varie, 22 dicembre 2016
APPUNTI FRANCA SOZZANI – PAOLA POLLO, CORRIERE.IT 22/12 – «Ma qualche volta, per favore, give me a break»
APPUNTI FRANCA SOZZANI – PAOLA POLLO, CORRIERE.IT 22/12 – «Ma qualche volta, per favore, give me a break». Chiudeva così sette anni un fa, uno dei suoi blog più letti. «Felice di piacervi e non», il titolo. «Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve». Ancora una volta è lei, Franca Sozzani, la più brava a raccontarsi. Testo, titolo e foto. Non ha mai nascosto a nessuno che era nata per questo, per andare avanti. «Il successo ce lo si guadagna, oserei dire ce lo si inventa. Niente arriva per caso anche se la fortuna di cadere al posto giusto, nel momento giusto, con la persona giusta agevola parecchio. Ma la sorte, si sa, è alterna. Non è proprio la base su cui costruire il proprio successo. Il talento, il tuo, è la vera forza». Ha lottato sino all’ultimo Così diceva. Poi con la bacchetta magica dell’ironia, sottile e intelligente, e con l’abito dell’eleganza, innata e personale era sempre un po’ più avanti di tutti. Franca Sozzani se ne è andata. Avrebbe compito 67 anni il 20 gennaio. Era ammalata da tempo, ma pochissimi sapevano. Una malattia incurabile, una di quelle per cui si era impegnata a combattere a suon di charity e serate: dal 2013 era presidente della Fondazione Ieo, Istituto Europeo di Oncologia. Sino all’ultimo ha combattuto contro il suo male e quello di altri. Alle sfilate in autunno era arrivata. No, non era a tutte, come spesso faceva. Un po’ affaticata. I lunghi capelli biondi più corti. Null’altro. Sempre disponibile a fare quattro chiacchere con chiunque. A rispondere alle domande. A dare il suo parere. E va detto perché non è così che si comportano tutte. «Miranda non esiste» «Dimenticate per favore Il Diavolo veste Prada. Miranda non esiste! Prepotenza, capricci? Non ce ne sarebbe neanche il tempo. E poi, non vedo chi li sopporterebbe o chi mi sopporterebbe». Con questo la “direttora” non era una che le mandava a dire. Con il sorriso e l’ironia di cui sopra faceva sempre capire il suo punto di vista. Ai “suoi” ma anche a stilisti, fotografi, imprenditori. Lei è stata la moda in Italia, dal 1988, da quando è diventata direttore di VogueItalia rivoluzionando, sovvertendo, stupendo, contestando un sistema intero. A 25 anni la passione per la moda Nata Mantova, un destino borghese che sembrava già scritto: matrimonio, famiglia, vacanze, frivolezze. Dopo il diploma al liceo classico “Virgilio” nella sua città, si laurea a Milano, alla Cattolica, in lettere e filosofia. Si sposa e dopo tre mesi di separa. A 25 anni quella grande passione per la moda, quella curiosità di capire e quelle idee, tante, tantissime. «Sì che sono una vincente! Non perché sia presuntuosa, ma perché tutte le mie idee hanno avuto successo». Erano gli anni Settanta ed entra a Vogue Bambino: «Ho deciso che volevo lavorare e fare la stylist e ho preso subito tutto sul serio. Oliviero Toscani racconta sempre che ero “una deficiente puntaspilli vestita Saint Laurent”», ironizza. Nel 1980 è già a dirigere un femminile vero Lei e nel 1983 le affidano anche la versione maschile Per lui. Nell’88 arriva a Vogue Italia e per la sua audacia più di una volta il direttore di Condé Nast International Jonathan Newhouse minaccia di licenziarla perché le sue «impertinenze», cioè foto e messaggi, sono troppo forti agli occhi di troppi pubblicitari perbenisti. Che dire del numero (luglio 2008) tutto con servizi con protagoniste solo modelle di colore e con articoli contro il razzismo? O quello contro la chirurgia estetica? O per le donne curvy? O contro le violenze domestiche? E tutto questo sul palcoscenico di un teatro di sete e lustrini. Da una parte le denunce sociali (nel 2014 è stata nominata anche ambasciatrice Onu per il programma alimentare). Dall’altra l’intuito per i talenti: da Gianni Versace a Giorgio Armani da Bruce Weber a Peter Lindbergh a Steven Meisel. E la consapevolezza che i giovani vanno aiutati, per esempio con i premi e i concorsi (Who’s Next). Dal 2006 è anche direttore