Francesco Viviano, il venerdì 2/12/2016, 2 dicembre 2016
DALLA CHIESA, IN CASSAFORTE I BROGLI DEL 2 GIUGNO ’46
PALERMO. Quali documenti e segreti conteneva la cassaforte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, trovata vuota nella sua residenza di Villa Pajno, a Palermo, dopo la sua uccisione il 3 settembre dell’82?
Nessuno lo ha mai saputo, soltanto “voci” e “indiscrezioni” su documenti scottanti e su segreti rimasti sempre tali. Quel che è certo è che, dopo l’agguato al generale, nel quale venne uccisa anche la moglie Emanuela Setti Carraro e un agente, nelle stanze in prefettura qualcuno aprì la sua cassaforte e la svuotò. «La mattina dopo l’omicidio andammo a casa di mio padre e la cassaforte era chiusa» ha dichiarato più volte Nando Dalla Chiesa. «Chiedemmo ai collaboratori domestici e poi guardammo nel mobiletto. Ma c’erano solo cassetti vuoti. La settimana dopo tornammo e nel cassetto spuntò una chiave su cui c’era scritto “cassaforte”. La aprimmo, ma dentro c’era solo una scatola vuota».
Adesso, a distanza di 34 anni, agli atti dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, è finita una lunga deposizione di un generale dei carabinieri in pensione, Nicolò Gebbia, che fu tra l’altro comandante provinciale a Palermo. L’ufficiale ha svelato un segreto che avrebbe appreso dal padre (anche lui generale dell’esercito e intimo amico di Romolo Dalla Chiesa, fratello di Carlo Alberto) prima che morisse: «In quella cassaforte» ha dichiarato Gebbia al pubblico ministero Antonino Di Matteo, «doveva esserci anche una relazione di servizio dei carabinieri del Quirinale, redatta subito dopo il risultato del referendum del 2-3 giugno del 1946 che sancì la nascita della Repubblica italiana e l’abolizione della Monarchia, una relazione che confermava i presunti brogli elettorali a favore della Repubblica».
Il referendum del ‘46 vide 12.717.923 (54,3 per cento) cittadini favorevoli alla repubblica e 10.719.284 (45,7 per cento) alla monarchia. Erano i carabinieri insieme alla polizia speciale costituita per il referendum (e composta da ex partigiani) a sorvegliare i seggi e controllare lo spoglio. Secondo alcuni storici il 4 giugno, a metà spoglio, i carabinieri avevano comunicato a papa Pio XII (non è stato però mai spiegato perché) che la Monarchia si avviava a vincere. Poi le cose cambiarono. La vittoria della Repubblica fu proclamata dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946. La notte fra il 12 e 13, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi, prendendo atto del risultato, assunse le funzioni di capo provvisorio dello Stato. L’ex re Umberto II lasciò volontariamente il Paese il 13, diretto a Cascais, nel sud del Portogallo, senza nemmeno attendere i risultati definitivi e la pronuncia sui ricorsi, che saranno respinti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno. Subito dopo il referendum non mancarono scontri provocati dai sostenitori della monarchia: si contarono anche alcune vittime, come ad esempio a Napoli, in via Medina, nove i morti, un centinaio i feriti.
Ma torniamo a quella relazione di servizio che sarebbe stata scritta dal maggiore dei corazzieri in servizio al Quirinale, Riario Sforza. L’ufficiale scriveva che durante lo spoglio delle schede del referendum, scendendo in alcuni scantinati assieme al corazziere Tommaso Beltotto, aveva trovato decine e decine di scatoloni con le schede già prevotate a favore della repubblica. La relazione venne consegnata al re Umberto di Savoia che la girò al Comando generale dei carabinieri. Ma l’Arma preferì non immischiarsi in una vicenda delicata, che tra l’altro avrebbe potuto provocare nuovi tumulti. Così fu deciso di rispedire quella relazione a re Umberto, affidandola all’allora generale Romano Dalla Chiesa (padre di Romolo e Carlo Alberto) che, racconta sempre Gebbia, mentre si dirigeva al Quirinale si sarebbe fermato da un notaio amico e avrebbe fatto autenticare la relazione. Lo scopo? Conservarla in cassaforte, a futura memoria. Tanti anni dopo quelle carte entrarono infine in possesso del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che a sua volta le avrebbe custodite e poi, inviato a Palermo in qualità di prefetto antimafia, le avrebbe conservate nella cassaforte di Villa Pajno.
A svelare questo retroscena sui brogli e sulla relazione di servizio del maggiore Riario Sforza, sarebbe stato Romolo Dalla Chiesa, anche lui generale, vice comandante generale dei carabinieri e iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli (dove successivamente si iscrisse anche il fratello Carlo Alberto). Un segreto che Romolo avrebbe svelato solo al suo amico e compagno di corso all’Accademia militare di Modena, Antonino Gebbia, padre di Nicolò e generale dei carristi nell’esercito.
«Romolo Dalla Chiesa», ha dichiarato Nicolò Gebbia al pm Nino Di Matteo «era uno degli amici più intimi di mio padre. Si erano conosciuti all’Accademia di Modena dove frequentarono lo stesso corso, “l’83 Corso Rex”. Un’ amicizia che durò fino alla loro morte. Romolo partecipò a Palermo all’addio al celibato di mio padre. L’ultima volta che s’incontrarono fu proprio al quarantennale del loro corso, a Modena: fu lì che il fratello del generale Dalla Chiesa raccontò tutta la storia a mio padre».
Quel documento sui presunti brogli redatto dal maggiore dei corazzieri Riario Sforza, racconta Gebbia, faceva gola a Licio Gelli che avrebbe fatto di tutto per averlo. E proprio per questo motivo il Gran Maestro della P2 avrebbe avvicinato e poi accolto tra le sue fila anche Carlo Alberto Dalla Chiesa, che invece ha sempre dichiarato di essere entrato nella P2 per motivi investigativi.
Ma non è questo il solo “giallo” che il generale Gebbia ha svelato al pm Nino Di Matteo. Il testimone ha parlato anche di un altro caso, e anche questo chiama direttamente in causa i carabinieri. Si tratta della scomparsa dell’agenda del maresciallo Antonino Lombardo che si suicidò con un colpo di pistola all’interno del Comando regionale siciliano dell’Arma.
Lombardo aveva dato un contributo importante alla cattura di Totò Riina e aveva come confindente il boss Tano Badalamenti, che incontrò due volte mentre il capomafia era detenuto in un carcere americano. Gebbia ha svelato di avere appreso da una fonte attendibilissima (al pubblico ministero ha fatto anche il nome) che subito dopo il ritrovamento del cadavere del maresciallo dei carabinieri, la sua agenda fu fatta sparire. Un’agenda in cui, tra l’altro, era contenuta una missiva che gli era stata spedita da Tano Badalamenti dal carcere americano. In quel messaggio il boss avrebbe consigliato al maresciallo Lombardo di non fidarsi di alcuni suoi superiori. Secondo la fonte di Gebbia, l’agenda sarebbe stata fatta sparire da un colonnello dei carabinieri, sul quale ora si sta indagando. Va detto che negli anni scorsi anche il figlio del maresciallo Lombardo, Fabio, aveva confermato la scomparsa dell’agenda del padre.