VARIE 26/12/2016, 26 dicembre 2016
APPUNTI PER GAZZETTA - L’ONU CONDANNA GLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI IN CISGIORDANIA 662 Il Comune di Gerusalemme dovrebbe dare il via mercoledì prossimo ad un piano per la costruzione di altre 618 case nella parte est della città, quella a prevalenza araba
APPUNTI PER GAZZETTA - L’ONU CONDANNA GLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI IN CISGIORDANIA 662 Il Comune di Gerusalemme dovrebbe dare il via mercoledì prossimo ad un piano per la costruzione di altre 618 case nella parte est della città, quella a prevalenza araba. Il nuovo piano è stato deciso tempo fa ma la ratifica avverrebbe nel mezzo della crisi diplomatica tra Israele e i paesi che hanno votato venerdì scorso, con l’astensione degli Usa, una Risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu contro gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Le nuove abitazioni, qualora il progetto venisse approvato saranno, riferiscono i media, così ripartite: 140 a Pisgat Zeev, 262 a Ramat Shlomo e 216 a Ramot. Secondo Aviv Tatarsky, della ong ’Ir Amim’, citato dai media, "è ora che il governo scelga una differente politica, far avanzare Gerusalemme come casa di due PUBBLICITÀ inRead invented by Teads popoli". Da parte del Comune si è replicato: "Non c’è stato nessun cambiamento nella posizione del Comune di Gerusalemme. Il Comune lavora in tutte le aree della città, in linea con il piano generale e la Legge per pianificazione e costruzione". PEZZO DEL CORRIERE DEL 24/12 GIUSEPPE SARCINA DAL NOSTRO CORRISPONDENTE New York Per la prima volta il Consiglio di sicurezza dell’Onu condanna gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. È potuto accadere grazie alla storica astensione degli Stati Uniti, uno dei cinque membri permanenti che hanno diritto di veto. La decisione di Obama, presidente in uscita, porta alla luce del sole ciò che, da almeno un anno, era chiaramente visibile nelle tracce della campagna elettorale. L’alleanza tra Usa e Israele non è più un concetto monolitico, dogmatico. Anche qui, ora, entra la politica, con tutte le possibili varianti e, naturalmente, con le sue sorprese. Il dualismo forzato all’estremo tra Donald Trump e Hillary Clinton ha spaccato la comunità ebraica americana, esattamente come è successo con il resto del Paese. La parte più conservatrice appoggia senza riserve la linea del premier israeliano Benjamin Netanyahu: non ci sono le condizioni per trattare con l’Autorità palestinese. Trump sta con loro, anche perché fanno parte di questo gruppo il genero Jared Kushner e una buona quota di finanzieri di Wall Street, a cominciare dal futuro ministro del Tesoro, Steven Mnuchin. Viene da qui anche David Friedman, l’avvocato che Trump ha indicato come ambasciatore e che vuole trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Lo schieramento più favorevole al dialogo con i palestinesi, invece, aveva finanziato la campagna di Hillary. Un nome su tutti: George Soros. Risultato: mai come negli ultimi mesi l’approccio pragmatico di una paziente trattativa israelo-palestinese è stato spazzato via dall’astiosa contrapposizione tra due lobby politiche. L’ambasciatrice statunitense Samantha Power ha giustificato così l’astensione che, a termini di regolamento Onu, ha dato via libera alla risoluzione votata dagli altri 14 membri del Consiglio, Russia compresa: «Gli Stati Uniti non possono sostenere allo stesso tempo gli insediamenti dei coloni e la soluzione dei due Stati, uno palestinese e uno israeliano». Ma fino a ieri era andata così. I diplomatici Usa, compresi quelli nominati da Obama, avevano bloccato con il veto ben 40 risoluzioni contro Israele. Che cosa è successo questa volta? Un fatto inedito: Trump, presidente eletto, ma ancora senza alcuna funzione di guida politica, d’intesa con Netanyahu, ha provato a sovrapporsi a Obama. Il tycoon è arrivato persino a telefonare al presidente egiziano Al Sisi per convincerlo a ritirare, giovedì, la prima bozza di risoluzione. Tentativo riuscito. Ma ormai si era capito che Obama avrebbe tenuto il