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 2016  dicembre 21 Mercoledì calendario

LA GRANDE FUGA DEI GIOVANI DALL’ITALIA. NEL 2016 FANNO LE VALIGIE IN 123.000



Siamo d’accordo tutti. Chi lascia l’Italia per andare a lavorare all’estero non è per forza migliore di chi resta. «Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori», ha detto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averla più fra i piedi».
Ma se, come succede da noi, il fenomeno riguarda ogni anno decine di migliaia di giovani, allora il problema c’è. Anche perché non conviene a nessuno formare professionisti che poi vanno ad arricchire le casse degli altri Paesi.

via trentini e friulani
Solo nel 2015 il numero di italiani andati a vivere oltreconfine ha superato per la prima volta la quota di 100.000 unità: si tratta di una cifra pari a due volte e mezzo la media registrata tra il 1995 e il 2010, e superiore di oltre 13.000 unità al dato relativo all’anno precedente, come sottolineano i numeri di una ricerca del Centro studi impresa lavoro basata su dati Istat. In un anno ci siamo giocati la popolazione equivalente di un piccolo capoluogo di provincia: si tratta di un flusso di persone, silenzioso ma incessante, che dal 2010 cresce inesorabilmente in media del 21 per cento all’anno, e che proprio in virtù di questo potrebbe raggiungere le 123.000 unità già nel 2016, a meno che la tendenza recente non si smentisca.
Calcoli alla mano, nel 2016, a lasciare la nazione potrebbero essere oltre due italiani ogni 1.000. Non poco. Anche se ci sono aree del Paese dove questi numeri sono anche più alti. Come il Trentino-Alto Adige (ben il 2,5 per mille di italiani emigrati), il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta (per entrambe il 2,1 per mille), la Sicilia e la Lombardia (2 per mille). Ma, se il fenomeno sta aumentando in tutto lo Stivale, le dinamiche che spingono i giovani a fare baracca e burattini nelle varie aree d’Italia sono differenti e a tratti sorprendenti. Per esempio, rispetto alla media 1995-2010, il flusso in uscita degli italiani si è accentuato molto di più in regioni del Nord che – almeno in teoria – dovrebbero offrire più opportunità rispetto alla media. Lombardia ed Emilia-Romagna, assieme a Veneto, Valle d’Aosta, Marche e Umbria, hanno infatti visto il proprio tasso di espatrio quadruplicarsi in pochi anni. In crescita ma non sono raddoppiati i tassi di esodo di alcune regioni del Sud. In Sicilia e in Puglia, ad esempio, il numero di ragazzi che ha tentato fortuna all’estero non ha raggiunto i livelli di alcune regioni del Nord. Sono invece stabili in Basilicata e addirittura in flessione in Calabria, rispetto alle medie degli anni passati. In linea con la tendenza nazionale (aumento del 150 per cento) i dati di Lazio, Liguria e Friuli-Venezia Giulia. La classifica delle regioni da cui si emigra di più verso l’estero si è, però, molto rivoluzionata negli anni: rispetto al 2002 la Lombardia è passata dal 12° al 5° posto per espatri in rapporto alla popolazione residente ed è ora tra le regioni più colpite dal fenomeno, mentre la Basilicata è scesa dal 4° all’ultimo posto e la Puglia dal 5° al quartultimo.

partono e non rientrano
Il risultato è interessante anche se si considera il saldo tra le voci di italiani che rientrano e di quelli che emigrano. Il bilancio appare strutturalmente negativo fino al 2001 per quasi 12.000 unità annue in media, mentre è positivo nel triennio successivo e, seppur di poco, anche nel 2007. Dal 2008 in poi, invece, la tendenza si inverte nuovamente, raggiungendo dapprima il saldo record di meno 38.000 unità nel 2012 per poi arrivare a quello ancor più ampio di meno 72.000 nel 2015.
I dati analizzati dal Centro studi non vanno confusi con quello dei saldi migratori globali, che includono quelli dei cittadini stranieri che si iscrivono o si cancellano dall’anagrafe e che evidenzierebbero tutt’altra dinamica.

Gianluca Baldini, LaVerità 21/12/2016