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 1996  settembre 06 Venerdì calendario

POMICINO CAMBIA CASA ED HA IN COR LA NOSTALGIA– La Repubblica, venerdì 6 settembre La fine della cena più importante purtroppo la ricordo bene, perché faceva un freddo cane, era una mezzanotte di metà febbraio e – a causa della solita concitazione – con due colleghi giornalisti salimmo con le moto fin quasi sopra il prato, e i trenta agenti delle scorte non spararono soltanto per un caso

POMICINO CAMBIA CASA ED HA IN COR LA NOSTALGIA– La Repubblica, venerdì 6 settembre La fine della cena più importante purtroppo la ricordo bene, perché faceva un freddo cane, era una mezzanotte di metà febbraio e – a causa della solita concitazione – con due colleghi giornalisti salimmo con le moto fin quasi sopra il prato, e i trenta agenti delle scorte non spararono soltanto per un caso. Quelli che cercavamo avevano appena finito di cenare, e ci venivano incontro come su un set che stesse ricostruendo la Chicago degli anni ’30: sul prato poco illuminato si muovevano gessati grigi, sciarpe di seta bianca e Borsalino a tese larghe. Sotto i cappelli c’erano i sigari di Gava e di Leccisi; negli abiti le figure dritte di Forlani e Donat Cattin; avvolti nelle sciarpe i profili irregolari di Evangelisti, Scotti e Andreotti. Dietro di loro, sorrideva soddisfatto il padrone del prato e della villa: l’onorevole Cirino Pomicino... Cena importantissima, quella appena consumata. Perché due giorni dopo – il 18 febbraio 1989 – si sarebbe aperto il Congresso della Dc, e quei signori avevano appena deciso che l’ora di De Mita – segretario e presidente del Consiglio – era arrivata, che la guida del partito stava meglio nelle mani di Forlani e quella del governo in quelle del solito Andreotti. Quella cena non fu solo la notte di De Mita: ma anche l’alba di quel patto micidiale che Craxi, Andreotti e Forlani siglarono di lì a poco e che visse tre anni o poco più. Ora la notizia è che il Grand Hotel Pomicino, la villa-tempio dell’ascesa del Caf e della fine della Prima Repubblica, il luogo appartato per cene importanti e trattative segrete, chiude i battenti: e lui, Pomicino, seduto al sole di questo settembre dice «un po’ di cuore lo lascio qui» e sarebbe meglio di no, considerati i tre o quattro by-pass... Due condanne («ma nessuna per corruzione»), sei o sette procedimenti ancora aperti e undici archiviazioni non hanno spento la verve dell’ex ministro che dopo 11 anni lascia la sua famosa e discussa casa, perché il contratto d’affitto per la grande villa sull’Appia antica è scaduto, il fratello col quale la divideva non è più interessato e dunque via dall’area archeologica e nuova casa in centro, ai Parioli, che sarà meno originale ma resta comunque molto chic. «In genere cenavamo qui», racconta l’ex ministro mentre fa da guida al pian terreno della villa, un grande soggiorno, uno studio, la sala da pranzo e poi la zona cucina, il tutto circondato da un bellissimo giardino. La casa è arredata con poco sfarzo, pavimenti di pietra o di cotto, piccole colonne di granito, porte di legno lavorato e sormontate da pietra viva. Sopra, un paio di bagni, tre camere da letto e poi la zona riservata al fratello di Pomicino. L’ex ministro la prese in affitto nell’85, di ritorno da Houston con quattro by-pass nuovi di zecca «e lasci l’albergo – gli disse il medico – prenda una casa, faccia una vita più regolare». Ora, naturalmente, tutto sta a intendersi sulle parole: infatti piuttosto che una casa, lui prese una villa con un giardino immenso e quanto alla vita regolare, continuò regolarmente la sua scalata, arrivando – nell’89 – all’ambitissima poltrona di ministro del Bilancio. Quanto è servita allo scopo questa casa? «Solo rogne, le dico la verità». Sarà... Ma dal Tempio della Prima Repubblica sono passati tutti. E tutti vuol dire precisamente tutti. Adesso, i più ricordano la festa per il matrimonio della figlia Claudia, la primogenita. La musica inondava il giardino, ai tavoli sul prato erano accomodati Cossiga e Spadolini, De Mita e Guido Carli, Ciampi e Andreotti, De Michelis e Forlani. Oscar Luigi Scalfaro andò solo in chiesa (officiante, monsignor Angelini): Giuliano Amato era presidente da tre giorni e infatti il tutto non accadeva un secolo fa, ma il pomeriggio del 2 luglio 1992. La Prima Repubblica stava crollando, l’ex ministro attendeva il primo avviso di garanzia («mi arrivò che era San Valentino, anno 1993») ma la musica suonava e lo champagne scorreva. I più ricordano