Roberto Beretta, Avvenire 3/9/1996, 3 settembre 1996
PRETI CHE SI SPOSANO E POI VOGLIONO TORNARE INDIETRO– Avvenire, martedì 3 settembre Da preti a mariti (e ritorno)
PRETI CHE SI SPOSANO E POI VOGLIONO TORNARE INDIETRO– Avvenire, martedì 3 settembre Da preti a mariti (e ritorno). La notizia era filtrata mesi fa da fonti vaticane: stanno aumentando i casi di ex sacerdoti, già felicemente sposati, che chiedono di tornare a rivestir l’abito e di rientrare – naturalmente senza moglie – a pieno titolo nei ranghi del clero. Una fuga dalla nuova vita matrimoniale ovvero una seconda e salutare “crisi” di coscienza? Ci sarebbe forse da rallegrarsi, infatti, se la questione del “ritorno” dei preti sposati non fosse più spinosa di quanto non sembri. A quali condizioni, infatti, un sacerdote potrà lasciare la famiglia che si è formato? Che fine faranno la moglie e gli (eventuali) figli? Certo, la Chiesa in questi casi ha regole severe: i sacerdoti che “rientrano” devono essere vedovi oppure aver ottenuto la separazione consensuale, poi va considerata la presenza di figli e, se ci sono minorenni, naturalmente la pratica viene congelata, almeno finché la prole non sarà arrivata alla maggiore età. Infine le motivazioni al rientro devono essere ben vagliate e convincenti. Però qualche dubbio rimane, pur se le domande aumentano ogni anno e alcune centinaia sono i preti già riammessi. Chi sono questi “ex” pentiti? Le richieste vengono anche dall’Italia, ma soprattutto dall’America Latina. Si tratta sia di religiosi che di preti diocesani; l’età media è moderatamente alta, dai 50 in su: in pratica la generazione che abbandonò la veste negli anni Settanta, all’epoca della “bufera” sulle vocazioni. Non tutti erano sposati: ci sono anche celibi e persone che hanno convissuto, ma certo la maggioranza è composta di preti spasati civilmente che pertanto sono incorsi ipso facto nella pena ecclesiastica della scomunica latae sententiae, ma non sono mai stati “ridotti allo stato laicale” né hanno ricevuto dal Vaticano la dispensa dal celibato. Per loro la procedura di rientro (una volta assolte le condizioni sopra ricordate) è relativamente semplice. Anzitutto l’interessato deve inviare una domanda diretta al Papa; quindi, la sua situazione viene accertata dal vescovo e possibilmente da altri due sacerdoti che lo conoscono e ne attestano il “pentimento”. Poi occorre una documentazione sul periodo trascorso fuori dal ministero, anche dal punto di vista spirituale, e vengono prodotti gli accertamenti sulla separazione; il divorzio consensuale infatti deve essere concluso prima di presentare la domanda, anzi è richiesto pure uno scritto in cui la moglie dichiara di non pretendere nulla dal marito, nemmeno gli alimenti: sui beni ci dev’essere accordo chiaro prima della separazione. Infine trascorre un periodo di adeguamento della preparazione spirituale, teologica e pastorale, sotto la guida di un sacerdote adatto, di solito si tratta di alcune settimane, al massimo due mesi trascorsi in una casa di esercizi spirituali o in strutture specializzate nell’assistenza a sacerdoti “in crisi”. Il reingresso dev’essere graduale: si comincià a celebrare Messa da soli, poi a far catechesi eccetera. Per tornare al ministero “pieno” deve passare un po’ di tempo e la responsabilità è del vescovo della diocesi cui è destinato il rientrante: per non suscitare troppo scalpore tra i fedeli, infatti, il prete non torna mai nel luogo dove è conosciuto. Come ultimo atto della procedura, infine, il dicastero competente invia al vescovo interessato una lettera in cui lo informa dell’accordato permesso per il rientro nell’esercizio ministeriale del sacerdote già sposato. Una procedura severa, dunque. Ma sulla comunità cristiana che impatto avrà il rientro di un “ex” che lascia la moglie per tornare a “rifugiarsi” in una condizione che può anche essere considerata più “comoda” e gratificante? Non si tratterà – la gente mormora – di un doppio “tradimento” invece che di un utile ripensamento? I Padri Venturini, per esempio, la piccola congregazione che per statuto e missione accompagna i sacerdoti “in crisi”, partono dalla loro vastissima esperienza: «È vero che qualche ex prete desidera riavere la veste – spiega padre Tarcisio Iellici da Intra, tuttavia non sono affatto la maggioranza. Chi è sposato, poi, non è certo disposto a lasciare la moglie né, per dirla tutta, mi sembra auspicabile che lo faccia». Pure monsignor Giovanni Pignatta, già vicario della diocesi di Torino, si occupa di pastorale dei sacerdoti che hanno abbandonato: «Nel mio giro nessuno pensa di rientrare, neppure quelli che sono rimasti celibi. Piuttosto vorrebbero che la Chiesa riconoscesse loro un ruolo diverso; non, come prima, nel ministero, bensì in quei servizi che potrebbero avvantaggiarsi della loro particolare competenza: l’insegnamento della religione, la catechesi, la preparazione della liturgia... Sarebbe già un bel “ritorno” anche questo, no? Parecchi di tali preti, infatti, hanno mantenuto ben salda la fede e continuano a viverla bene, lavorando con impegno nelle parrocchie: perché allora non equipararli ai diaconi permanenti, invece che ignorarli o peggio evitarli?». D’altra parte, però, per la Chiesa sussiste anche il problema educativo di non scoraggiare – con un comportamento troppo permissivo – quanti s’impegnano a rimanere fedeli (e sono, occorre ricordarlo, la grandissima maggioranza). Remo Lardori, ex sacerdote presidente del piemontese “Gruppo amici del cenacolo”, non lo nega: «Anch’io sono impegnato in parrocchia, ma certo non me la sentirei di ricominciare a dir Messa. Qualche mio collega invece gradirebbe riprendere il ministero restando sposato: che ci trattassero come gli anglicani passati al cattolicesimo, insomma». È polemica vecchia. Padre Teobaldo De Filippo, responsabile dell’associazione “Fraternità” che a Genova si occupa di clero in difficoltà, preferisce altre considerazioni: «A mio parere bisognerebbe analizzare meglio le motivazioni del movimento di ritorno al ministero: si tratta di vera nostalgia del sacerdozio oppure di difficoltà psicologiche nel gestire il matrimonio? Mi permetto infatti di dubitare dell’autenticità di tante domande: si tratta di situazioni complesse sulle quali indagherei col massimo discernimento e interverrei coi piedi di piombo». Roberto Beretta