di Vogue Uomo e dal 2015 è responsabile di tutti i periodici Vogue (Bambino e Sposa). In settembre a Venezia, durante la mostra del Cinema, è uscito il film documentario sulla vita di Franca Sozzani. La regia è del figlio, Francesco Carozzini, nato nel 1982, «Chaos and creation»: «La fama quella vera, deriva delle capacità vere, dall’avere fatto cose vere. Questa è la vera fama». *** SERENA TIBALDI, REPUBBLICA.IT 22/12 – Ha lavorato fino alla fine, impeccabile e autorevole come sempre. La sua ultima apparizione è stata a Londra, ai premi del British Fashion Council, che le ha tributato lo "Swarovski Awards for Positive Change" riconoscendole il lavoro instancabile per promuovere la diversità anche nella moda e per il suo coinvolgimento profondo in diverse cause benefiche. Le immagini la mostrano arrivare sul palco fragile ma sorridente e visibilmente emozionata al braccio di Tom Ford, che le ha consegnato il premio. Nessuno al momento immaginava che si trattava a tutti gli effetti di un addio, ma è arrivata la conferma: il 22 dicembre Franca Sozzani, mantovana classe 1950, è venuta a mancare a Milano dopo una lunga malattia. A darne l’annuncio ufficiale è stato Jonathan Newhouse, Chairman e Chief Executive della Condé Nast. L’uomo ha definito la notizia "la più triste che abbia mai dovuto comunicare", definendo la scomparsa come una perdita incalcolabile, per tutto il mondo della moda. In effetti con lei, senza alcun timore di smentita, se ne va un pezzo essenziale della moda contemporanea. «Ha reso Vogue Italia una delle voci più potenti della moda e della fotografia, portando la rivista ben oltre i tradizionali confini dell’editoria. (...) I più grandi fotografi guardavano a lei come a una guida creativa che dava loro la libertà di esprimersi al meglio, mese dopo mese». «Chi avuto la fortuna di lavorare con lei in Condé Nast», prosegue Newhouse, «la rispettavano e la amavano. Lei pretendeva sempre il massimo, e loro glielo davano. Aveva un’enorme conoscenza anche delle meccaniche economiche del sistema, e questo le ha permesso di portare Vogue Italia a livelli inaspettati». Tutto verissimo, e sì che in Condé Nast lei ci era arrivata rispondendo all’annuncio su un giornale, senza avere nemmeno idea di cosa trattasse quell’offerta. Ha finito per ribaltare la storia del costume, inventando un modo nuovo per raccontare visivamente la moda. Franca Sozzani a fare questo lavoro non ci pensava di certo: prodotto tipico dell’alta borghesia, immaginava per sé una vita da “nullafacente” di lusso (parole sue) passata a gestire la famiglia, e d’altronde tutto lasciava pensare a quel futuro: il collegio delle marcelline prima, il liceo a Milano poi, gli studi in Cattolica (Lettere, con tesi in Filologia Germanica), a 22 anni si sposa, salvo però separarsi dopo tre mesi, per di più incinta del suo unico figlio, Francesco. Anni dopo, per spiegare il perché della risposta a quell’annuncio, si giustifica col fatto che sarebbe stato più facile far digerire al severo padre l’idea di una separazione se in ballo ci fosse stato un lavoro. Fatto sta che il suo destino (e quello della moda contemporanea), sono segnati. Inizia come segretaria e poi passa a Vogue Bambini: nulla di strano, in quegli anni non si sa nemmeno cosa sia una redattrice di moda, si naviga a vista e certi passaggi sono la norma. Non è però che si trovi benissimo ad avere a che fare con l’abbigliamento per i più piccoli, e accoglie con gioia la decisione di farla passare alla nuova rivista Lei (versione italiana dell’epoca di Glamour, pubblicazione dedicata alle ragazze), seguita qualche anno dopo da Per Lui. È qui che stringe i contatti con Bruce Weber e Steven Meisel, all’epoca fotografi giovani e di nicchia, che assieme a lei plasmano l’immagine contemporanea. Anticipa tendenze e mode come nessun altro perché è lei stessa a crearle, e quando nel 1988 le offrono la direzione di Vogue Italia può dare davvero il via alla sua rivoluzione: la prima copertina è di Meisel, e l’inversione di rotta rispetto agli anni ’80, eccessivi ma visivamente conformisti, è