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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

IL NO HA FATTO DA CATALIZZATORE DI TUTTI I MAL DI PANCIA, ANCHE QUELLI CON IL CAPUFFICIO– [Myrta Merlino] La signora che ha sdoganato la fascia oraria mattutina portando in quelle ore casalinghe il vento del talk show dice che dal suo osservatorio privilegiato il risultato del referendum lo si sentiva arrivare, eccome

IL NO HA FATTO DA CATALIZZATORE DI TUTTI I MAL DI PANCIA, ANCHE QUELLI CON IL CAPUFFICIO– [Myrta Merlino] La signora che ha sdoganato la fascia oraria mattutina portando in quelle ore casalinghe il vento del talk show dice che dal suo osservatorio privilegiato il risultato del referendum lo si sentiva arrivare, eccome. L’aria che tira la si sente soffiare ogni mattina in questa trasmissione di due ore e mezzo condotta da Myrta Merlino con “pochi mezzi” e piglio deciso ma spesso alleggerito da una solare napoletanità, e da due bicipiti sempre in mostra, anche loro sdoganati da tempo da Michelle Obama. Cerchiamo di capire come funziona la macchina dell’Aria che tira, 6 per cento di ascolto medio con puntate record oltre il 9 per cento, programma che uno dei suoi ospiti ritornanti, Gennaro Migliore, ex rifondativo passato a fare il sottosegretario alla Giustizia nel governo Renzi appena defunto, definisce la “trasmissione generalista perfetta”. Ogni mattina da voi va in onda l’Italia del malessere. 
«Il nostro Paese è pieno di grandi malesseri, il populismo esiste e ha a che fare con i problemi reali: i poveri, i migranti, il lavoro, le periferie. L’Italia dolente bisogna raccontarla. Il populismo non risolve i problemi ma per combatterlo serve guardare in faccia la realtà con tutti i suoi difetti, non raccontare solo il meglio». Ma non siete stati troppo populisti? «Noi la raccontiamo questa Italia, senza schierarci. Facciamo servizio pubblico, facendo sentire le voci di tutti, per far capire. La verità è che questo No ha fatto da formidabile catalizzatore di tutti i mal di pancia possibile, anche quelli con il capufficio. Ha attirato tutto come una calamita. Ho intervistato un signore di un paese toscano che voleva votare sì, ma poi l’idea che si potesse decidere la costruzione di un inceneritore nella sua zona l’ha convinto a dire no. Chiunque aveva qualcosa da ridire ha usato questo No per lanciare il suo piccolo vaffa». C’è stato però anche un voto clientelare, di categoria? «Sì certo alcuni mondi erano arrabbiatissimi, dagli insegnanti ai tassisti, ma d’altra parte tanti hanno avuto molto da Renzi, dalla Confindustria ai pensionati. Ad esempio, Renzi si è dedicato moltissimo al Sud ma il Sud non ha risposto. Perché al Sud come in altre zone del Paese, ad esempio la Sardegna, la gente sta male e alla fine il referendum è stato un derby tra ricchi e poveri, più che un derby tra voto di pancia e voto di testa». Anche se ha avuto a modo suo ragione Grillo con il richiamo al voto di pancia... «Grillo aveva lanciato il vaffa day nel 2007, un’ intuizione. Questo è un Paese che non ama essere riformato, va avanti a galleggiare, non ama i leader forti, gli van bene per un po’, poi vuole resettarli. Il No è stato come uno strumento personale, ancestrale per dire “Io non ci sto”, come per i bambini. Il No di un Paese fragile, arrabbiato, non capito». Un’Italia come tutto il resto del mondo, in questo momento. È un venticello universale. 
«Certo, tutto sta su una stessa linea, la Brexit, Trump, un malessere universale all’insegna della paura e del “temo che potrei star peggio”, e dietro c’è la globalizzazione. La velocità di Renzi può piacere a chi in qualche modo è élite, non al Paese fragile, che vuole un piccolo mondo antico e che ha riscoperto il voto come qualcosa di attrattivo, l’ultima trincea di chi non conta. Gente che dice il futuro mi fa paura, non voglio la competizione, metto i soldi sotto il materasso e sacchi di sabbia davanti alle finestre, come cantava Dalla fotografando l’ansia dell’Italia del 1979». A fronte di questo malessere universale c’è anche la responsabilità dei media: come devono comportarsi?
