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 1996  luglio 25 Giovedì calendario

I FURBI AGNELLI E CUCCIA E (COME AL SOLITO) I CAPITALI DEGLI INGENUI– l’Espresso, giovedì 25 luglio La notizia è scivolata via a fine giugno come una delle tante che ormai si dicono su Gemina, la società dove il meglio del capitalismo italiano ha prodotto il peggio della sua discussa storia

I FURBI AGNELLI E CUCCIA E (COME AL SOLITO) I CAPITALI DEGLI INGENUI– l’Espresso, giovedì 25 luglio La notizia è scivolata via a fine giugno come una delle tante che ormai si dicono su Gemina, la società dove il meglio del capitalismo italiano ha prodotto il peggio della sua discussa storia. Ed è stata poi sepolta dagli echi del convegno di “Liberal” nel corso del quale Cesare Romiti, presidente della Fiat ed ex presidente di Gemina, ha rilanciato la strategia dell’anziano banchiere d’affari Enrico Cuccia sui nuclei stabili destinati a rimpiazzare le famiglie dei fondatori alla guida delle grandi società. Ma, a rileggerla, quella modesta notizia riporta il dibattito sui massimi sistemi all’eterna questione della coerenza tra il dire e il fare, fra i modelli ideologici buoni per i professori e la lotta per il potere, sorda e concreta, che si combatte alla Fiat o in Mediobanca. La notizia, dunque. Rispondendo a una richiesta di informazioni inviata il 21 giugno dalla Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa, la Gemina rivela: «Ai signori Felice Vitali, Emil Schneeberg e Mariano Latini fu corrisposta, nell’ottobre 1995, un’annualità di retribuzione lorda a titolo di incentivazione all’uscita (rispettivamente 1.214 milioni, 1.009 milioni e 774 milioni). Successivamente i tre citati signori avviarono una causa di lavoro nei confronti della società, richiedendo complessivamente un importo superiore a 46 miliardi. La controversia è stata composta transattivamente nel corso del marzo 1996 corrispondendo agli stessi i seguenti importi: lire 2.720 milioni al signor Vitali, lire 2.260 milioni ai signor Schneeberg e lire 1.733 milioni al signor Latini». L’accordo, che sarebbe rimasto riservato senza l’intervento della Consob, viene difeso in modo pittoresco, all’assemblea Gemina di sabato 29 giugno, dall’amministratore delegato Paolo Sabatini, che racconta come i tre ex dirigenti abbiano lamentato danni biologici, perfino la mancanza di sonno, per le note traversie della società. Ciò che Sabatini non spiega è come mai la Gemina abbia avviato azioni di responsabilità contro l’ex presidente della Rcs Editori, Giorgio Fattori, e contro l’ex amministratore delegato della Rcs Libri, Giovanni Cobolli Gigli, e non anche contro l’ex direttore generale, l’ex direttore finanziario e l’ex responsabile della sala cambi di casa propria, ai quali possono venir imputate perdite per almeno 3-400 miliardi, non meno gravi di quelle del settore editoriale. Tanta bontà avrà delle ragioni. “L’Espresso” ha cercato di scoprirle mettendo in ordine tutte le tessere del mosaico: le conosciute, le inedite, le dimenticate. Anzitutto, chi è l’uomo che decide di premiare anziché punire questi tre manager così poco fortunati? Paolo Sabatini è uno sconosciuto ex manager del gruppo Fiat (ha diretto la filiale argentina) ormai in pensione. Viene chiamato in Gemina il 26 febbraio scorso in sostituzione del professor Francesco Varcasia, tributarista dello studio Fantozzi alle prese con gravi problemi di salute. L’uomo Fiat Sabatini non fa tutto da solo. Si consulta certo con il nuovo consiglio di amministrazione di Gemina, dove il re del cemento Giampiero Pesenti ha lasciato la poltrona di presidente a Giorgio Rossi, attempato ex direttore centrale del Credito Italiano ed ex presidente della Snia Bpd, gruppo Fiat. Sarà un caso ma, pochi giorni dopo la nomina e prima della singolare transazione, da quel consiglio il professor Piero