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 2016  dicembre 08 Giovedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - MATTARELLA COMINCIA E

LE CONSULTAZIONI

REPUBBLICA.IT
ROMA - La crisi è iniziata ufficialmente alle 19 di ieri, mercoledì 7 dicembre 2016. E oggi sono cominciate le consultazioni, alla ricerca di una via d’uscita che - a leggere le dichiarazioni pubbliche dei leader dei partiti, sembra difficile. I primi a salire al Quirinale per incontrare Mattarella sono stati i presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, e il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma la politica e il Colle sono in fibrillazione da giorni e i contatti nei palazzi sono frenetici. Tutti parlano con tutti, tutti fanno ipotesi. Un punto sembra più saldo degli altri: esattamente tra una settimana, il 15 dicembre, si riunisce il Consiglio Europeo. Per quella data, il Quirinale vorrebbe avere un nuovo governo in grado di rappresentare l’Italia al tavolo dei 27 leader. Un vincolo temporale che restringe molto il campo delle possibili soluzioni alla crisi: di fatto, gli unici nomi in grado di arrivare credibilmente all’incarico e al giuramento (non alla fiducia) per quella data sono lo stesso premier uscente Renzi (il cui reincarico continua a essere l’opzione più gradita a Mattarella), l’attuale ministro dell’Economia Padoan, o l’attuale ministro degli Esteri Gentiloni.

L’INTERVISTA Di Battista: "Subito al voto, poi referendum sull’euro"

Il compito principale del nuovo governo sarebbe la nuova legge elettorale. Solo alcuni - dentro il Pd - sperano di poter arrivare al 2018, la fine della legislatura. L’ipotesi reincarico si scontra con il no di Renzi, che vorrebbe sfilarsi e indica due vie: elezioni subito dopo la sentenza della Consulta sull’Italicum, attesa il 24 gennaio, o un governo di responsabilità nazionale con una maggioranza larga, fino alla fine della legislatura.

Di tornare subito alle urne lo chiede il leader della Lega, Matteo Salvini, che su Facebook torna all’attacco dell’esecutivo e scrive: "Il governo vuole imporre con la forza l’accoglienza di migliaia di immigrati anche ai 5.400 Comuni che fino ad oggi hanno detto no. E vuole regalare ai "sindaci buonisti" 500 euro per ogni immigrato ospitato. Ma quale governo? A casa Renzi e Alfano, e a casa anche i 174.000 sbarcati quest’anno! Solo una strada: voto subito".

"#IoVoglioVotare: no a un governo lacrime e sangue" è la dichiarazione che Beppe Grillo affida a Twitter e sul suo blog si legge: "La legge elettorale c’è già. E se i parlamentari non maturano la loro pensione d’oro chi se ne frega!". Per i 5 Stelle "ci aspetta un anno durissimo, che deriva dalla totale irresponsabilità del governo. L’unica soluzione per evitare un nuovo governo al guinzaglio di Bruxelles è il voto popolare, il più presto possibile". E il movimento torna a candidarsi per la guida del Paese: "A questa nuova ondata di austerità c’è una sola alternativa, un governo politico a guida M5S". Di elezioni subito, sul fronte dei Cinque Stelle, parla anche Luigi Di Maio, che però tratteggia uno scenario parzialmente diverso: "Renzi si è dimesso: resta in carica per forza per gli affari correnti, il Parlamento mette in calendario la legge elettorale, si fa, si aspetta la sentenza della Consulta e si va a votare".

Le consultazioni continueranno fino a sabato, poi il presidente si prenderà la domenica di riflessione e dovrebbe lunedì annunciare la sua soluzione alla crisi. Anche se non è possibile escludere un nuovo round di consultazioni.



L’ESPRESSO
MARCO DAMILANO SULL’ESPRESSO

«L’incarico a Moro», titolava "La Repubblica" il 14 gennaio 1976, anno 1 numero 1 del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’editoriale di quel giorno si intitolava: «È vuoto il palazzo del potere». E la vignetta di Giorgio Forattini, nella pagina 6 dei commenti, mostrava Aldo Moro nelle porte girevoli: presidente del Consiglio uscente e rientrante, pronto a essere incaricato di nuovo.

