Ignazio Mangrano, LaVerità 21/12/2016, 21 dicembre 2016
IL PARADOSSO DELLA LIRA. NON PUÒ CIRCOLARE PERÒ HA VALORE LEGALE
Chi non rimpiange la cara, vecchia lira alzi la mano. Nessuno è immune dalla nostalgia, nemmeno i più arcigni sostenitori dell’euro, che il 1° gennaio 2002 ne decretò il congedo. Ci sono coloro che conservano un biglietto da 1.000 del 1968, con Giuseppe Verdi e il Teatro alla Scala, oppure uno da 5.000 del 1971, con Cristoforo Colombo e le tre caravelle, nel più intimo riparto del portafogli, quello destinato al santino cui si è più devoti. E i lungimiranti che sacrificarono un 100.000 «Caravaggio», ineccepibilmente fior di stampa, per poterlo ora sogguardare in cornice nella parete del salotto e farsi strappare un sorriso d’incoraggiamento.
Il 28 febbraio 2017 sarà il 15° anniversario dell’uscita di scena della lira italiana: dal 1° gennaio al 28 febbraio 2002, infatti, continuò a circolare, a fianco di quella europea. Quello che si pensava essere il suo definitivo pensionamento, invece, inizialmente previsto per il 28 febbraio 2012, termine ultimo per la conversione in euro presso la Banca d’Italia e le sue filiali, ha finito per diventare, paradossalmente, il presupposto per una piccola resurrezione. L’ex presidente del Consiglio Mario Monti, con il decreto Salva Italia, il numero 201 del 6 dicembre 2011, anticipò di 84 giorni il termine fissato. La lira andò fuori corso «con decorrenza immediata» e il controvalore di quelle non ancora rientrate fu versato all’erario.
Cause a Bankitalia
Alla Banca d’Italia fioccarono cause da parte dei legali dei cittadini ritenutisi truffati. E una sentenza della Corte costituzionale del novembre 2015 ha dichiarato illegittimo il relativo articolo del decreto 201: dal gennaio 2016 Palazzo Koch e le sue filiali hanno ripreso senza limiti di tempo a garantire il cambio delle vecchie banconote, ma solo a chi possa dimostrare, attraverso congrua certificazione, di aver chiesto la conversione entro il 28 febbraio 2012. Si tratta tuttavia di una materia che scotta, dato che la Consulta non esclude alcun cittadino da un diritto fondato sull’affidabilità di una legge precedente (la numero 96 del 1997). Anche perché, alla data del 6 dicembre 2011, il bilancio dei biglietti non rientrati alla casa-madre è stato di 307 milioni di pezzi di vari tagli, per un valore nominale complessivo di oltre 2.463 miliardi di lire, che corrisponde all’ingente somma di 1.272 milioni di euro. Con questo provvedimento l’Italia è stato il primo Paese Ue che ha ridiscusso le scadenze di cambio inizialmente fissate. E così la lira, per quanto non più circolante, continua ad avere valore legale, quasi volesse orgogliosamente rivendicare l’importanza della sua storia.
Il giornalista Roberto Faben, autore del libro Indimenticabile lira. Amarcord della moneta nazionale italiana tra storia, cronaca, arte e costume (Gruppo Editoriale Lumi, 263 pagine, di cui 32 di inserto fotografico, 26 euro), questa storia l’ha ricostruita, dalle origini ai nostri giorni. Fu dopo la riforma monetaria introdotta da Carlo Magno verso la fine dell’ottavo secolo che s’iniziò a parlare di lira, derivazione di libbra: 1 lira equivaleva a 240 denari, il prezzo indicativo di una libbra d’argento. Ma si trattava di una fittizia e semplificativa unità di conto.
la lira del doge
La prima moneta da 1 lira nacque nel 1472 in Veneto, a Venezia, da un’idea del doge Niccolò Tron, che vi fece imprimere la sua effigie. Era d’argento, 28 millimetri di diametro, peso 6,52 grammi e valeva 240 denari veneziani. Una lontana antenata della popolare moneta da 10 lire, non più in argento, ma in Italma (Italiano alluminio magnesio) con due spighe di grano su un lato e un aratro sull’altro, con cui i bimbi, negli anni Settanta, acquistavano una pallina magica o un pugno di mandorle glassate nei dispenser dei bar.
