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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

QUANDO B. SPINSE BOLLORE’ A PRENDERSI TELECOM ITALIA

S’ode a destra uno squillo di trombone, lo statista Pier Ferdinando Casini: “Su Mediaset si realizza un’unità nazionale a difesa dell’italianità di una azienda strategica”. Da sinistra risponde uno squillo, Stefano Fassina di Sinistra italiana: “Mediaset è un asset per l’Italia. Il governo deve intervenire”. D’ambo i lati calpesto rimbomba: difendiamo le aziende strategiche.
Nel gergo politico deve intendersi “strategica” l’azienda in grado di invitarli a talk show trasmessi su reti tv nazionali. Per esempio la Rai è strategica, dice Graziano Delrio ministro delle Infrastrutture. Oppure è strategica l’azienda che custodisce i gioielli tecnologici del Paese, per esempio Striscia la notizia.
Lunedì scorso l’amministratore delegato francese di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, ha venduto alla francese Amundi (controllata da Société Générale e Crédit Agricole), la Pioneer, colosso della gestione del risparmio. Ha incassato circa 4 miliardi, lo stesso valore di Mediaset. Pioneer raccoglie e reinveste 225 miliardi di euro di risparmi e ha in pancia una quantità imprecisata di titoli del debito pubblico italiano. Chissà se adesso che è francese investirà in modo diverso i soldi degli italiani. Forse è un po’ più strategica del Tg5, con tutto il rispetto. Ma nessuno ha fiatato.
Essi fanno gli arci-italiani con le aziende degli altri. Silvio Berlusconi – in questa fiera dell’ipocrisia – è il peggiore. Il 29 luglio 2014 ha ricevuto nella villa di Arcore il suo vecchio amico Vincent Bolloré e l’ha incoraggiato a perfezionare l’operazione che prima ha azzoppato Telecom Italia e poi gliel’ha consegnata. Pare di sentirlo: “Vincent, ti prego, lasciaci almeno i telefoni, vi siete già presi tutto, la Edison, la Parmalat, la Bnl, Cariparma… I telefoni no! Sono strategici”. La realtà è che a B. faceva comodo Telecom in mano all’amico, a cui stava appioppando quella groviera di Mediaset Premium, in vista delle celebri sinergie tra tv e telefoni. Matteo Renzi aveva appena vinto le Europee e il patto del Nazareno saldissimo consentiva tutto. Poi B. e Bolloré hanno litigato e ci tocca stare qui a fare il coretto: “Com’è Mediaset? È strategica!”. Mentre la Vivendi del finanziere bretone si è presa il controllo della rete telefonica nazionale senza che nessuno fiatasse.
A Bolloré la Telecom gliel’ha data Cesar Alierta, capo della spagnola Telefonica, che a sua volta l’ha avuta dal trio Mediobanca (di cui è il secondo azionista dopo Unicredit)-Generali (controllata da Mediobanca)-Intesa Sanpaolo. Era il 2013. Il presidente del Consiglio Enrico Letta non era preoccupato dell’italianità di Telecom, al contrario riceveva Alierta a Palazzo Chigi come un grande amico dell’Italia.
Nel 2007 però, quando Marco Tronchetti Provera sembrava sul punto di vendere Telecom all’americana At&t, il governo Prodi si mise di traverso in nome dell’italianità, finché riuscì a far coagulare il pacchetto Mediobanca-Generali-Unicredit (“senza intervenire”, disse mister Ulivo, lasciandoci intuire che aveva agito armato della sola forza del pensiero). Poi il trio dei salotti buoni si stufò di Telecom e l’italianità non interessò più a nessuno. Nei meandri della cosiddetta politica industriale (che non c’è) l’aggettivo “strategica” è quanto di più simile alla supercazzola del conte Mascetti. Nell’aprile 2007, quando fu garantita l’italianità di Telecom, il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni fu sobrio e misurato come sempre. “Esprimo soddisfazione”, disse, “si chiude una delicata fase d’incertezza per un’azienda così strategica”.
Nel 1999 il governo D’Alema tifò apertamente per la scalata a Telecom della rude razza padana di Roberto Colaninno, o almeno così sosteneva Fausto Bertinotti, che gli aveva appena spalancato le porte di palazzo Chigi impallinando Prodi. Bertinotti era infuriato, giudicava “un errore ingiustificabile” provocare il “pericolo di colonizzazione di un’azienda strategica”.
Sei anni dopo D’Alema difendeva l’italianità della Bnl, che sarebbe stata garantita dalla scalata del suo amico Gianni Consorte (Unipol), e accusava Bertinotti di stare con gli stranieri, precisamente con gli spagnoli del Banco di Bilbao, che ambivano. “Perché stai con i massoni di Bilbao?”, lo apostrofò.
Nel 2012 il ministro dell’Economia Vittorio Grilli si adoperò perché Cassa Depositi e Prestiti comprasse da Finmeccanica l’Ansaldo Energia, perché non finisse in mani straniere. Sapete perché? Era strategica. Adesso Grilli, nella sua nuova vita da banchiere d’affari per la Jp Morgan, sta cercando di convincere Cdp a vendere Ansaldo Energia ai tedeschi della Siemens.
C’è al mondo qualcosa di più strategico dei missili? Il numero uno di Finmeccanica Mauro Moretti sta vendendo ai francesi di Airbus il suo 25 per cento della Mbda, colosso paneuropeo della missilistica. È un gioiello, quel quarto del capitale vale 1,1 miliardi. Vendendolo Finmeccanica priva l’Italia di quel quarto di commesse che finora arrivano ad aziende di un indotto supertecnologico. Avete mai sentito parlare un politico della strategicità della Mbda? Non sanno nemmeno che esiste. Molto conosciuta invece la Selex, sempre gruppo Finmeccanica. Il sindaco di Firenze Dario Nardella, preoccupato per la sorte dei siti produttivi di Via Barsanti e Via Petrocchi, lanciò il grido di dolore: “Selex è un’azienda strategica”. Come se fosse antani.