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 2016  settembre 23 Venerdì calendario


IL CASO TORINO 2006: MOLTI DEBITI E POCHI VANTAGGI PER LA CITTÀ

Un argomento che si sente spesso per criticare la scelta della giunta Raggi di rinunciare alle Olimpiadi riguarda Torino: coi Giochi invernali del 2006 è rifiorita, si dice. Problema: non è stato proprio così e, curiosamente, vent’anni fa della questione ci si occupava in tutt’altra maniera giocando a chi criticava meglio la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2004. Il Corriere della Sera, per dire, oggi così censorio con i 5 Stelle e ieri così plaudente col niet di Mario Monti, nel 1997 schierava uno dei suoi editorialisti di punta, Ernesto Galli della Loggia, contro Roma a 5 cerchi. Lui, come Carlo Ripa di Meana, si scontravano col sindaco Francesco Rutelli, all’epoca dei Verdi.
Mentre i quotidiani romani, Il Messaggero e Repubblica, sostenevano il progetto, quelli del Nord, Corriere e La Stampa, entrambi in mano agli Agnelli, facevano le pulci ai progetti e agli annunci. Un uomo vicino al Lingotto, Jas Gawronski, senatore piemontese di Forza Italia, pubblicò un corsivo contrario a Roma 2004 addirittura sull’International Herald Tribune. Così, da Torino, arrivarono i colpi più dannosi alla Capitale e il progetto fallì. Forse non era un caso: nel 1998, con la grossa spinta di Gianni Agnelli, Torino si candidò a ospitare i Giochi invernali del 2006 e nel giugno 1999 vinse la sfida contro Sion. Ancora oggi, Evelina Christillin, presidente del Comitato promotore Torino 2006, elogia quell’esperienza. “A Torino e in Piemonte, le Olimpiadi hanno fatto bene – ha detto ieri al Corriere – L’eredità dei Giochi è visibile e i cittadini ne beneficiano: sono rimasti l’aeroporto, un’autostrada a quattro corsie, la nuova Torino-Pinerolo e tante infrastrutture”. E ancora: “Abbiamo gestito un budget di 4,5 miliardi di euro: 2,5 sono venuti dal Cio, da privati e sponsor, altri 2 erano soldi pubblici. So fino all’ultimo centesimo per cosa sono stati spesi”.
Su quest’ultimo punto, la Corte dei Conti del Piemonte ha espresso alcuni dubbi. La verità, poi, è che i Giochi hanno sì rilanciato l’immagine di Torino, all’epoca company town di Fiat sull’orlo del fallimento, ma hanno lasciato anche qualche macigno, tra i quali c’è il debito della città, passato da 1,7 miliardi di euro del 2001 ai 2,98 del 2007. “Investimenti infrastrutturali a lungo termine”, hanno ripetuto prima Sergio Chiamparino e poi Piero Fassino per difendere quell’esperienza, investimenti come l’unica linea della metropolitana, inaugurata in concomitanza con l’evento.
Negli anni successivi, però, quel debito ha provocato dismissioni e tagli delle spese comunali per servizi, educazione, trasporti e resta ancora molto alto: 2,9 miliardi di euro nel consuntivo 2015, pari a 3.290 euro per ogni residente. Per il resto, basta una passeggiata vicino al Lingotto, dove c’è l’arco rosso simbolo di quei Giochi e una passerella sopraelevata che porta agli ex Mercati ortofrutticoli all’ingrosso (Moi). Lì c’erano uffici organizzativi, infermerie e facilities come la mensa del villaggio olimpico. Oggi sono vuoti e in disfacimento, abbandonati all’incuria e i progetti di rilancio stentano a partire. Del villaggio olimpico resta un blocco di case popolari, la sede dell’Agenzia regionale per l’ambiente, tre palazzine adibite a residenze universitarie, una a ostello, una per il social housing e due per le federazioni sportive. Molte hanno facciate scolorite e scrostate, intonaci cadenti. Altre quattro sono occupate dal 2014 da centinaia di richiedenti asilo e immigrati africani. Dovevano essere sgomberate sotto la giunta Fassino, ma non si è fatto niente (“ragioni di ordine pubblico”): ora toccherà a Chiara Appendino affrontare la questione.
Gli altri simboli dell’eredità olimpica in città sono in mano ai privati. C’è la pista di pattinaggio chiamata Oval (70 milioni di euro), assegnata dal Comune alla multinazionale delle fiere Gl Events per soli 45 mila euro l’anno. Poi ci sono le strutture concesse alla società Parcolimpico, di cui gli enti pubblici hanno il 10%, mentre il restante è in mano alla Get Live, formata dagli statunitensi di Live Nation e dalla torinese Setup Live. Parcolimpico gestisce il Palavela (lavori per 50 milioni) – ora utilizzato per il pattinaggio in inverno, il beach volley in estate e pochi altri piccoli eventi – e soprattutto il gioiellino, il PalaIsozaki, ex palazzetto dell’hockey da 85 milioni ora usato per concerti e spettacoli. La società ha anche gli impianti sulle Alpi, dove doveva sorgere il centro tecnico federale, la “Coverciano delle nevi”, e dove ora restano le classiche cattedrali del deserto: a Cesana una pista da bob e slittino da 74 milioni di euro, a Pragelato le piste per il salto da 36 milioni e poi la pista del biathlon che verrà sostituita da campi da tennis.
Per il comitato tutte le opere e le infrastrutture dovevano costare 616 milioni di dollari, circa 500 milioni di euro. I costi sono saliti a 2,8 miliardi. Significativa è una frase scritta in pennarello vicino all’ex villaggio olimpico: “Tutto questo ha xmesso a qualcuno di arricchirsi”. “Erano altri tempi. Oggi non credo che sarebbe possibile”, diceva Christillin al Corsera nel 2014.