Schlesinger, celebre giurista milanese, se la fila all’inglese. In secondo luogo, colpisce la scelta degli avvocati in questa singolare causa di lavoro. La Gemina si affida a un principe del Foro come Salvatore Trifirò. I tre all’avvocato Favalli, che di Trifirò è allievo ed amico. Questa volta Trifirò non vince come al solito, ma patteggia. La terza circostanza curiosa è la storia della botola. Nell’assemblea del 29 giugno, il presidente Rossi precisa che non una botola è stata scoperta dalla Guardia di finanza nella sede della Gemina in via Turati, ma un’intercapedine sotto il pavimento, dove, tra i cavi del telefono e quelli delle telescriventi, erano nascoste delle carte. «I manager che hanno esaminato i due fascicoli rinvenuti non hanno trovato nulla di rilevante», riferisce ai soci Giorgio Rossi. Ma è mai possibile che, con tutte le perquisizioni subite, chi aveva utilizzato la botola non l’avesse ripulita al più presto? Tra i superstiti di via Turati si sospetta che la storia della botola sia un avvertimento: si sono fatti trovare due documenti irrilevanti giusto per far capire che gli altri stanno altrove. Ma il fatto che viene ignorato è un altro. Si tratta del meccanismo decisionale che funzionava in Gemina. Ed è precisamente quel meccanismo che mette al riparo il trio Vitali, Schneeberg, Latini dall’ira degli azionisti, e che fa del caso Gemina lo scandalo del capitalismo italiano degli anni Novanta. Il consiglio di amministrazione ha sempre contato poco in Gemina. Aveva un ruolo notarile. Il collegio sindacale, presieduto dal professor Luigi Guatri, anche meno. Le decisioni più importanti venivano riservate al comitato direttivo del sindacato di controllo alle cui sedute partecipava non di rado il dottor Cuccia in persona. Alcune scelte, come quella del direttore del “Corriere della Sera”, erano appannaggio notorio di una sola persona, l’avvocato Giovanni Agnelli, che ne parlava magari con Cuccia. Non se ne lamentavano gli altri soci; non ha mai fiatato nemmeno l’ex Garante dell’editoria, Giuseppe Santaniello, che ha sempre respinto la tesi secondo la quale “Corriere” e “Stampa” hanno due cuori e un padrone solo. Ma c’era anche un collegamento diretto e istituzionalizzato tra azionisti e management per la gestione quotidiana: il comitato di direzione al quale, prima dello scandalo, e cioè fino alla fine del ’94, partecipavano il presidente Giampiero Pesenti, il vicepresidente Francesco Paolo Mattioli e i dirigenti Vitali, Schneeberg, Latini e Ronzoni. Nel vertice operativo, dunque, erano rappresentati direttamente due soci di Gemina: la Fiat tramite Mattioli, braccio destro di Romiti per l’alta finanza, e l’Italmobiliare tramite Pesenti. Il re del cemento, in realtà, doveva essere anche l’orecchio di Cuccia in Gemina. All’assemblea dell’Italmobiliare del 28 giugno, Pesenti ha negato di essere mai stato un presidente operativo in Gemina, ma tutto sta a intendersi sull’aggettivo operativo. Alla luce di queste circostanze è facile intuire che, nel caso che fossero stati oggetto di azioni di responsabilità, i tre strapagati top manager avrebbero quasi certamente cercato di tirar giù nel gorgo Pesenti e Mattioli, creando così una situazione in forza della quale il consiglio di amministrazione Gemina avrebbe poi dovuto avviare azioni di responsabilità anche contro alcuni suoi azionisti-amministratori. È possibile chiedere al capitalismo italiano in carne e ossa, non a quello che si pavoneggia nei convegni, un simile rigore di stampo protestante? Certo che no. Ha detto il professor Rossi (Guido Rossi, ex presidente della Consob, non Giorgio) commentando su “Repubblica” i silenzi del convegno di “Liberal”: «La trasparenza, in quest’Italia dominata dalla cultura cattolica, ha due possibili significati: o è confessione, dentro il gruppetto dei patti di sindacato; oppure è