questo: ma Pomicino è più legato ad altro: «Alla politica. A quella che cominciava nei ministeri, poi si prendeva un break e continuava informalmente qui...». Mentre la moglie Wanda impacchetta gli oggetti preparando il trasloco, l’ex ministro ricorda quel che fu. Una delle prime cene importanti – dice – fu per un ospite d’onore: era il 1986 e il professor Prodi presiedeva l’Iri, il governo lo presiedeva Craxi e Pomicino era alla guida della Commissione bilancio di Montecitorio. «Quanti scontri, con Prodi. Ricordo che un giorno il professore mi telefona e mi dice: volevo informarla che sto per vendere la Sme. Io gli risposi: bravo, e quando l’ha comprata? Cioè, volevo dire che non è che i partiti e il Parlamento potessero esser tenuti fuori da faccende così... Non avevamo un buon rapporto. Una sera ci vedemmo a cena qui e ne discutemmo un po’». E di cosa discuteva, invece, negli storici convivi con Trentin, Marini e Benvenuto? «Di politica e di finanziaria, di contratti... E una volta di scala mobile». Era l’estate del ’90 e Confindustria la disdettò all’improvviso. «Ci vedemmo qui più volte con i leader sindacali, mentre agli industriali ci pensava Martelli, che era vicepresidente del Consiglio, con riunioni e pranzi nella sua casa trasteverina. L’accordo lo facemmo parecchi mesi dopo: dal maggio ’92 niente più scatti. Me lo lasci dire: fu quello il passo che rese poi possibile la politica dei redditi di Amato, Ciampi e Dini». E gli affari, la corruzione, le tangenti, i patti di potere? Paolo Pomicino glissa: «La politica costa... Io non parlo degli arricchimenti personali, parlo dei partiti, delle correnti. E questa casa, comunque, non c’entra niente. Vede, qualche settimana fa s’è fatto scandalo intorno a una cena a casa di Veltroni con i ministri del Pds. Ora dico: ma dov’è il problema, che male c’è a discutere del da fare fuori dell’ufficialità?». I giudici diranno (e per molti, per Pomicino anche, l’hanno già fatto) dov’è il male a discutere del da fare fuori dell’ufficialità. Ma certo su alcune cene di villa Pomicino è davvero inutile indagare... Ora, per esempio, racconta di quelle di quando era l’allenatore della nazionale del Parlamento: «Decidevamo qua tattica e strategia. Nella squadra c’erano Fini e Nania, Crucianelli e Rutelli, Sergio Soave e Serafini... i vecchi del Pci attaccavano Crucianelli ogni volta che ci vedevamo: ma il punto non era che veniva qua, ma che giocava assieme ai fascisti e al signor Fini...». Ogni tanto, mentre passeggia nel prato, mostrando la piscina desolatamente vuota e raccontando dei tempi andati e della villa che anch’essa se ne va, Pomicino quasi non riesce a nascondere un velo di tristezza. Indomabile, continua a sferzare tutto e tutti travestito da Geronimo (sul “Giornale”) e forse da Janez (sul “Tempo”): ma l’effetto, com’è chiaro, é pari a un millesimo di quello che otteneva ancora cinque anni fa. «Questo lavoro mi dà da vivere e mi tiene su», dice. E però quant’è difficile separarsi davvero dal tempo che fu... Al secondo piano, dove sono le camere da letto, le pareti sono ancora piene delle foto di famiglia. La moglie, le due figlie e poi la nipotina, della quale l’ex ministro è realmente innamorato. Forse è l’affetto che adesso sta riempiendo il vuoto lasciato dal potere: ma nessuno si lasci intenerire, perché Paolo Cirino Pomicino ha dispensato dolori e durezze, da vincitore non ha avuto pietà per i vinti, ed ora che è vinto – solo ora che è vinto – scopre quanto è amara la disfatta. Racconta lui stesso, in fondo, che era fatto così. E l’ultimo ricordo riguarda ancora la Dc, l’ennesimo “golpe” nel partito, il solito sgarbo a De Mita, l’ascesa alla segreteria di Martinazzoli: e come sempre tutto qui, nel Tempio della Prima Repubblica in mezzo ai pini, alle rose e agli oleandri. «Sì, la candidatura di Martinazzoli nacque qui. Ne parlai la prima volta in una cena alla quale c’era Mino, c’era Goria, c’erano Marini e D’Antoni e c’erano, naturalmente, i due delegati di De Mita: Gargani e Mastella. Era il gennaio del ’92... Passò l’estate e a settembre Martinazzoli s’insediò davvero a piazza del Gesù». Fu l’ultimo motivo di litigio tra De Mita e l’ex ministro. E anche quella volta, all’ex segretario che s’infuriò, Pomicino ripetè quel che gli aveva detto all’epoca della “congiura” targata Caf: «Vedi Ciriaco, tu fai i pranzi, lo so. Ma io faccio le cene: e con gli stessi commensali che inviti tu...». Acqua passata. E tempi andati. Che se Dio vuole non torneranno più. Federico Geremicca