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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

RE GIORGIO INVESTE IL PREDILETTO ORLANDO

L’unzione dell’Emerito Nonagenario. Plateale. Mercoledì scorso, al Senato, durante il dibattito sulla fiducia al governo di Paolo Gentiloni. Il salone Garibaldi, già Italia, è il Transatlantico di Palazzo Madama. Una passeggiata né breve né lunga, venendo dall’aula, fino alla buvette o a una delle uscite laterali, sempre in fondo. Una coppia avanza lentamente. Tutti guardano. Molti salutano con deferenza istituzionale, un po’ servile. Giorgio Napolitano, sovrano indiscusso per nove anni infiniti, si fa strada con il bastone, utile anche per allontanare qualche giornalista che si avvicina. È a braccetto con Andrea Orlando, il Guardasigilli uscente e rientrante. Camminare a braccetto, per il Transatlantico, è un’atavica consuetudine della Prima Repubblica. Ma questa passeggiata contiene simboli e messaggi, almeno stando ai primi commenti sottovoce di alcuni senatori del Pd. È un’unzione reale, un’investitura con tutti i crismi. Un po’ come accade in certi paesi, soprattutto al Sud, quando il Grande Vecchio del posto passeggia con la Giovane Promessa per il corso principale. Una comunicazione “vivente”, in carne e ossa.
Domenica scorsa, nelle fatidiche e frenetiche ore della formazione del nuovo esecutivo gentiloniano, Andrea Orlando è stato tormentato da amletiche riflessioni. Per la serie: entro o non entro? A svelare l’arcano un parlamentare che si professa suo amico e lo ha sentito in quelle ore di domenica pomeriggio. Disse al cronista, sei giorni fa: “Andrea sta decidendo: forse il ruolo da ministro gli complica la candidatura a segretario”. Poi, i dubbi personali sono sfociati nella conferma a ministro della Giustizia. Ma il tam tam non si è placato. Anzi. È aumentato. Al punto che ieri Bianca Berlinguer, su Raitre, ha avuto Orlando come ospite e glielo ha chiesto: “Si candida a segretario?”. Risposta bizantina, veterocomunista: “Adesso è il momento delle idee. Abbiamo più candidati che idee e la candidatura di Renzi non basta a recuperare il rapporto con i ceti popolari”. Insomma, la questione è apertissima.
Quando è tornato a Palazzo Madama da senatore a vita, l’Emerito Napolitano si è iscritto a un gruppo diverso da quello del suo storico partito. Si è iscritto al Gruppo per le Autonomie e sta in mezzo a tirolesi, socialisti e argentini eletti all’estero. Ancora prima di Renzi e ancora più di Renzi, l’egemonia di Napolitano dal Quirinale ha avuto un impatto devastante sulla Ditta rosso antico del Pd. Di più: l’ha rasa al suolo con il metodo dello spietato realismo togliattiano. Del resto, ci sarà stato pure un motivo se Napolitano è sempre stato minoranza nel Pci-Pds e non gli hanno fatto fare mai il segretario, per due volte. L’Emerito dapprima ha distrutto Bersani, con l’incarico a Monti nel 2011, poi ha consegnato il governo a Letta.
L’ascesa di Renzi se l’è trovata, al Quirinale, come un imprevisto della storia. L’impeto ciarliero del Rottamatore non gli è mai piaciuto ed è per questo che ha tentato di dirigerlo e guidarlo. Invano. Fece clamore, nel dicembre di due anni fa, quel passaggio finale in un denso discorso contro il grillismo come “patologia eversiva del sistema”, all’Accademia dei Lincei, a Roma. Napolitano avvertì anche l’allora premier Renzi, senza citarlo, denunciando e stroncando “i banditori di smisurate speranze”. Di lì a qualche giorno sarebbe arrivata la conferma delle sue dimissioni dal Quirinale, dopo nove, anomali anni di regno. Ufficialmente per motivi di salute causati dall’età.
Durante la nascita del governo Renzi, fu proprio Napolitano a imporre Andrea Orlando come Guardasigilli. Il Rottamatore, in quella casella, aveva inserito Nicola Gratteri, magistrato. Re Giorgio obiettò che non era il caso. Adesso la passeggiata dei due, mercoledì al Senato, è un segnale preciso nel magma democratico di questi giorni. Racconta un parlamentare antirenziano: “Renzi ha lanciato un’Opa totalitaria sul partito. Una contro-Opa, che vada da Franceschini a Bersani, può essere rappresentata solo da Orlando”. Di qui i tormenti di domenica pomeriggio del ministro quasi cinquantenne.
Insieme con Orfini, Orlando guida la corrente dei Giovani Turchi. Figli del carisma dalemiano, hanno sempre prediletto e predicato “la presa del potere”. Ecco perché, nel volgere di un nanosecondo, da pilastri del bersanismo sono diventati pretoriani della nuova era, con l’etichetta di diversamente renziani. Ma il nuovo cambio di regime o ribaltone non li vede più uniti. Quando, sempre domenica, il valente Orfini ha offerto a Renzi il sostegno dei Giovani Turchi, Orlando gli ha mandato un messaggino gelido: “Sia chiaro che parli solo a nome tuo”.
A detta degli amici, il punto debole di Orlando è la mancanza di grinta, se non di coraggio. Ma la spinta di Re Giorgio può essere decisiva per salvare il Pd dalla “follia” renziana o dalle divisioni delle varie minoranze, che hanno già due candidati in pectore: il bersaniano Roberto Speranza e l’outsider pugliese Michele Emiliano. Con la corsa di Orlando per la segreteria, i Giovani Turchi si metterebbero in proprio per la prima volta. Qualcuno li chiama Tirchi, non Turchi, per l’avido cinismo. D’Alema, che li ha disconosciuti da tempo, li marchiò così, tre anni fa: “Vedo finalmente dei giovani turchi che fanno qualcosa di interessante. Peccato che stiano a Istanbul”. Ora, forse, stanno anche al Nazareno. Chissà.