totale. Assieme i due realizzano gli editoriali più discussi degli ultimi anni: riprendono il lavoro di Marina Abramovic, reinventano le protagoniste di Grey Gardens (ben prima del loro revival), lanciano la carriera di tutte (ma proprio tutte) le supermodel degli anni ’90. Ancora: è capace di dedicare un numero intero alle foto dei paparazzi, nel 2008 usa solo modelle di colore (il numero viene ristampato per 3 volte), e poco dopo mette un gruppo di splendide modelle curvy in copertina. Franca Sozzani è la prima a capire quanto conti la narrativa nelle immagini di moda: gli editoriali che lei approva sono ben più di un modo per far vedere i vestiti, sono delle storie che provocano e fanno discutere. Come quando Linda Evangelista interpreta una maniaca della chirurgia plastica, o come le modelle finite in rehab e in un’inquietante comune religiosa, o come quando vengono malmenate dalla security al gate di un aeroporto, vittime della mania del controllo di nostri tempi. Amata e temuta, è capace di fare la fortuna di un designer che ha la sua approvazione: lei minimizza, ma le cose stanno esattamente così. Stravolge l’editoria, trasformando le sue riviste in colossi che sbaragliano la concorrenza: nel 1994 diventa anche Direttore Editoriale della Condé Nast, che sotto di lei rafforza ancora di più la sua posizione nel settore; consigliera fidata dei più grandi creatori, una sua parola può spostare investimenti da milioni di euro, e lei usa questa sua capacità anche in altri campi: lo fa per esempio con Convivio, evento biennale di shopping per sostenere la ricerca contro l’AIDS, o con il sostegno allo IEO, la fondazione creata da Umberto Veronesi per finanziare la ricerca sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia, di cui è presidente dal 2013. Patrocina la Vogue Fashion Night Out, sorta di notte bianca dello shopping che attira ogni edizione milioni di curiosi in tutto il mondo e “Who’s on Next?”, concorso per stilisti emergenti organizzato assieme ad AltaRoma che la trasforma, se ancora ce ne fosse bisogno, nel nume tutelare delle nuove generazioni. Con la sorella Carla, altro deus ex machina dello stile con il suo concept store 10CorsoComo, forma uno degli assi di ferro della moda; riservata, tende a tenere la sua vita privata nell’ombra: il suo legame più celebre è quello con Alain Elkann, terminato nel 2010. Ed è proprio in virtù di questa sua discrezione che sorprende tanto la sua decisione di essere la protagonista del documentario girato da suo figlio, Francesco Carrozzini, incentrato sulla sua vita e la sua carriera. “Franca: Chaos and Couture”, viene presentato al Festival di Venezia del 2016: colpisce la sincerità senza fronzoli con cui lei si racconta, e il fatto che la malattia traspaia in qualche modo, senza però mai essere nominata, attraverso le sue parole. Resta ora da capire chi la sostituirà alla guida dei “suoi” giornali. Non sarà per niente facile. *** • Mantova 20 gennaio 1950. Giornalista. Direttore dell’edizione italiana di Vogue (dal 1988). • Figlia di Gilberto, ingegnere prima alla Fiat e poi alla OM, e di Adelmina Rebuzzi, casalinga. Liceo classico alle marcelline, poi Lettere alla Cattolica di Milano con tesi in Filologia germanica. Suo progetto: vivere senza far niente. Invece si sposò e dopo tre mesi, incinta del figlio Francesco, si separò. Pensando che le sarebbe stato più facile spiegare la cosa al padre con un lavoro, rispose a un’inserzione e si ritrovò nella casa editrice Condé Nast. Non sapeva nulla di moda né di stilisti. Fu impiegata come segretaria. Di lì una carriera straordinaria. • «È una delle donne più potenti che esistano nel mondo della moda. Dicono, forse esagerando, che può fare e disfare le fortune di uno stilista. Dicono anche che si accorge con anni di anticipo di tutte le tendenze. Forse anche perché le determina. Occhi celesti, lunghi capelli biondi, struttura minuta e apparentemente fragile, è la donna alla quale si inchinano tutti i più famosi fotografi di moda del mondo. A lei chiedono consigli e consulenze i più celebri stilisti» (Claudio