Stefano Caselli, il Fatto Quotidiano 19/12/2016, 19 dicembre 2016
UN CALCIO A PUGNO CHIUSO: PENSARE COL PIEDE SINISTRO
Rischiare più volte di farsi beccare armato per un controllo all’interno dello stadio, per via dell’irrefrenabile voglia di entrare al Comunale e vedere la Juventus. Lo racconta Patrizio Peci ne Io, l’infame (1983), l’autobiografia dell’ex capocolonna torinese delle Brigate Rosse che, con il suo pentimento, diede la spallata decisiva per la dissoluzione della più sanguinaria delle organizzazioni terroristiche europee di sinistra. Peci, marchigiano di San Benedetto del Tronto, come molti “emigrati” sotto la Mole, tifava Juve e abitava – ovviamente in clandestinità – dalle parti del Comunale. Fosse entrato in curva Filadelfia alla fine degli Anni 70, avrebbe avuto l’impressione di trovarsi in buona compagnia: la tifoseria di casa Agnelli – oggi feudo di estrema destra in odore di ’ndrangheta – allora si riuniva sotto striscioni come “Autonomia bianconera” e salutava con il sinistro gesto della P38.
Segno dei tempi. Anche in campo, allora, esistevano i “calciatori di sinistra”, oggi quasi estinti (come la sinistra, in fondo). Il valsusino Paolo Sollier, oggi allenatore dell’Osvaldo Soriano Football club, la nazionale italiana scrittori, lavorava alla Fiat Mirafiori nonostante si fosse iscritto all’università e frequentava Avanguardia Operaia. Tra una pressa e l’impegno politico amava tirare calci al pallone. Parecchio bene a quanto pare, dal momento che nel 1975 diventerà una colonna del primo Perugia a calcare i campi di serie A: quella maglia rosso fuoco donerà molto al gesto del pugno chiuso rivolto alla tifoseria prima di ogni partita, abitudine che lo ha reso icona per eccellenza del “calciatore di sinistra”. Negli stessi anni a calcare la serie A con le maglie di Torino, Milan e Sampdoria, c’era un altro extraparlamentare di sinistra (fronte Lotta Continua), il roccioso difensore Luciano Zecchini, che sulla politica non ha mai cambiato idea (come Sollier, del resto). Sempre in quel periodo si sedeva per la prima volta sulla panchina di una squadra di serie A (la Fiorentina) Renzo Ulivieri, meno extraparlamentare e molto più Pci. Oggi segretario dell’associazione italiana allenatori, è stato consigliere comunale comunista nella natia San Miniato, poi segretario della locale sezione di Sel in anni più recenti, fino alla candidatura (sfortunata) al Senato nelle politiche 2013.
In anni più recenti come dimenticare la maglietta con l’effigie di Che Guevara sfoggiata da Cristiano Lucarelli nel 1997 dopo un gol con la nazioanle Under 21 (“È il simbolo della tifoseria del livorno”, si giustificò) e le simpatie progressiste di un altro mito dei toscani amaranto, Igor Protti. Poi c’è Riccardo Zampagna, nato tra le acciaierie di Terni, cresciuto tappezziere e diventato attaccante di livello nei campi di mezza Italia, tra Messina e Bergamo, anche lui col Che tatuato sulla pelle. Meno estroverso ma ugualmente “impegnato” è stato Fabio Artico, un’ottima carriera in serie B (cannoniere della storica promozione in A della Reggina nel 1999) e sporadiche apparizioni in serie A prima di diventare il bomber di Alessandria (58 reti, quinto marcatore della storia) nonchè consigliere comunale di sinistra nella giunta della sindaca Rossa appena dopo il ritiro.
Venendo ai giocatori in attività, si potrebbero citare Nicolas Burdisso (argentino capitano del Genoa) e Iago Falque (punta del Torino, la cui madre è un importante esponente del Psoe in Spagna), ma si rischierebbe di togliere spazio allo spagnolo Quique Peinado e al suo Calciatori di sinistra (Isbn edizioni), storie di calcio “ribelle” dagli Anni Trenta a oggi. In origine fu Matthias Sindelar, attaccante del Wunderteam austriaco che, dopo l’Anschluss nazista, rifiutò di giocare per la nazionale del Reich tedesco e morì misteriosamente nel 1939. Poi arrivò Just Fontaine, bomber della nazionale francese (suo il record di reti – 13 nel 1958 – in un solo Mondiale) che fondò il primo sindacato dei calciatori in reazione al suo stipendio troppo alto rispetto ai compagni. E poi il Sudamerica, terra di elezione del calciatore ribelle: dal cileno Caszely che rifiutò di stringere la mano a Pinochet e che portò in tv – alla vigilia del referendum che segnò la fine della dittatura – la madre torturata dal regime, alla “democratia corintiana” del dottor Socrates, passando per il centrocampista scrittore, l’argentino Jorge Valdano, compagno di nazionale di un altro calciatore genericamente di sinistra, ma un po’ casinista conosciuto come Diego Armando Maradona.