punto. Così Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela hanno riproposto la risoluzione che condanna gli insediamenti israeliani. E l’annuncio di Samantha Power è stato accolto con un’ovazione. Netanyahu ha richiamato gli ambasciatori da Senegal e Nuova Zelanda. G. Sar. PEZZO DI REPUBBLICA DEL 24/12 ALBERTO FLORES D’ARCAIS NEW YORK. «Le colonie israeliane non hanno validità legale ». Con la storica astensione degli Stati Uniti il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione che condanna gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. È stata una giornata convulsa, ma alla fine dopo polemiche e pressioni il voto al Palazzo di Vetro c’è stato ed è un voto che apre una crisi senza precedenti tra Israele e gli Stati Uniti, il più potente e fedele alleato dello Stato ebraico. Fino a giovedì notte sembrava che la risoluzione venisse rimandata a data da destinarsi, dopo che una telefonata di Donald Trump con Al Sisi aveva convinto l’Egitto a ritirare temporaneamente la proposta di condanna per gli insediamenti. Era stato il governo israeliano a spingere per un intervento del presidente eletto, che in attesa di entrare in carica (il prossimo 20 gennaio) ha scelto come ambasciatore a Gerusalemme un “falco” contrario alla politica dei due Stati e favorevole agli insediamenti nei Territori occupati (Giudea e Samaria per gli israeliani) e a Gerusalemme Est. Netanyahu temeva infatti la decisione di Obama di non porre il veto (come è tradizione politica degli Usa in questo tipo di risoluzioni) e di chiedere all’ambasciatore americano all’Onu di astenersi. Una mossa inutile, perché la risoluzione è stata firmata e ripresentata da altri 4 Paesi (Malesia, Senegal, Nuova Zelanda e Venezuela). La mossa di Trump, giudicata da molti analisti come un’interferenza senza precedenti da parte di un presidente eletto nei confronti di quello ancora in carica, aveva irritato ancora di più la Casa Bianca di Obama, notoriamente contraria agli insediamenti israeliani nei Territori occupati, che ha deciso di andare avanti nella scelta di non porre il veto e di astenersi. Uno schiaffo politico-diplomatico in piena regola che oltre a colpire Israele ha come obiettivo anche Donald Trump. Per il presidente uscente si tratta di una piccola rivincita, che assomiglia però a una vittoria di Pirro, visto che la sua politica di favorire i negoziati tra israeliani e palestinesi (fin dal 2009 la sua priorità numero uno in politica estera) è fallita. La decisione americana ha provocato un attacco senza precedenti da parte di Israele contro gli Stati Uniti. «Respingiamo questa risoluzione», ha fatto sapere l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu definendo il voto «vergognoso » e annunciando che non la rispetterà. «L’amministrazione Obama non solo ha fallito nel proteggere Israele dall’ossessione dell’Onu, ma ha collaborato con l’Onu alle sue spalle - aggiunto - Israele non vede l’ora di lavorare con il presidente Trump per arginare gli effetti di questa risoluzione assurda». Poco prima del voto una fonte ufficiale israeliana aveva accusato il presidente americano e il segretario di Stato John Kerry di essere «dietro il vergognoso passo all’Onu contro Israele». Parole durissime (una vera e propria accusa di tradimento al più fedele e potente alleato), confermate dopo il voto dall’ambasciato israeliano all’Onu («nè il Consiglio di Sicurezza né l’Unesco possono spezzare il legame fra il popolo di Israele e la terra di Israele»). «Gli Stati Uniti hanno abbandonato Israele, il suo unico alleato in Medio Oriente», il commento a caldo del ministro israeliano Yuval Steinitz. Per l’ambasciatrice americana all’Onu Samantha Power gli Usa non avevano scelta: «Non possiamo sostenere la soluzione dei due Stati e gli insediamenti allo stesso tempo». Immediata la reazione (con il solito tweet) di condanna da parte di Trump che avvisa le Nazioni Unite: «Dal 20 gennaio le cose saranno diverse». Reazioni negative anche dai repubblicani del Congresso, per lo speaker Paul Ryan il voto dell’Onu «è vergognoso, così come il rifiuto degli Stati Uniti di opporre il veto alla risoluzione».