Sabelli Fioretti). • «Io vestivo solo Saint-Laurent, ero piena di catene. La cosa rendeva pazzi tutti. Oliviero Toscani, quando mi vedeva, andava fuori di testa. Secondo lui mai e poi mai avrei potuto occuparmi di moda. Per tre anni mi sono messa jeans e maglione. Di lì non mi schiodavo. E mi sono tagliata i capelli cortissimi. Tutti erano ritenuti più divertenti, più strani di me. Il massimo era una ragazza che viveva con un ragazzo nei sottotetti e andava a fare le vacanze col furgone usato. Io ero infelicissima. Se c’è una cosa che ho sempre odiato sono i jeans, i maglioni e i capelli corti. Da bambina ho studiato in Francia, in Svizzera, in Inghilterra. Ma il liceo l’ho fatto a Milano. L’ambiente era quello noioso della borghesia milanese. Nessuna delle mie compagne ha mai lavorato. Non era contemplato. A Condé Nast, la casa editrice di Vogue, mi offrirono di fare la redattrice di Vogue bambini. Poi la Condé Nast fece l’edizione italiana di Glamour. Si chiamava Lei. Lì cominciai a essere un po’ più attiva. Quello che mi era stato subito chiaro era l’importanza dell’immagine. In Italia la fotografia era considerata solo un mezzo per far vedere i vestiti. Il fotografo era un esecutore. Andai negli Stati Uniti e incontrai Bruce Weber, Steven Meisel, Herb Ritts: tutti giovani e sconosciuti. Cominciai a fare con loro i primi servizi. Arriva Per Lui, versione maschile di Lei. E io arrivo al punto che sono stufa di tutti e due e sto per mollare. Ma mi offrono Vogue e rimango. L’inizio è stato molto sofferto. Io facevo un’immagine che pochi capivano. Abbiamo perso i clienti pubblicitari. Non si riconoscevano in questa nuova moda. Loro facevano i tailleur, i cappottini, le cose tutte per bene. Dall’altra parte i clienti che interessavano a me facevano fatica ad arrivare, perché Vogue li aveva scontentati per anni a forza di prendere chiunque, dai grandi stilisti ai prontisti. Il successo l’ho raggiunto quando gli altri si sono messi a fare la stessa cosa». • «Non è più, e da tempo, soltanto il direttore di Vogue. Nel mondo della moda, a Parigi come a New York, la tentazione è rinchiudersi nella comoda e dorata gabbietta del proprio invidiabile microcosmo: c’è gloria e bella vita per tutti, in quella gabbietta, ma non è cosi che si diventa “la Sozzani”. È stata nominata ambasciatrice del Programma alimentare mondiale dell’Onu (il Wfp) ma il percorso vistosamente in contrasto con la frivolezza di sfilate e collezioni l’aveva intrapreso da tempo. Ventitré anni fa, dice lei. Fu allora che anche a Milano il mondo della moda decise di fare qualcosa per aiutare chi si ammalava di Aids. Nacque l’appuntamento di charity Convivio che c’è ancora perché, spiega “non mi piace lavorare sull’onda dell’entusiasmo e poi mollare. A vent’anni ero tutt’altro che impegnata. Neppure ora lo sono. Mi piace uscire, divertirmi e non rinnego certo quel che ho fatto”» (Maria Latella) [Mes 16/5/2014]. • Nel 2009 creò la Vogue Fashion’s Night Out. «Una sorta di notte bianca dello shopping. Servizi a dir poco speciali: dal grande stilista che s’improvvisa commesso alle modelle che elargiscono consigli di trucco e parrucco. “Non sono più i tempi per starsene chiusi in un ambiente di nicchia. Invece alle sfilate andiamo solo noi addetti ai lavori, alle feste idem e così la gente detesta le settimane della moda di Milano mentre durante il Salone del mobile si divertono tutti perché le porte sono aperte”» (Lucia Serlenga) [Grn 9/9/2009]. • Nel 2012 Nicolas Sarkozy le conferì la Legion d’onore. • «In qualche modo ci ha lanciate tutte: infatti per Vogue Italia noi siamo sempre pronte ad accorrere» (Naomi Campbell). • «È la Carlin Petrini della moda; in gonna e tacchi alti, s’intende» (Sara Ricotta Voza). • «Guarda i giovani: il loro gusto è rovinato. E perché è rovinato? Perché i prototipi estetici che gli somministrano sono quelli della tv e dei giornali trash, dove si vedono, dal punto di vista del vestire, delle cose orrende. La gente non è capace di scegliere da sé e se noi gli proponiamo orrori quelli si mettono orrori: i jeans con la