delazione». Ed è proprio la delazione, una catena di delazioni, che Fiat e Mediobanca sembrano voler evitare per non facilitare troppo la strada alla procura della Repubblica di Milano, che dal settembre scorso indaga sullo scandalo dei buchi Gemina-Rcs Editori. All’ovvio interesse delle società azioniste a limitare i danni patrimoniali, infatti, si accompagna quello dei massimi dirigenti della Fiat e di Mediobanca a impedire che la regia del caso Gemina finisca tutta nelle mani dei sostituti procuratori Francesco Greco e Carlo Nocerino. Gli schizzi di fango dell’inchiesta Gemina potrebbero infatti influenzare la successione a Cuccia in Mediobanca e quella a Romiti in Fat. Della prima non si parla più da quando Romiti è diventato presidente del colosso torinese dell’auto. Della seconda, invece, è stato lo stesso Romiti a indicare la scadenza in occasione dell’assemblea della Fiat, quando ha annunciato il suo ritiro al compimento del settantacinquesimo anno di età, e cioè nel giugno del ’98. Romiti, dunque, è pronto per qualcos’altro. I comuni mortali – così come la Chiesa cattolica con i suoi vescovi – consiglierebbero la pensione. Ma nell’alta finanza non è quasi mai così. Fino a non molto tempo fa il supermanager della Fiat era indicato come il possibile successore di Cuccia a Mediobanca, ma intanto nel silenzioso palazzetto di via Filodrammatici è salita la stella dell’amministratore delegato Vincenzo Maranghi che, a differenza del vecchio Cuccia, con Romiti intrattiene rapporti solo formali. Non a caso a Maranghi si è legato il giovane direttore Gerardo Braggiotti e non l’altro, Maurizio Romiti, figlio di Cesare. E a conferma di un’influenza cresciuta nei fatti anche se non nelle cariche, Maranghi ha sostituito Cuccia nel comitato direttivo del sindacato di controllo della Fiat. Del resto, che il caso Gemina potesse venir utilizzato, in modi più o meno strumentali, è stato chiaro fin dall’inizio. Fin da quando, nell’autunno del ’94, tutto comincia scandalosamente. A settembre il consiglio di amministrazione Gemina redige una relazione sui primi sei mesi dell’anno improntata all’ottimismo non solo sulla holding ma pure sulla sua principale controllata, la Rcs Editori, che l’anno prima ha perso 60 miliardi, ma che stavolta, secondo le mendaci promesse dei consiglieri Gemina, dovrebbe tornare in attivo: «Il tradizionale recupero nel secondo semestre del settore editoriale e di quello pubblicitario, in uno con il progressivo concretizzarsi delle azioni manageriali avviate già nel 1993, volte allo sviluppo delle attività ed a significative riduzioni dei costi aziendali, consentono di avvalorare le previsioni di un ritorno a un risultato apprezzabilmente positivo per l’esercizio 1994». In quegli stessi giorni la Rcs lancia un’Offerta pubblica d’acquisto per ritirare dalla Borsa le azioni privilegiate della Rcs Libri, titoli che un tempo erano del Gruppo Editoriale Fabbri poi assorbito dalla Libri. È questa un’operazione che non verrà mai spiegata in modo convincente. Mentre l’Opa è in corso, all’“Espresso” arriva un’indiscrezione. «Negli uffici di via Mecenate», rivela un dirigente dietro la garanzia dell’anonimato, «gli uomini di Mediobanca stanno passando al setaccio i conti degli ultimi cinque anni, quelli della Fabbri in particolare». Interpellati dall’“Espresso”, i dirigenti della Rcs negano, preoccupatissimi, che siano in corso ispezioni non soltanto da parte di Mediobanca ma neanche a opera dell’azionista. Smentiscono sapendo di mentire. Ma la prova provata arriverà soltanto il 10 marzo 1995, quando davanti al comitato direttivo del sindacato di controllo Gemina, presente un Cuccia già scuro in volto, il presidente Pesenti avverte che la Rcs Editori chiude il bilancio del 1994 con una perdita consolidata di 430 miliardi. Di conseguenza la Gemina ne perderà almeno 250. L’ispezione