Silvia D’Onghia, Il Fatto quotidiano 21/12/2016, 21 dicembre 2016
FACCIO UN TALENT: A GIOCHI SPENTI RISCHIAMO L’OBLIO
(intervista a Tania Cagnoto)
Mi definisco una ‘ritirata’. Ho avuto la fortuna di poter chiudere in bellezza e non potrei più dare quello che ho dato finora. E poi ho bisogno di cambiare vita”. È anche per questo che Tania Cagnotto ha sostituito il costume da piscina con quelli, più eccentrici, della danzatrice. Da stasera, ogni mercoledì alle 21.15, la vedremo impegnata nel talent di FoxLife Dance dance dance. Un programma – realizzato da Toro media con la regia di Duccio Forzano e la conduzione di Andrea Delogu e Diego Passoni – che vedrà impegnate sei coppie di personaggi famosi nella reinterpretazione di celebri coreografie tratte da videoclip, musical o film.
Cagnotto, lei è la più grande tuffatrice italiana di tutti i tempi. Perché la scelta di partecipare a uno show?
Mi è sempre piaciuta l’idea di fare un’esperienza del genere, ballare è una delle cose che mi piace di più. È un sogno che non ho potuto realizzare negli anni olimpici: dovendo gareggiare non potevo perdere l’allenamento.
Quali difficoltà ha incontrato della danza?
Ci sono tante differenze tra le due discipline. Per esempio, nei tuffi sono sempre stata rigida e dura, invece nella danza devo riuscire a sciogliermi, a lasciarmi andare. E poi il mondo dello spettacolo è molto diverso da quello della piscina.
Per il talent ha rinviato il viaggio di nozze: come l’ha presa suo marito?
Ne abbiamo parlato a suo tempo e abbiamo deciso insieme: anche lui per lavoro doveva fare altro. Alla fine è andata bene così, siamo contenti tutti e due e possiamo finalmente godercelo.
Lei ha posato per Playboy: insieme con altre colleghe, ha fatto passare un nuovo concetto di bellezza.
Mi sono sempre piaciuti più i fisici delle sportive di quelli delle modelle. È bello che vengano apprezzati anche i nostri e non solo la magrezza estrema.
Molti atleti famosi si cimentano nei talent: è un modo per sfruttare la ribalta?
Trovo giusto che in alcuni momenti della propria carriera si prendano strade diverse. L’importante è non uscirne male, che è un attimo: dipende sempre uno come si pone. Io mi sono sempre divertita.
Il suo libro per bambini, Il pinguino che non voleva tuffarsi (Mondadori), è la storia di un impegno quotidiano: il successo non si raggiunge se non con la fatica?
È un libro anche per i genitori: se un bambino non è pronto a fare un passo, occorre dargli il tempo. I bambini devono poter scegliere cosa fare.
Dopo le due medaglie di Rio, ha annunciato il ritiro. Ci ha ripensato?
Ho smesso a livelli alti. Mi definisco un’atleta ritirata. A maggio farò una gara d’addio per la Guardia di Finanza, ma non ha nulla a che vedere con quello che facevo prima. Ho avuto la fortuna di poter chiudere in bellezza, raggiungendo il massimo all’ultima Olimpiade, ma anche ho dato tutto in questo sport. E ho bisogno di cambiare vita.
E cosa farà?
Per adesso non so. Mi piacerebbe poter trasmettere ai bimbi ciò che ho imparato.
Degli sport come il suo l’Italia si ricorda solo in occasione dei Mondiali o delle Olimpiadi. Perché?
Lo trovo profondamente ingiusto. Noi rispetto all’allenamento di un calciatore facciamo il quadruplo. Ma non è colpa dei calciatori, è colpa del sistema italiano che funziona così e dubito che possano cambiare le cose. Non investiranno mai così tanto negli sport come i tuffi o la ginnastica.
È per questo che gli atleti come lei hanno una divisa nell’armadio?
La Finanza mi ha sostenuto da quando avevo 18 anni e la ringrazio: altrimenti non avrei potuto arrivare dove sono arrivata. Dovrebbe esserci meno differenza economica tra noi e il calcio, non fa bene neanche a un ragazzo di 20 anni diventare miliardario in poco tempo. Ma so che tanto non cambierà nulla. E allora ballo.