Stefano Agnoli, CorrierEconomia 19/12/2016, 19 dicembre 2016
PETROLIO, IL BARILE IN BALIA DEI LITIGI DELL’OPEC
Sarà anche una fonte d’energia che sta andando fuori moda, ma c’è da scommettere che nel 2017 il petrolio farà ancora parlare di sé. Gli accordi di dicembre all’interno dell’Opec e con i Paesi non-Opec hanno chiuso una fase storica (quella della guerra delle quote aperta nell’autunno 2014 dall’Arabia Saudita, il cui ministro dell’Energia e delle Risorse minerarie – già del Petrolio – è guidato da Khalid. A. Al Fatih) e ne hanno aperta un’altra dai contorni però ancora indefinibili. Si assisterà a un ritorno alla centralità del cartello dei produttori o piuttosto, come qualche osservatore sostiene, all’inizio del suo tramonto?
Una cosa è certa: i prezzi del barile hanno invertito la rotta e in pochi giorni sono risaliti di una decina di dollari. Rispetto a 12 mesi or sono, quando avevano toccato i 30 dollari, lo scarto è notevole. Prima dell’accordo, secondo l’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia) e altri analisti, il mercato petrolifero si sarebbe riequilibrato entro la fine del prossimo anno. Ma con i tagli decisi ai primi di dicembre (1,2 milioni da parte del cartello e 558 mila barili da Russia e gli altri non-Opec) il processo sarà più veloce. Anzi, si potrebbe assistere a un deficit di offerta entro la prima metà dell’anno prossimo.
Il gioco dei «free rider»
Da notare, peraltro, che la clausola secondo la quale i tagli dureranno per sei mesi e poi la decisione di rinnovarli sarà sul tavolo al prossimo vertice a Vienna alla fine di maggio, è stata presa con un fine preciso: scoraggiare i produttori «free-rider» (e dai costi più elevati come quelli dello «shale oil» Usa) dal cavalcare l’onda del rialzo dei prezzi con la minaccia di un rapido ritorno alla situazione precedente che li potrebbe danneggiare in modo pesante.
Insomma, chi pensasse che il barile abbia raggiunto un «floor» sotto il quale il prezzo non potrà scendere dovrà pensarci molto prima di prendersi il rischio di avviare nuovi investimenti.
L’incognita principale sul futuro, comunque, riguarda proprio la coesione del gruppo dei produttori. E proprio su questo fattore, anzi sulla sua assenza, fanno leva i sostenitori della tesi secondo la quale l’Opec starebbe in realtà giocando una partita con la sua reputazione, se non con la sua stessa ragion d’essere, come posta in gioco. Alla vigilia del vertice di dicembre, in effetti, le probabilità di un accordo sembravano scarse.
Alla fine è stata la decisione saudita di assumersi un onere superiore al previsto (quasi mezzo milione di barili) e quelle degli arcirivali Iran e Iraq (il primo si fermerà a 3,8 milioni di barili al giorno; il secondo ha accettato il suo primo target di produzione dal 1998) a consentire un’intesa.
Ma durerà? La domanda delle domande pare proprio questa.
In passato i Paesi Opec non hanno di certo brillato per coerenza di comportamenti e per trasparenza. Spesso, cioè, hanno preso impegni che poi non hanno rispettato. Spesso hanno «giocato» sulle cifre effettive delle loro produzioni, e non è un mistero che la conformità alle quote ufficiali non sia quasi mai stata una regola applicata con particolare rigore. Che cosa accadrebbe, quindi, se l’accordo non dovesse tenere? Lo stesso fatto di aver dovuto coinvolgere i produttori esterni al cartello (soprattutto la Russia) sarebbe di per se stesso, secondo questa interpretazione, un segno di debolezza: la necessità di un «Opec-plus» perché la semplice Opec non basta più. Solo le prossime settimane daranno qualche segnale in un senso o nell’altro.
L’impatto sull’economia
Nel frattempo, dalla parte delle economie dei Paesi consumatori, si prova a valutare l’impatto di un greggio più caro. Più esborsi per i consumatori-automobilisti, ma anche un sollievo per le economie mediorientali che così potranno ri-alimentare la spesa in Occidente.
E poi, quel po’ di inflazione in più causata dal prezzo dei carburanti potrebbe anche far svanire gli ultimi timori di stagnazione, anche se sarebbe preferibile che tutto ciò accadesse con più consumi e più salari. Certo, con il rafforzamento del dollaro dovuto alla divaricazione dei tassi Usa e Ue, un Paese come l’Italia tornerebbe a pagare assai più salata la bolletta petrolifera. Ma ormai il 2017 sarebbe già agli sgoccioli.