piega, gli shorts portati da certe signore, il fatto che si deve sempre far vedere un pezzo di bretella o di reggiseno» (a Giorgio Dell’Arti) [Come sarà il 2014, Clichy, 2013) • «In vacanza a Sanremo m’ero innamorata d’un ragazzo. Avevo 15 anni e a 22 l’ho sposato. Il viaggio di nozze, fra Caraibi, Messico, New York, è durato due mesi, poco meno del matrimonio naufragato alla fine del terzo» (a Gian Luigi Paracchini) [Cds 18/4/2014]. • Una relazione con Alain Elkann finita nel 2010 quando lui fu fotografato mentre baciava l’antiquaria Alessandra Di Castro. • Elkann le regalò Laszlo, uno scottish terrier dal quale non si separa mai. • Sui suoi capricci: «È vero, sono fissata con i cappuccini, voglio la schiuma come dico io e il latte non troppo caldo. Ma non ho mai picchiato qualcuno per questo come la Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada. E quanto alla frutta non di stagione, dico, avrò ragione o no? Mangio solo quello e quando chiedo di andarmi a prendere l’uva, arrivano in estate con una mela o un’arancia. Avrò ragione di innervosirmi? Sì, ho anche la fissazione per le case, ma non compro gioielli, non compro vestiti, non porto mai borse, non colleziono quadri. Le case mi piacciono ed è vero, ne ho parecchie, ma tante sono quelle che mi vengono accreditate e che in realtà non posseggo. A Marrakesch fui la prima a comprare nella Medina, ho acquistato case meravigliose per niente. Oggi sarebbe impensabile. In realtà, tutto quello che si è comprato in lire è stato un affare. Confesso un’altra mania, conservo le scarpe di Manolo Blahnik, sono oggetti splendidi che mi piace guardare. No, non è vero che sono altera e che non saluto. Sono miope. Porto i famosi occhiali neri, sempre, non per vezzo ma per reale esigenza. Ah, sulla storia delle redattrici che devono essere per forza di taglia 42... è successo ma c’è un perché. Io non prendo redattrici dagli altri giornali, mi piace crescerle professionalmente come dico io. Va da sé che siano giovani e le giovani sono più facilmente magre. Non è una strategia...» (Michela Tamburrino). • Dice che la sua magrezza leggendaria è di famiglia. La sorella Carla è in effetti altrettanto magra. • «Mangio male, ho il colesterolo alto. Pane, formaggi, dolci. Soprattutto dolci. Vogliamo parlare del cioccolato? Dieci, anche 12 ciocorì al giorno dalle macchinette della Condé Nast». Afferma di non aver mai provato un tiramisù in tutta la sua vita. • «I vestiti stanno bene su un corpo snello, non su un corpo magro. Le curve, le morbidezze, li riempiono meglio. Non ho mai trovato sexy la magrezza» (a Egle Santolini) [Sta 19/3/2011]. • «Quando esce, porta con sé soltanto l’iPhone protetto da una custodia in velluto matelassé, dono di Karl Lagerfeld. Al posto delle due C intrecciate, lo stilista ha fatto mettere una F e una S» (Maria Teresa Veneziani) [Cds 21/9/2011]. • «Da bambina adoravo giocare con le pistole e alle bambole spesso tagliavo la gola!». • Si lava i capelli da sola e li lascia asciugare all’aria. *** = SCHEDA = Franca Sozzani, signora italiana della moda = (AGI) - Milano, 22 dic. - Franca Sozzani, signora della moda italiana, e’ morta a Milano all’eta’ di 66 anni. L’annuncio e’ stato dato dalla Fondazione Ieo di cui era presidente. Nata a Mantova nel 1950, dopo aver frequentato il liceo Virgilio della sua citta’ natale, si e’ laureata all’Universita’ Cattolica di Milano in Lettere e filosofia con una tesi in filologia germanica. Sozzani ha iniziato la sua carriera lavorando per la rivista "Vogue Bambini" (rivista creata nel 1973). Nel 1980 diventa direttore responsabile di "Lei". Tre anni dopo, dirige anche "Per Lui", la versione maschile di "Lei". Dal 1988 dirigeva "Vogue Italia", mentre da ottobre 2006 era anche direttore responsabile di "L’Uomo Vogue". Oltre a ricoprire tali cariche, Franca Sozzani e’ stata direttrice editoriale della casa editrice Conde’ Nast per l’Italia e, dal marzo 2013, presidente della Fondazione IEO Istituto Europeo di Oncologia. A febbraio 2010 ha lanciato il sito internet Vogue.it, il primo portale al mondo intestato