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 2016  dicembre 20 Martedì calendario

LONGANESI, FLAIANO E I NUOVI «SEDERI DA POLTRONA GIREVOLE»

L’Italia di appena ieri arriva giusto oggi. La gara tra Matteo Renzi e gli italiani a chi scende più in basso per piacersi reciprocamente ha avuto un inciampo. Ma come certi cantanti celebri, il giovanotto – e qui il Leo Longanesi di In piedi e seduti sembra descriverlo – “sa di dover sempre concedere il bis, guai se non apparisse agli occhi del paese un continuo salvatore”.
Ed è subito bis, infatti: una giostra di copia & incolla salda alle poltrone di Palazzo Chigi giovani e vecchi fusti della comitiva renziana pur bocciata alle urne nel Referendum. E lo stato di salute della nazione – e adesso è Ennio Flaiano a prestare le parole adatte – si conferma nella didascalia eterna: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.
Leo Longanesi ed Ennio Flaiano, dunque – rispettivamente “carciofino sott’odio” il primo, “satiro solitario” l’altro – con la loro Italia di ieri, raccontata al meglio dello spirito critico e del più smagliante anti-conformismo, spiegano quella di oggi.
Maestro di giornalismo, editoria e letteratura, Longanesi (30 agosto 1905 Bagnacavallo / 27 settembre 1957 Milano) nella sua opera aperta fatta di riviste, giornali e libri svela la tragedia della “commedia nazionale”.
Sceneggiatore, critico cinematografico e drammaturgo, Flaiano (5 marzo 1910 Pescara / 20 novembre 1972 Roma), già nei suoi sparsi appunti fa invece del carattere dell’italiano una sceneggiatura tutta di buffa amarezza.
L’Italia, quindi. Questo ente che i cittadini anelano proteggere e vivificare a parole, idea per cui tanti soffrono e patiscono (a parole) ma che nel commercio con la realtà ha sempre un significato peggiorativo: la solita Italia. Dalle vette del male agli scampoli del peggio. Appunto, si va alla reiterazione: verso la seconda qualità, la scelta di scarto.
Dopo una volta, ce n’è un’altra ancora. C’è, appunto, il bis: è Paolo Gentiloni ma l’attuale premier – costretto a portarsi nell’esecutivo i due più aspri gigli del cerchio toscano, ovvero Maria Elena Boschi e Luca Lotti – vanta la stessa autorevolezza di un cappello lasciato sulla sedia in attesa di ben più titolate terga.
Tutto è fermo. Come sempre, viviamo in un’epoca di transizione. La sfida tra il rottamatore e i rottamandi, come il pettine coi nodi, s’era giusto incagliata nel pieno del groppo mai risolto e la matassa è presto offerta: c’è la legge elettorale da fare, la crisi delle amministrazioni di Roma e Milano comunque da sbrogliare, quindi la probabile reintroduzione dell’art. 18 e la cancellazione del jobs act, infine, attivare la manovra correttiva nel marzo prossimo per colmare il buco di bilancio lasciato dal governo di Rignano.
Il tempo del comando passa sempre in fretta. Ne Il gioco e il massacro, Ennio Flaiano, aveva già dettato le parole da mettere in bocca a Renzi: “Una volta il rimorso veniva dopo, adesso mi precede”.
Il destino cambia cavallo ma, consegnati i mille giorni dell’ex sindaco di Firenze alla sconfitta, neppure questa volta il futuro fa ritorno.
Ecco una notazione di Leo Longanesi da Parliamo dell’Elefante. La datazione ci riporta all’anno 1944, è il 1 luglio ma è ancora il marchio degli sgoccioli del 2016, i nostri giorni: “Quello che accadde ieri si ripete nello stesso modo”. Il 16 agosto Longanesi scrive: “Si crede che la rivoluzione si faccia per corrispondenza, con le lettere anonime”. È sufficiente aggiornare quel tanto che basta per scoprire l’eternità dell’istinto italiota: “Si crede che la rottamazione si faccia per web, con i fake dei troll”.
