Natalia Aspesi, la Repubblica 1/9/1996, 1 settembre 1996
PERCHÉ BISOGNA ANDARE A VEDERE “INDEPENDENCE DAY” IL FILM CHE HA SBANCATO NEGLI USA– la Repubblica, domenica 1 settembre La settimana scorsa Independence Day era al primo posto nella lista dei film di successo universale, questa settimana è sceso al quarto, ma è inutile provarne una antipatica soddisfazione
PERCHÉ BISOGNA ANDARE A VEDERE “INDEPENDENCE DAY” IL FILM CHE HA SBANCATO NEGLI USA– la Repubblica, domenica 1 settembre La settimana scorsa Independence Day era al primo posto nella lista dei film di successo universale, questa settimana è sceso al quarto, ma è inutile provarne una antipatica soddisfazione. Perché il film è di quelli che se non vai a vederlo, non solo sei uno snob di cattivo carattere, ma anche uno che forse odia i bambini, perché rifiuti un meraviglioso spettacolo fatto per loro e per la parte infantile, la peggiore o la migliore, di tutti, anche dei più pericolosi criminali. Negli Stati Uniti, come è ovvio, Independence Day è costato 100 miliardi di lire, più una cinquantina per la pubblicità, ma ha già incassato il triplo: e siccome se ne parla anche in Italia da mesi, e lo si conosce a memoria nel minimo dettaglio come se lo si fosse già visto dieci volte, è ovvio che non bisogna assolutamente perderlo. Anche se il gusto personale porterebbe a preferire poverissime opere di autori iraniani o rumeni. Ieri mattina alla proiezione delle otto di mattina (negli Stati Uniti la prima era alle 7, l’ultima alle 3 di notte) la massa fremente di giovani cinefili era al colmo dell’eccitazione, più che in attesa di una nuova opera dell’ormai scomparso Kluge o della scoperta, mettiamo di un Sergio Leone inedito. Prima scena, ovviamente su schermo immenso e fragore elettronico: sulla Luna si vedono le orme degli astronauti, la bandiera americana, la lapide che ricorda il primo sbarco umano, ma subito un’ombra gigantesca e minacciosa si sposta nel nero universo, e si muove verso il pianeta Terra, foriera di terribili disastri. Che arrivano in tale fiammeggiante quantità da riempire con soddisfazione l’estenuante durata di 144 minuti: che potrebbero anche essere 320 con soddisfazione di tutti, se accompagnati da vettovaglie. Allora, un’astronave, simile alle mille astronavi già viste in altri mille film, solo grande come una grande città, scende verso il nostro piccolo mondo, si separa in tante immense astronavi che si piazzano sopra le città più importanti, quindi americane: il pubblico si agita in attesa di vedere gli alieni simili ai mille alieni già visti in altri mille film, solo che si vedranno molto poco e solo nella seconda metà. Come in altri mille film del ramo, sulla Terra scorre la vita di tutti i giorni, fino a quando non ci si accorge di quell’immenso cappellone nel cielo da cui cominciano a partire raggi micidiali (come in altri mille film) che distruggono i grattacieli di New York, la Casa Bianca, intere città, si può immaginare con quali conseguenze sul traffico. Personaggi, che pur vivendo in ogni parte degli Stati Uniti, si troveranno poi riuniti in una base segreta: il presidente degli Stati Uniti (Bill Pullman), un Clinton giovanissimo e certo più coraggioso, sua moglie destinata a morire (Mary McDonnel) e la loro piccina, l’assistente del presidente (Margaret Colin) che ha scelto la carriera e abbandonato il marito, brillante esperto telematico ebreo (Jeff Goldblum); poi un padre spiritoso, un padre ubriacone, un comandante nero, la sua futura sposa, il loro barmbino, l’immancabile cane, l’ovvio scienziato pazzo, generali, colonnelli, folla. Questo manipolo di coraggiosi, usando computer ma anche l’alfabeto Morse, trovano finalmente il modo di distruggere gli alieni, che avevano deciso di distruggere tutta l’umanità: le spiegazioni tecnico-scientifiche sono puerili, da fumetto, ma non ha alcuna importanza. E non solo perché gli effetti speciali visivi e sonori che si abbattono sulla platea, anche se molto ripetitivi, sono ipnotici. Ma anche perché Independence Day ha una capacità esemplare di rinscemire anche il più geniale degli spettatori. Infatti le situazioni più banali, più americane, più stupidone, incantano, fanno versare addirittura qualche lacrima. L’ubriacone che diventa come è ovvio un eroe, il pilota che prima di partire per la pericolosa missione sposa la fidanzata, la donna in carriera che sceglie l’amore. Il presidente degli Stati Uniti che alla fine abbraccia il mondo, perché il giorno dell’indipendenza non sia solo americano, ma universale. Forse a furia di vedere film di sanguinolenta violenza o di sporcaccionate uno spettacolo di buoni sentimenti, buone azioni, buoni scemotti, pare una bella trovata. In più il regista Roland Emmerich con tutto il suo fantastico cast tecnico, ricorda ai piccini e al piccino che è in noi che possono essere ugualmente eroi i bianchi, i neri, gli ebrei e che sono umani persino gli iracheni, oltre che i cinesi. E se i diversi, gli alieni vengono sterminati, si tratta sempre di uno sterminio “politically correct”. Natalia Aspesi