degli arcigni contabili di Mediobanca è diretta dal responsabile delle partecipazioni, Romiti jr. In un’intervista al “Sole 24 Ore”, un imbarazzatissimo Pesenti punta il dito contro la Fabbri, che la Rcs Editori ha acquistato nel 1990 dall’Ifi degli Agnelli. È un’ammissione sconcertante se si considerano i rapporti fra Gemina e gli Agnelli. Una dichiarazione che prefigura il siluro che Mediobanca, area Romiti jr., sta armando contro Giovanni Cobolli Gigli, che della Fabbri è stato direttore generale durante la gestione Ifi e poi amministratore delegato nell’epoca Rcs. Il 23 giugno seguente, all’assemblea della Gemina, il siluro viene sganciato: Pesenti annuncia azioni di responsabilità contro Cobolli e contro Fattori. Si imputa loro di non aver esaminato con la necessaria diligenza le carte della Fabbri nei 18 mesi di tempo concessi da contratto d’acquisto e di aver tenuto nascosti gli accordi per la fattorizzazione dei crediti rateali. In particolare desta scalpore la scoperta di una lettera segreta che accollava comunque alla Rcs Libri la gestione dei clienti e la copertura delle eventuali perdite sui crediti formalmente ceduti alla società di factor della casa madre Gemina. Ciliegina sulla torta, Pesenti rivela che la controllata Rcs, già commissariata da Mediobanca che vi ha inviato come direttore generale Claudio Calabi, ha chiesto all’Ifi un risarcimento di 40 miliardi (più altrettanti di interessi). Pochi giorni dopo, il 27 giugno 1995, da Torino arriva la doccia fredda. All’assemblea dell’Ifi, il vicepresidente Umberto Agnelli respinge al mittente le pretese della Rcs e difende apertamente Cobolli. Umberto sfoggia tanta sicurezza per una ragione ben precisa: il siluro è sì diretto contro Cobolli che è un suo fedelissimo (tanto è vero che l’ha da poco portato al vertice della Rinascente), ma in realtà rischia di colpire l’intera famiglia. A trattare la vendita della Fabbri è stato Gianluigi Gabetti, il tesoriere dell’Ifi, e a benedirla è stato l’Avvocato, non certo il fratello minore all’epoca in esilio all’Ifil. D’altra parte, la Gemina sapeva tutto del factoring Fabbri: esiste un carteggio del maggio 1991 fra l’editrice e la Gemina Servizi Finanziari, che è nelle mani dei magistrati. E c’è di più: il pagamento della Fabbri, 307 miliardi in tutto, è avvenuto per metà attraverso la conversione di obbligazioni emesse da Mediobanca; la terza e ultima tranche è stata convertita nel ’93. Il disastro – combinazione – comincia a emergere solo nel ’94 dopo che Cobolli se n’è andato in Mondadori. Nei primi anni, insomma, la Fabbri “doveva” andare bene, moltiplicare i volumi di vendita. E tutti i capi avrebbero potuto intuirlo se il sacro terrore di urtare la suscettibilità di Torino non avesse chiuso loro gli occhi. La durezza di Umberto vuol dire: non fate finta di non capire, il buon Cobolli ha lavorato per tutti noi, Avvocato compreso. Chi tocca lui non tocca me, il dottor Umberto appena riportato alla guida della cassaforte di famiglia, ma l’intera dinastia. Da questa linea, Umberto non si scosterà più. Semmai qualche mossa la azzarderà più tardi suo figlio, Giovanni Alberto Agnelli, entrato nel ’93 nel consiglio di amministrazione della Fiat con l’aureola dell’erede al trono dello zio. Dopo aver frequentato un po’ l’ufficio di Romiti per imparare i segreti del mestiere, Giovannino se n’è uscito quest’anno con un paio di interviste fatte apposta per irritare il suo trainer d’eccezione (diventato nel frattempo presidente della Fiat): la prima ad Alan Friedman dell’“International Herald Tribune”, il giornalista più inviso alla corte di Torino; la seconda, recentissima, alla newsletter degli ex allievi della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa per dire che Adriano Olivetti (nient’altro che un utopista agli occhi di Romiti) è un buon esempio per il