Stefano Feltri, Il Fatto Quotidiano 26/10/2016, 26 ottobre 2016
LA DEPRIMENTE CLASSIFICA DEL CAPITALISMO
Se vi chiedono di dire qual è il primo gruppo industriale italiano, molti di voi sbaglierebbero la risposta. Secondo la classifica di Mediobanca Ricerche & Studi sui dati 2015 è Exor, cioè la holding degli Agnelli guidata da John Elkann che è il simbolo della fine dell’industria in Italia, della trasformazione della Fiat in Fca, degli investimenti che passano dall’auto alle assicurazioni (Partner Re), da La Stampa e Il Corriere a The Economist. Eppure è Exor il primo gruppo per fatturato, 136,4 miliardi. Dopo 11 anni sorpassa l’Eni che finisce addirittura terza (67,7 miliardi) per colpa del calo del prezzo del petrolio e di operazioni sull’azionariato di Versalis e Saipem. In seconda posizione c’è Enel, altro pilastro del capitalismo semi-pubblico (74 miliardi).
Le perplessità sul destino manifatturiero aumentano scoprendo che al quarto posto c’è Gse, società pubblica che fattura 30,6 miliardi con la compravendita di energia elettrica.
L’utilità di queste classifiche è di ribadire quelle ovvietà che gli italiani – e spesso anche i giornalisti – si rifiutano pervicacemente di accettare. Sapete fino a che punto della classifica bisogna scendere per trovare traccia di quel famoso Made in Italy che dovrebbe salvarci, quella combinazione di cibo, cultura e design che ci garantirà un futuro dopo l’industria? Alla posizione numero 10 con la Ferrero, Prada è al 35, la Barilla al 38. Poi ci sono le banche: sorvoliamo sui noti problemi di bilanci zavorrati da crediti deteriorati e guardiamo alle loro prospettive imprenditoriali. Come fanno i soldi? Nel 2015, dice Mediobanca, i margini di interesse sono scesi del 4,1 per cento rispetto al 2014 (colpa della Bce che taglia il costo del denaro), ma i ricavi da commissioni sono cresciuti del 7,9, quelli da dividendi del 21,4 e quelli sul trading addirittura del 43,9. Sono, cioè, sempre meno banche e sempre più holding, casinò e specialiste in balzelli.
Il rapporto Mediobanca offre spunti per un consapevole pessimismo anche più dei dati Istat sulla crescita a zero.