alla testata di moda. Successivamente le vengono affidate altre due testate cartacee: "Vogue Gioiello" e "Vogue Accessory". Nel 2015 e’ stata nominata direttrice responsabile di tutti i periodici in lingua italiana con il marchio Vogue. Oltre alle testate che gia’ dirigeva, le erano stati affidati anche "Vogue Sposa" e "Vogue Bambini". (AGI) Fea 221810 DIC 16 NNNN *** >ANSA-FOCUS/ Sozzani, di sé diceva "sono una pantera in lotta" A Venezia, già malata aveva presentato film del figlio su di lei (di Alessandra Magliaro) (ANSA) - ROMA, 22 DIC - Lo stile? ’’Oggi non ce n’e’ uno. Secondo me le persone dovrebbero comprare più specchi che abiti per vedersi prima di uscire: per inseguire la moda c’e’ gente disposta a tutto ma io penso che bisogna corrispondere con gli abiti alla propria personalità, questo e’ lo stile. Se devo diventare la testimonial di firme, una specie di prototipo di qualcun altro, allora che mi paghino’’. Già questa frase racconta molto della personalità di Franca Sozzani, morta oggi a 66 anni. Per anni e anni la ’nostra’ Anna Wintour ha dettato la linea in tema di moda, stilisti, modelli e stile. Franca: Chaos and Creation era il film-testamento che il figlio Francesco Carrozzini, superstar della fotografia di moda, aveva presentato con successo a Venezia73, svelando molti aspetti poco noti della madre. Già alla Mostra del cinema la Sozzani era malata ma aveva fatto giurare a tutte le persone coinvolte per il documentario di non far uscire la notizia in alcun modo. Nel giornalismo di moda era cresciuta, sin da Vogue Bambini a fine anni ’70 fino a diventare direttore di una delle testate cult del settore, Vogue Italia. Sulla sua personalità tosta, la fama di poter decidere le sorti di stilisti, brand e modelle, lei ovviamente negava: ’’e’ una leggenda, se hai talento vai avanti e la stampa non conta. Io dico - aveva detto in una intervista all’ANSA a settembre - non si semina sul cemento e se sei in gamba la strada la trovi indipendentemente da tutti’’. ’’Girare questo documentario e’ stato come andare in analisi. Tutto e’ cominciato come una storia di ricordi, il padre di Francesco che stava morendo e lui che voleva tenersi una cosa intima che glielo ricordasse. Io pero’ ho parlato a briglia sciolta dicendo cose che forse non dovevo, ma ormai e’ troppo tardi per tornare indietro. Non volevo espormi troppo, ma se non ti esponi non sei vera e io sono autentica, anche se poi me ne pento’’, diceva la Sozzani. Rileggendo certe frasi dette dal figlio tante cose ora appaiono più chiare. ’’E’ una lettera d’amore a mia madre che è una donna che ha fatto tante rinunce a livello personale’’. Angelo guerriero, creatura botticelliana (per i lunghi capelli biondi ondulati che porta da sempre), figura stendhaliana o pantera? Franca Sozzani non aveva esitazioni a definirsi. ’’Pantera di sicuro, ho lottato tutta la vita per quello che ho fatto, me lo sono guadagnato con la lotta tutto, la determinazione e’ la mia guida. Prendiamo Vogue, sulla carta doveva essere solo ’glossy’, un giornale con bei cappotti e belle gonne, invece l’ho usato per lanciare messaggi, appoggiare campagne’’. Non si definiva una donna di potere, come pure era: ’’Sono una donna che lavora e lavora parecchio e si e’ battuta per cose che ha voluto, anche rischiando, per tre volte mi stavano licenziando, ma se fai un lavoro in cui credi e hai la fortuna che ti riconoscono le cose che hai fatto, sì forse a quel punto hai potere, che vuol dire che hai vinto tu nell’esporre le tue idee’’. E’ sempre stata considerata della stessa pasta di Anna Wintour, la direttrice di Vogue. ’’Abbiamo cominciato insieme, stesso mese e stesso anno, 28 anni fa. Siamo diverse, lei si’ che e’ una donna di potere. Anche nel carattere. Io sono leggera, non drammatizzo mai, penso che le difficoltà vadano superate, non voglio farmi prendere dal panico’’, diceva a settembre a Venezia, aggiungendo: ’’ho tanti sogni, non ho mai smesso di sognare e creare progetti. Voglio fare altre cose non solo essere seduta in una prima fila a vedere vestiti’’. MA 22-DIC-16 18:07 NNNN