Ecco, è l’Italia. “Vivere”, direbbe Ennio Flaiano, “è diventato un esercizio burocratico”. E così è nella provvidenziale precarietà trasformista, nella disperata monotonia della ghenga di potere che rinnova gli stessi riti, le stesse ambizioni –parla ancora una volta Leo Longanesi – grazie ai “sederi da poltrona girevole”.
Eccoli, in piedi e seduti. Pier Carlo Padoan, ministro con Renzi, oggi con Paolo Gentiloni, aveva detto: “Osservo una cosa banale, se il premier va a casa, tutto il governo va casa”. Ha fatto un giro su se stesso ed è rimasto. Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, aveva detto: “Il ritiro in caso di vittoria del No non è una minaccia, è una con-sta-ta- zio-ne”. Si pensava fosse già alla sta-zio-ne, per tornarsene a Ferrara e invece no. Ha fatto un giro ed è rimasto: ieri con Renzi, oggi con Gentiloni. Per confermare la legge del bis.
La consorteria toscana brama la rivincita e perpetua se stessa rivendicando la propria missione di appropriazione dello status quo. Leo Longanesi: “È meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità”. Ancora meglio se “sottosegretaria” per come precisa – predisponendo apposita circolare – l’inesorabile Boschi che un anonimo genio caustico, attingendo alla scienza di malinconia e cinismo di Longanesi e Flaiano, ha ribattezzato Maria Elena Bostik. Giusto per sottolinearne – evocando la celeberrima colla – l’attaccamento, più che alle istituzioni, alla poltrona. Anche lei, manco a dirlo, prima del risultato elettorale aveva detto “vado via”. Era come sentire il refrain di un’ammaliante canzone di Mina: “Non gioco più, me ne vado”. Ma lei, giusto lei, come quella che scrive per farsi un corredo, fa politica.
Ecco, qui c’è il Cavastivale di Ennio Flaiano. Le invasioni dei barbari oggi sono improbabili e la natura vi supplisce con le invasioni interne e legali: “I Vandali sono all’edilizia, Attila dirige la riforma agraria, i Goti aspettano di andare al potere. Tutti mirano a distruggere qualcosa perché il barbaro, sempre stupido e impaziente, deve muoversi e fare altrimenti s’annoia”.
Tra chi sta in piedi per ritrovarsi fortunosamente seduta c’è la diversamente laureata Valeria Fedeli, ministro della scuola che pure l’aveva detto: “Il giorno dopo che ha vinto il No, tu ne devi prendere atto, non puoi andare avanti”. Ma Flaiano già l’aveva scritto: “Lei non può immaginare quanto io non sia irremovibile nelle mie idee”.
Il ministro Fedeli, com’è noto, non ha laurea, non ha neanche la licenza liceale e perciò – suvvia – non si può certo essere pedanti sul suo curriculum. Messa dietro la lavagna, con Flaiano, la signora –pur sempre votata alla teoretica del gender –può ripetere la dottrina: “Accidia, Ira, Avarizia, Lussuria, Gola, Esquilino e Viminale”.
L’istruzione, in fondo, è come l’enciclopedia. Così si legge nel Piccolo Dizionario Borghese (Vitaliano Brancati-Leo Longanesi): “Enciclopedia. Si può anche mettere in salotto”. Il renzismo vissuto in un clima di successo non può che affrontare la sua prima seria crisi che in un solo modo: la faccia tosta. E chissà quante belle slide i pur giovani statisti possano ricavarne ancora dalle enciclopedie. E magari al Salotto42 che è la meta ambita dalle ragazze degli apericena nella Roma al potere. Questo posto – una destinazione che replica ciò che fu negli anni 70 la via Veneto di Un marziano a Roma – è anche una sorta di salotto Maria Angiolillo 2..0 dove in luogo del pettinato Gianni Letta c’è il forforoso Luca Lotti.
L’Italia di appena ieri arriva giusto oggi per perpetuare il ventre molle nazionale, quello dal pelo lungo allocato sullo stomaco. I dinosauri democristiani hanno ceduto il passo ai loro strafottenti nipoti: “Non sono le idee che mi spaventano”, annota Longanesi in Parliamo dell’Elefante, “ma le facce che le rappresentano”.