Attraverso i secoli, dopo il graduale divorzio del valore reale da quello nominale delle monete e sciolto il nodo della rottamazione delle valute dei singoli micro-Stati (quattrini e sisini, fiorini e zecchini, carantani e lirazze…), la mai dimenticata lira finalmente divenne la valuta ufficiale nazionale dopo l’Unità d’Italia. Le prime lire di carta, tuttavia, furono emesse nel 1745 dal Regno di Sardegna, da cui nacque il Regno d’Italia, per finanziare le spese della guerra contro Francia e Spagna.
Tra progressive ondate inflattive e svalutazioni, legate soprattutto alle spese di guerra, nella prima parte del Novecento i biglietti cartacei presero progressivamente il sopravvento. E il loro cambiamento di foggia faceva pendant con l’aumento del valore facciale e la contrazione del potere d’acquisto. Se, negli anni Trenta, la più appetibile banconota era quella, gigantesca, da 1.000 (23,5 centimetri di lunghezza e 14 di altezza), consacrata con la canzone di Gilberto Mazzi Mille lire al mese, negli anni Cinquanta essa dovette cedere il posto alla «Repubbliche marinare» formato lenzuolo, ma da 10.000, oggetto del desiderio nel film con Totò e Peppino La banda degli onesti. Nel 1965 il governatore di Bankitalia, Guido Carli, battezzò un taglio più comodo da gestire dal punto di vista delle dimensioni, da 100.000 però, con l’immagine di Alessandro Manzoni sul diritto e di «quel ramo del lago di Como» sul rovescio, che negli anni Settanta costituiva l’unico pezzo della busta paga di un operaio.
italiani illustri
Come la tivù, anche la lira contribuì alla divulgazione popolare degli italiani illustri, Leonardo da Vinci (50.000), Tiziano Vecellio (20.000), Alessandro Volta (10.000), Maria Montessori (unica donna ad essere immortalata in un biglietto, l’ultimo da 1.000 lire). Fino a Raffaello Sanzio. Il pittore urbinate fu raffigurato nello splendido biglietto da 500.000 del 1997, l’ultimo della storia della lira italiana, quello che chiuse la parabola iniziata con la prima lira dogale del XV secolo. Fra queste personalità eccellenti, trovò spazio anche un’anonima e leggiadra ragazza di 22 anni di Roviano (Roma), ritratta dal bozzettista Guglielmo Savini per il biglietto da 50.000 lire del 1977: riconosciuta sulla banconota dai compaesani e lasciata dal fidanzato per gelosia, la giovane chiese al governo un improbabile ritiro dalla circolazione del biglietto.
la fama dei falsari
Una discreta fama la ottennero anche alcuni falsari, come quel Paolo Ciulla, siciliano, dedito a contraffare le banconote per amore dell’arte e per spirito anarchico (distribuiva infatti i biglietti taroccati ai poveri), autore di un 500 lire «Barbetti» di così pregevole fattura, che circolava senza sospetto anche in Banca d’Italia. Arrestato e processato, il 23 ottobre 1923 nel tribunale di Catania davanti alla corte esclamò: «Signor procuratore, davanti a un artista si tolga il cappello!».
Sogni miliardari, come quelli delle vincite al Totocalcio o dell’assegno da 30 milioni nascosto nel detersivo del fustino; furti clamorosi, come la sottrazione di 1 miliardo nella «sacrestia» della Banca d’Italia scoperta il 1° febbraio 1977; crisi valutarie; escamotage politici per abbattere l’inflazione, il più celebre dei quali fu, nel 1986, quello, irrealizzato, di Bettino Craxi, della lira pesante, tre zeri in meno per ogni taglio, che scatenò il subbuglio nei piani alti di Bankitalia: l’epopea della lira italiana ci fa sovvenire gioie e grattacapi. E nei tempi cupi della crisi e dell’euro che vacilla, il fatto di riviverne le avventure resta se non altro un ricordo per farci ben sperare.
Ignazio Mangrano, LaVerità 21/12/2016