A parte l’abitudine di chiamare oggi le porte in inglese (slinding doors), non è cambiato molto da quarant’anni fa. La crisi si avvia e si avvita secondo i riti e le abitudini della Prima Repubblica. Di quando le consultazioni duravano settimane, il premier si chiamava presidente del Consiglio, il dimissionario era pronto a fare il bis.
Aldo Moro nelle porte girevoli: la...
Aldo Moro nelle porte girevoli: la vignetta di Forattini sul primo numero di Repubblica

«Sentito il Consiglio dei ministri (Forlani dice parole toccanti per me), vado al Quirinale a dar le dimissioni», scriveva Giulio Andreotti sul suo diario il 16 gennaio 1978. «Inizia subito la autorevole passerella televisiva nel Palazzo che vide eleggere Papi e morire il primo re d’Italia. Leone mi ha detto: "Ci vedremo per la reincarnazione"». Cadeva, in quell’occasione, il governo della non-sfiducia, un monocolore (tutti i ministri democristiani) retto dall’astensione degli altri partiti, Pci compreso. A inventare la formula era stato Luigi Cappugi, collaboratore di Andreotti a Palazzo Chigi. E il Divo Giulio ricordò che nella sua infinita prudenza Alcide De Gasperi al prete che durante le nozze gli chiedeva se volesse prendere per sposa la sua Francesca rispose: «Non dico di no».

In cinque giorni siamo passati dalla nettezza del Sì e del No, due caselle forzate, troppo strette per contenere la rabbia e la speranza della società italiana, alle mille sfumature delle formule old style: governo di responsabilità, governo di tutti, governo istituzionale, reincarico, parlamentarizzazione della crisi, Renzi bis. Giuliano Ferrara ha ricordato sul "Foglio" che nel 1987 pur di sloggiare Bettino Craxi da Palazzo Chigi e non fargli guidare le elezioni anticipate la Dc arrivò a sfiduciare un governo composto dai suoi ministri, il Fanfani VI. Tra i più convinti di quel passaggio c’era il deputato palermitano Sergio Mattarella.

Oggi tocca a lui, il presidente della Repubblica, sbloccare la crisi. Tornata alle porte girevoli di quarant’anni fa. Renzi annuncia l’addio e gli scatoloni, ma potrebbe fare il bis e forse vuole restare in carica con il suo governo. L’addio di oggi, il ciao, è un investimento sul futuro, la scommessa che gli altri non ce la faranno. I partiti del no, M5S e Lega, si dicono indisponibili a sostenere un nuovo governo, ma proprio l’esigenza di andare in tempi rapidi al voto anticipato potrebbe spingerli a cambiare idea: votare la fiducia, o almeno astenersi, su un nuovo governo elettorale, con Renzi lontano da Palazzo Chigi e dalle leve del potere. Uno scenario che potrebbe interessare anche Silvio Berlusconi.

Il remake della Prima Repubblica raggiungerebbe il punto più alto con il ritorno di sua maestà la legge proporzionale: ognuno per sé e poi dopo il voto si vede. Ogni voto si conterà e si peserà nel grande Cda della politica. Torneranno di moda le coalizioni: ne ha parlato di sfuggita Renzi alla direzione del Pd quando ha accennato alla cosa di sinistra che vorrebbe mettere in piedi Giuliano Pisapia. E forse, allora, torneranno di moda le direzioni di partito segrete, non più in streaming, le cene di corrente riservate, il manuale Cencelli per le nomine governative. O forse alcune di queste cose non sono mai passate di moda.

Governo istituzionale: sarebbe guidato dal presidente del Senato Pietro Grasso, nella Prima Repubblica non c’è mai stato, i dc diffidavano dei governi del presidente, li consideravano l’anticamera di un ingresso del Partito comunista nell’area di governo, oggi avrebbe l’obiettivo di coinvolgere M5S.

Governo tecnico: sarebbe guidato da Pier Carlo Padoan, il modello è il governo di Lamberto Dini, ministro uscente del governo Berlusconi. Non andò molto bene, Dini fece il ribaltone e il suo governo fu sostenuto dalle ex opposizioni Pds-Ppi contro Forza Italia.

Governo politico: la definizione è bizzarra, dato che ogni governo è politico, ma significa che la guida spetta a un esponente del partito più grande, anche se non il leader. Presieduto dunque da un renziano di stretta osservanza (Paolo Gentiloni più di Graziano Delrio), così come nella Prima Repubblica i capi dc spedivano a Palazzo Chigi nei momenti più caldi un nome politicamente debole, senza truppe sue: Emilio Colombo nel 1970, Giovanni Goria nel 1987. Il bis: lo fanno i big, i pesi massimi, per rimpastare la squadra e rafforzarsi, almeno in apparenza: Andreotti, Moro, De Gasperi, Fanfani...

Governo balneare: di breve durata, per svelenire il clima (si diceva: decantare), l’esperto era Giovanni Leone che ne fece due, nel 1963 e nel 1968. Oggi sarebbe il governo della settimana bianca.