 «Adesso non è certo il caso di soffiare sul fuoco, bisogna far passare questo mantra, analizzare per far capire che non può essere la paura a guidarci. L’altro giorno alcuni ospiti mi hanno detto: “Ma alla fine tu cosa hai votato, non si è capito”. Per me è stata una medaglia, un plus». Ma non la preoccupano tutte le post verità che hanno animato la campagne elettorali in tutto il mondo, attraverso la Rete? «Mi preoccupano e tanto. Anche noi siamo vittime degli insulti, volgari, immotivati, ti insultano a prescindere. I renziani ci accusavano di essere grillini, e viceversa. Addirittura alcuni simpatizzanti dei Cinque Stelle hanno invitato a boicottare i prodotti che fanno pubblicità da noi. Umberto Eco diceva che i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino; e senza danneggiare la collettività. Adesso quell’analisi di Eco risulta quasi ottimista. Per me queste persone che scrivono cose false con nomi fasulli, sono come incappucciati che passano il tempo ad avvelenare i pozzi, la rete sdogana i peggiori pruriti. Quando Grillo dà della “scrofa ferita” a Renzi è grave, è come dire liberi tutti. Le parole sono pietre e il lancio delle pietre sta diventando sempre più pericoloso, anche perché giorno dopo giorno volano pietre sempre più grosse...» Il segreto, dunque, della trasmissione generalista perfetta, oltre alla rivendicata equidistanza? «Le risponderei con le
parole che ho trovato
nel piano editoria-
le per la Rai di Carlo
Verdelli, pubblicato
sull’Espresso: quando
analizza la concorren-
za e parla di noi dice
due cose. Primo dop-
pia resa con poca spesa: siamo 18 persone, molto dedicate. E poi ci riconosce un “Approccio competente ma non serioso”, da noi circola anche leggerezza, ironia. Un modo per fare passare un politically incorrect accettabile?
 «Direi che da noi c’è un clima diverso, parliamo di tutto e vale tutto, ma poi c’è sempre un limite, l’educazione. E alcuni pezzetti di verità miei personali sui quali mi impegno, e non transigo: ad esempio la battaglia sulle unioni civili e quella contro l’insulto sessista». Educazione e ironia funzionano con tutti? «Beh, persino Massimo D’Alema quando è venuto qui si è talmente rilassato, che è stato D’Alema allo stato puro. Ha detto che Renzi è un monumento all’arroganza, e quando gli ho fatto presente che anche lui in fatto di arroganza non scherza ha risposto: “La mia semmai è arroganza intellettuale, gli altri twittano, ma per noi che qualche libro in più lo abbiamo letto, se la spocchia viene, è legittima”. Ma non ha paura, con questa spocchia, di restare solo? gli ho chiesto, in fin dei conti l’hanno lasciata tutti i suoi fedelissimi, da Orfini a Cuperlo a Rondolino. E lui: “Preferisco star solo, come gli animali nobili che vivono soli”». Quasi un esercizio maieutico... «Io sono spudorata, perché, come dicono i miei autori, non mi tengo un “cecio in bocca”. E d’altra parte se sei sempre in onda come fai a fingere? Diventi schizofrenica, finisci per avere problemi di personalità. Puoi fingere per alcuni minuti, un’oretta, ma se stai tutti i giorni in tv non puoi. E anche se vengo dalla scuola di Giovanni Minoli, il mio maestro, con le domande tutte strutturate, preparate, ben corrette... poi ho scoperto anche il piacere dell’opposto, la forza della spontaneità. Dopo 210 puntate, quando stai due ore e mezzo tutti i giorni in diretta, con uno dei tuoi tre figli che ha 40 di febbre e non sei riuscita a leggere e a prepararti come avresti voluto... finisci per dire quello che pensi, vai di adrenalina. È la mia forza ma è un bello stress, perché se sbagli la faccia ce la metti tu: l’anno scorso ho dovuto fermarmi per un improvviso problema di pressione alta». Due anime televisive, quella santoriana, più di cuore, contro quelle minoliana, che convivono in lei. Tutto, del resto, comincia a Napoli, con mamma e papà, Anna Maria e Giuseppe – due intellettuali anche loro molto competenti, lei sinologa ex direttrice dell’Istituto italiano di cultura a Pechino, lui docente all’università, francesista specialista di Proust – ma di carattere opposto.
 «Sì con una madre super intellettuale, colta ma aperta, solare, molto Napoli, e papà sempre discreto, severo, alla fine ho preso da entrambi, sono spontanea come mamma, ma so tenere i nervi a bada, è l’aspetto razionale di papà». E poi c’è l’editore, con fama di essere molto presente. 
«L’Aria che tira va in replica tutte le notti: sai com’è... da noi non si butta niente. E Urbano Cairo che è workaholic mi guarda a quell’ora e mi manda sms in piena notte con appunti molto precisi e consigli su cosa avrei dovuto fare, insomma è un editore che dà il privilegio della totale libertà editoriale, ma è attivo h 24, non gli sfugge niente e per lavorare con lui devi essere infaticabile». È vero che Giovanni Stella, amministratore delegato a La7, quando lei cominciava con L’aria che tira le ha detto con eloquio suo tipico (era detto Er canaro): “Ah Myrta, la fighetta lasciala fare alla Bignardi. Tu sei napoletana, sciojete”, come ha raccontato Prima Comunicazione? «Mi ha detto così, vai de core, e ci ha visto giusto. Mi ha anche detto tagliati questi capelli, “così ti abitui a essere una ex-gnocca”. L’ho fatto e mi sento più rassicurante, più normale, più signora. E ora in tv, grande soddisfazione, piaccio più alle donne che agli uomini.