Alessandro Pasini Corriere della Sera 17/10/2011, 17 ottobre 2011
MARQUEZ HA VINTO IL MONDIALE
Era bastato vederlo all’esordio nel 2013: una gara per salire sul podio, una per vincere, una per sportellare Lorenzo nella «sua» curva a Jerez. Tre indizi e tutto era già chiaro: Marc Marquez era nato per la MotoGp e ne avrebbe riscritto la storia. È stato uno dei pronostici più facili nello sport, come capire già tutto di Messi vedendolo palleggiare col ciuccio nella culla. MM, campione in 125 nel 2010 e in Moto2 nel 2012, vinse quel titolo a 20 anni e 266 giorni — il più giovane di sempre, meglio del mitico Freddy Spencer che, vergogna, ci mise un anno in più — poi quello del 2014 e infine questo: fanno tre Mondiali in quattro anni di top class, un’impresa che lo sistema nell’empireo dei grandi con Giacomo Agostini, Kenny Roberts e Valentino Rossi; e fanno 5 titoli totali a 23 anni e 242 giorni, un record assoluto.
Ormai è chiaro che il gatto di Cervera non è solo un vincitore, ma un unicum inimitabile. «Se non avessi fatto il pilota avrei fatto il meccanico», disse una volta. La costruzione di se stesso è avvenuta così, pezzo per pezzo dentro un garage a cinque stelle. Prima c’è stata la parte naif e selvaggia, motore ancora grezzo e voglia di dissacrare che lo portarono al trionfo da matricola. Poi è sbocciata la parte cannibale, gelida e bellissima, con cui nel 2014 ha conquistato tredici Gp su diciotto, con la strabiliante serie di dieci successi nelle prime dieci gare. La sintesi, hegelismo a due ruote, si è compiuta infine in questa stagione, l’equilibrio assoluto, meno vittorie di tappa ma uno standard medio altissimo, la gestione perfetta di una Honda imperfetta, sempre a punti in quindici corse e mai uno zero. Superiore di polso e di testa, come si è visto ieri: gli altri sono caduti come birilli, lui ha vinto in ciabatte.
Il commento semplicistico dice che Marc si è fatto ragioniere; quello più corretto dovrebbe dire che ha raggiunto la perfezione. Oggi il gomito tocca sempre terra ma la testa continua a pensare, il trapezista danza ancora nell’aria ma sotto possiede una rete di dati e certezze che lo protegge dalle cadute. Come dicevamo una volta di Valentino? Artista e ingegnere, polso latino e testa giapponese. E così si torna a quello che sappiamo da sempre: Marc è il suo erede o, come disse una volta Valentino, «me stesso reloaded».
Non esisterebbe infatti Marquez senza Rossi, che è stato per il suo allievo ispirazione tecnica e di vita, nonché, con psicanalisi spicciola ma esatta, il padre da uccidere per diventare il migliore. È ciò che è accaduto nel 2015, l’unica stagione sbagliata di Marc, e però quella che ha preparato questa. «Allora ho commesso tanti errori, e ho imparato molto», spiega oggi il ragazzo. Errori tecnici figli di frenesie, impreviste incertezze e di una Honda con problemi. E poi errori comportamentali, anche se sulla teoria del complotto (o biscotto) con Lorenzo, Marc ha sempre tenuto un atteggiamento verticale: «Non è mai esistito».
Colpevole o no, nel 2015 MM ha conosciuto il lato dark dello sport: sei cadute, la sconfitta, le critiche, i sospetti, l’immagine da bravo ragazzo incrinata, forse la fine dell’innocenza. Per venirne fuori c’era un solo modo. Lo ha capito un giorno a Barcellona, l’anno scorso, dopo uno zero. Parlando del suo casco dedicato a Gaudí, disse: «Lui spezzava le pietre e poi costruiva ricomponendo i pezzi. Così sto facendo io con la mia Honda: non andava, sto provando a ricomporla». E chi l’ha rotta, Marc, gli domandammo. «Io l’ho rotta». Metà artista e metà meccanico, è tornato in garage e si è messo al lavoro. Un anno dopo il capolavoro era pronto.