pd, non è una parlamentare qualsiasi. Ha chiesto lei a Buzzi di finanziare la campagna elettorale di Matteo Renzi. È lei che fornisce all’imputato l’Iban del Pd. È lei che soddisfa la richiesta di Buzzi di un incontro con il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, ma in aula ha sostenuto di non sapere perché: “Ho solo messo in contatto le segreterie”. L’incontro, poi, non sarebbe mai avvenuto, secondo la testimonianza di Bubbico all’udienza del 22 giugno scorso.
La deputata, è giusto dirlo, avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto moglie, sia pure separata, di Daniele Ozzimo, l’ex assessore Pd alla Casa nella giunta Marino, condannato per corruzione in primo grado, con rito abbreviato, a due anni in uno stralcio di Mafia Capitale. Invece, Campana ha scelto di testimoniare. Nonostante la lettura di intercettazioni in aula da parte del pm e dell’avvocato Piergerardo Santoro, legale di Buzzi, è stata un disco rotto: “Non ricordo”, ha detto per 39 volte.
È sulla gara per il Centro d’accoglienza (Cara) di Castelnuovo di Porto (Roma), che si è aggiudicata la Eriches, del gruppo di Buzzi, bloccata per un ricorso di concorrenti, che Campana sembra aver perso la memoria. Un’interminabile sfilza di “non so, non ricordo” in merito a una interrogazione parlamentare che Buzzi voleva a tutti i costi. L’interrogazione non si fa, non perché, come ha testimoniato la deputata, lo decise sulla base delle carte ma – pare – perché glielo chiede Bubbico. “Il sottosegretario (Bubbico, ndr) ha detto che al momento c’è solo un articolo di stampa”, scrive Simone Barbieri, collaboratore di Campana, a Buzzi. La presidente Ianniello sottolinea la discordanza con quanto giurato, ma Campana risponde che è una versione di comodo di Barbieri per liquidarlo. C’è, però, un altro sms, scritto personalmente dalla deputata a Buzzi: “Parlato con segretario ministro, mi ha buttato giù due righe per evitare il fatto che mi bloccano l’interrogazione perché non c’è ancora procedimento. Domani mattina ti chiamo e ti dico. Bacio grande capo”. “Come mai si rivolge così a Buzzi?”, chiede il pm Tescaroli. E lei: “Questione di rispetto nei confronti di una persona più grande di me”. L’incredula presidente Ianniello osserva: “Per rispetto ci si dà del lei e voi vi davate del tu”. E il riferimento a Bubbico come lo spiega? “Volevo far terminare le pressioni”. “Dunque era una menzogna – dice la presidente –. Lei è un soggetto, pertanto, che se è il caso mente?”. Campana, balbettante: “È stato un modo…”.
Appena 48 ore dopo, il 19 ottobre, è il turno del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, Pd. Solo da un paio di settimane si è appreso che è tra gli indagati per un procedimento connesso, con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta. La Procura ha chiesto l’archiviazione. E Zingaretti sceglie il silenzio, si avvale della facoltà di non rispondere Scelta legittima in punto di diritto, ma politicamente inopportuna per un rappresentante istituzionale che avrebbe l’occasione di dire cosa sa dei suoi colleghi di partito e degli altri imputati. Resta in aula due minuti e 45 secondi. Nega le riprese televisive e conferma alla presidente: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Segue un comunicato stampa: “Si è determinata una situazione paradossale in cui sarei stato chiamato a giustificarmi dalle false accuse mosse da Buzzi, quando dovrebbe essere lui a spiegare perché me le ha rivolte. Ovviamente non mi sottrarrò al dovere della trasparenza e dal rendere pubblici tutti i fatti di mia conoscenza. Chiederò io stesso di essere sentito come testimone nel processo per calunnia conseguente alla mia denuncia”.
Sul banco dei testimoni c’è già stato anche una vecchia conoscenza di Buzzi, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. È uno dei protagonisti della cena “trasversale”, organizzata da Buzzi, nel settembre 2010, al centro per immigrati di Roma Baobab, quando Poletti era ancora il capo della Legacoop. Tra gli altri, erano “attovagliati” l’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno, un membro del clan Casamonica, l’ex assessore Ozzimo e l’ex ad della municipalizzata romana dei rifiuti Ama, Franco Panzironi, gli ultimi due imputati. Poletti non può che confermare ma quando gli viene chiesto se sapesse che la cena doveva celebrare la pace tra Alemanno e le coop, risponde: “Non lo sapevo, l’ho appreso dalla stampa”. Buzzi in un’intercettazione del 2014 si era vantato al telefono del suo legame con Poletti in vista dell’assegnazione dell’appalto di multiservizi del Campidoglio: “Io ancora non ho messo in campo l’artiglieria pesante, arriva Giuliano Poletti”. Il ministro, mai indagato, in aula è decisamente in imbarazzo. Nega qualsiasi intervento a favore dell’imputato. “Ho conosciuto Buzzi perché era presidente della 29 Giugno, coop importante anche per dimensione, ed era componente della Legacoop Lazio”. Ma un’ammissione la fa: “Al limite, l’unica cosa che considero ragionevole possa essere accaduta riguarda i tempi dei pagamenti alle cooperative sociali, perché in quel periodo erano lunghi e rappresentavano un problema per i fornitori che faticavano a pagare gli stipendi. Era una richiesta che mi arrivava da tutte le cooperative e, come gli altri, è possibile che Buzzi mi abbia chiesto di interessarmi di questo”.