Infine, c’è l’addio del leader: c’è un solo un precedente, nel 1959, quando il toscano Fanfani lasciò in un colpo solo presidenza del Consiglio, segreteria della Dc e ministero degli Esteri. E sparì dalla circolazione. Volatilizzato, scomparso, inaccessibile anche ai richiami del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Quando ritornò in pubblico ostentava distacco dai complotti dei suoi amici di partito, la Dc, si fece fotografare a passeggio con la moglie al Gianicolo. In realtà aspettava il momento giusto per tornare. Ma andò male: il partito lo mise in minoranza e perse tutto. Una lezione che Renzi farebbe bene a studiare, oggi che ha passato la giornata a Pontassieve in ritiro, come il generale De Gaulle in attesa di essere richiamato: diventerà la sua Colombey-les-Deux-Églises, Rignano sur Arne?



Renzi, il ritorno a casa a Pontassieve, giornata in famiglia
E’ tornato a casa, a Pontassieve (Firenze). 8 dicembre in famiglia per il segretario del Pd e presidente del Consiglio dimissionario Matteo Renzi. Esce di mattina presto dalla sua abitazione e in macchina accompagna i figli a giocare a pallone. Poi torna a casa e resta a pranzo con Agnese e i ragazzi. Nessuna dichiarazione, abbassa soltanto il finestrino e saluta.



MELI SU CDS
«Mi pare che abbiamo stabilito un buon percorso. La partita ora è nelle mani di quelli del fronte del No, devono essere loro a dire che cosa vogliono fare»: in serata, dopo la Direzione e l’incontro con Mattarella, Renzi appare più rilassato. Non sembra nemmeno troppo preoccupato dell’operazione che Dario Franceschini, soprannominato Tarzan da quelli del Pd, per la facilità con cui salta di corrente in corrente, e Andrea Orlando stanno conducendo in queste ore. L’obiettivo? Duplice. Il primo presiederebbe il nuovo governo, il secondo contenderebbe a Renzi la segreteria. Confidava l’altro giorno ad alcuni parlamentari del Pd Franco Marini: «Già un mese fa Dario mi ha detto che se fosse andato male il referendum era pronto un accordo per fare un nuovo governo». Con il sostegno (mascherato) di Berlusconi, sospettano i renziani.

«Parliamoci chiaramente»

Ma in questa serata in cui «finalmente» il segretario può «tornare a casa», niente sembra turbarlo. E riprende i suoi ragionamenti: «Voglio togliere a quelli del fronte del No ogni tipo di margine. Si inventassero un nome se sono in grado. Adesso Salvini, che vuole le elezioni, deve dire con quale governo intende arrivarci. E i 5 Stelle, lo stesso. Dicono che bisogna andare alle urne? Spieghino come. Vogliono un governo istituzionale per andare al voto? E Forza Italia che intende fare? Vuole, chessò, un esecutivo Franceschini? Lo dica pubblicamente. Anche se magari non intendono sostenere nessun governo tutti devono spiegare come pensano di affrontare il percorso». Già, perché secondo Renzi «non può essere che solo il Pd si debba assumere responsabilità e oneri: noi siamo pronti e disponibili a tutto. Però non ci facciamo inchiodare così». Ma a questo punto quale potrebbe essere lo sbocco della crisi? «Parliamoci chiaramente — spiega Renzi — nel momento in cui si fa un nuovo governo con uno dei nomi che circolano, Padoan o altri, poi non si può dire che durerà tre mesi. Abbiamo il G7 a maggio a Taormina, non scherziamo. Al massimo riusciamo ad anticipare di qualche mese le elezioni e a farle a novembre». Insomma, un governo Gentiloni o Padoan durerebbe.

«Palla nell’altro campo»

C’è un unico modo per andare speditamente alle urne. Con Renzi stesso. Il segretario lo sa bene: «Certo, se rimanessi io si potrebbe arrivare a votare anche a marzo. Ma figuriamoci se Salvini o i 5 Stelle, che vogliono le elezioni anticipate, dicono che devo restare io». E poi c’è un altro problema. Che riguarda direttamente Renzi: «Se io accettassi un’ipotesi del genere perderei la faccia e tutti direbbero che ho fatto la manfrina». Dunque, per Renzi «la palla ormai è nell’altro campo». Quanto al Pd, Renzi, che non parteciperà alle consultazioni, ha deciso che vi sia un dibattito in «streaming», alla «luce del sole», in Direzione, dopo gli incontri di Mattarella: «Così nessuno si potrà nascondere e ognuno dovrà rivelare le sue vere intenzioni». Lui in questa fase resterà un po’ defilato, ascolterà il suo partito ma non imporrà nessun diktat. E si occuperà del futuro del centrosinistra, coltivando il rapporto con Giuliano Pisapia. Anche il suo grande avversario, D’Alema, si terrà lontano dal dibattito. O, almeno, così ha assicurato l’ex premier a più di un interlocutore: «Io torno a Bruxelles. Ho salvato l’Italia. Se c’è bisogno mi richiamate».