Cristiana Lodi, Libero 21/12/2016, 21 dicembre 2016
ULTIME DA GARLASCO
Il paese è stranito. La gente di Garlasco credeva che il sipario fosse calato su questa storia nera. Anche se non tutti hanno azzardato concludere che sulla fine di Chiara Poggi, uccisa nella sua casa nel mezzo di un agosto semideserto, fosse stata scritta la parola verità. Di fatto adesso, a distanza di nove anni dall’omicidio e a uno dal verdetto tombale, ci si trova a dover ricominciare daccapo. Da un lato la sentenza definitiva che inchioda Alberto Stasi all’omicidio. Dall’altro i suoi avvocati che puntano su un sospettato. E «a colpo sicuro» come loro stessi affermano, tirano fuori un Dna fino a questo momento rimasto senza nomee tramite il oro consulenti lo attribuiscono al sospettato stesso.
Che storia è mai questa? Sono stati celebrati quattro processi prima di arrivare alla condanna definitiva per il fidanzato dagli occhi di ghiaccio, e durante uno di questi procedimenti (l’Appello bis) il Dna trovato sotto le unghie di Chiara uccisa era stato definito «di impossibile identificazione». Perché era poco e così degradato da non poter essere analizzato con scientifica certezza. Così almeno aveva spiegato (e ancora oggi sostiene) il professore di Genova, Francesco De Stefano che lo aveva analizzato alla presenza delle parti, come si usa dire in gergo. E cioè al cospetto dei magistrati inquirenti, dei giudici, degli avvocati e dei consulenti di tutti i soggetti coinvolti. Insomma aveva parlato la scienza. Adesso però questa viene cancellata come un colpo di spugna dalla stessa scienza. Qual è allora la scienza esatta? Quella di oggi, oppure la precedente che ha comunque ragionato sull’identico Dna? Ancora: ammesso sia correttamente accertato che quella sostanza biologica ribattezzata col nome dell’amico di Chiara, sia davvero quella del nuovo sospettato, concesso anche che questo presunto colpevole venga chiamato a difendersi in una eventuale riapertura del caso, sarà mai possibile riuscire a dimostrarne la sua presunta responsabilità? Qui siamo a Garlasco e non a Brembate, dove prima dell’arresto di Massimo Bossetti condannato in Assise per l’omicidio di Yara, erano stati archiviati una serie di dati e indizi poi utilizzati per costruire l’impianto accusatorio. A Brembate non c’era un indagato fino a prima del fermo del muratore, perciò sono stati messi da parte i tabulati telefonici di migliaia di persone, i filmati delle telecamere, migliaia di Dna e anche i testimoni sono stati tenuti in considerazione. Congelati in vista di una futura e ostinata indagine.
A Garlasco non è stato così. Chiara muore il 13 agosto 2007 e il fidanzato a settembre viene arrestato. Lui è il primo sospettato, destinato a rimanere l’unico indagato. Si guarda a lui e soltanto a lui. Si ipotizza sia il colpevole e si cercano le prove per far quadrare la tesi. I testimoni vengono sentiti a questo fine. Quelli inutili, scartati. È normale in una indagine “fissata” su una tesi precisa o precostituita. Le tracce analizzate servono a dimostrare che è stato Alberto, il quale ha le scarpe immacolate nonostante abbia camminato nella villetta insanguinata dove Chiara è stata uccisa. Alberto è il fidanzato, l’unico secondo la precisa pista investigativa a cui Chiara poteva aprire la porta in pigiama. Poco conta che una perizia informatica dicesse che mentre lei moriva, lui era al computer a scrivere la tesi di laurea. Figuriamoci: su quel computer (manomesso durante il primo sequestro dai carabinieri) c’è traccia di una serie di schifezze pornografiche e perfino di un film a luci rosse che Stasi ha guardato quella mattina di morte. «Lo ha fatto dopo avere ucciso Chiara», conclude il pm di Pavia. Un mostro. Un pezzo di ghiaccio che nemmeno tenta di soccorrerla quando la trova nel sangue in fondo allo scalone che porta alla cantina. Senza nemmeno sapere se sia morta o soltanto ferita. Dove vuoi guardare se non a lui? Ecco la tesi. Ecco le indagini che puntano solo sul «biondino». Indagini che vengono però definite «lacunose» dai i giudici delle diverse Corti e dei tanti gradi di giudizio. Quattro processi. Assoluzione in Assise. Assoluzione in Appello. Rinvio a un Appello bis e quindi condanna a 16 anni confermata dalla Cassazione.
Fino al nuovo presunto Dna dell’amico sul quale adesso il collegio della difesa chiede di indagare. Ma cominciando da cosa e da chi? Dove sono i testimoni? A distanza di nove anni se non sono scomparsi, saranno inattendibili. Il presunto colpevole indicato e denunciato dalla difesa avrà un alibi? I carabinieri all’epoca lo avevano sentito, insieme ad altri amici di Chiara. Li avevamo letti quei verbali: a tutti gli interrogati era stato chiesto dove si trovassero la mattina del 13 agosto e se avessero notizie di Alberto Stasi. Ognuno si dichiarò altrove. Lontano da Garlasco e anche da Alberto. Qualora venisse accoltala richiesta di riaprire il processo presentata da Fabio Giarda e colleghi, il presunto nuovo assassino potrà essere inchiodato se non saprà ricordare con esattezza cosa ha fatto a Garlasco nove anni fa? Potrà forse ripetere quanto dichiarato a verbale all’epoca. E a distanza di tanto tempo, a meno di una confessione o di una prova schiacciante, chi potrà contraddirlo? Stasi è un condannato in via definitiva. Se lo è da innocente, potrà bastare un sospettato tardivo a provarlo?
Cristiana Lodi, Libero 21/12/2016