futuro. Ma nell’estate del ’95 Giovannino ancora tace e il bandolo della matassa sembra in mano a Romiti e a Cuccia. Nonostante il percorso sia cosparso di mine, nella quiete d’agosto a Mediobanca perfezionano i piani, già studiati da tempo, per la fusione della Ferruzzi Finanziaria e della Snia-Bdp, pupilla degli occhi di Romiti nel gruppo Fiat, nella Gemina. E il primo settembre, dopo l’assenso dei consigli delle sette società interessate (Gemina, Ferfin, Montedison, Snia Bpd, Caffaro, Snia Fibre e Sorin Biomedica), viene diramato l’annuncio ufficiale. Parte così l’operazione SuperGemina. La relazione del mercato oscilla tra la freddezza e la preoccupazione. L’interesse di Cuccia è chiaro: controllerebbe meglio tutto. Quello degli azionisti di minoranza molto meno. Nonostante si parli ormai di nuove, imponenti perdite nella Rcs Editori e anche nella stessa Gemina, Mediobanca prosegue per la sua strada. E Romiti jr. spedisce nel palazzone di via Turati un suo collaboratore, Giorgio Drago, come assistente del presidente. Ma in quaranta giorni tutto va in fumo: il 26 settembre la Rcs Editori ammette altri 276 miliardi di perdite nel primo semestre del ’95; il 1° ottobre la Gemina riconosce che i buchi sui derivati ci sono davvero; il bagno sulla copertura dei rischi di cambio prestata alla Fochi di Bologna (scuderia Mediobanca) è agghiacciante; la finanziaria dichiara 340 miliardi di perdite a carico dei primi sei mesi dell’esercizio. Una settimana dopo, la magistratura di Milano notifica 10 avvisi di garanzia ad amministratori e manager di Gemina e Rcs. Crollano i titoli in Borsa. Scatta l’indagine della Consob su eventuali episodi di insider trading Venerdì 13 ottobre un Pesenti sempre più abbattuto e irritato convoca a Napoli il consiglio di amministrazione Gemina e rinuncia alle deleghe, che passano al professor Varcasia e a Manfredo Manfredi, già braccio destro di Pietro Barilla a Parma. L’operazione SuperGemina, nonostante Giovanni Agnelli si ostini a dire che non ci sono ripensamenti, viene rinviata e non se ne parlerà più. È, per Cuccia, una sconfitta storica e una perdita reale. Di lì a poco Mediobanca sarà costretta a scalare in Borsa la Ferruzzi per proteggere a caro prezzo i suoi domini, e non riuscirà a convincere più nessuno a entrare nemmeno nella pur promettente Ferruzzi. La variante SuperFerfin, infatti, attirerà in Foro Buonaparte con modestissime quote soltanto il re dei bulloni, il monzese Loris Fontana, e un siderurgico bresciano Ruggero Brunori, vecchi amici del presidente della Ferruzzi Luigi Lucchini, nonché il bolognese Giuseppe Gazzoni Frascara, il signor Idrolitina. D’altra parte, lo scandalo divampa e brucia lo stato maggiore di Gemina, una piccola squadra di esecutori di ascendenza romitiana. Le perdite salgono ancora. La Rcs Editori ne dichiara per 729 miliardi nel ’95. La Gemina per quasi 700, e subisce persino l’onta dei sindaci (Luigi Guatri, Marcello Guido, Lionello Jona Celesia) che non firmano il bilancio perché non risulta consolidata integralmente, pur essendo integralmente posseduta, la Gemina Capital Markets, ricettacolo di crescenti perdite: un paio di sue società, basate nei paradisi fiscali, si rifiutano di consegnare la propria contabilità. Raggiunto dall’“Espresso” nel suo ufficio all’International Holding Fat di Lugano, il professionista ticinese Ernesto Rodoni, uomo di fiducia di Mattioli, si assume la paternità della singolare opposizione. Felice Vitali, che venne presentato in Gemina da Leopoldo Pirelli e promosso direttore generale da Romiti, vive più nella sua bella casa di Londra che nell’appartamento di Milano: tacitato a suon di miliardi, non risponde mai al telefono. C’è il sospetto che i manager, oltre ad aver effettuato operazioni che i revisori della Kpmg e della Reconta definiscono anomale, in favore dei propri amici (ne sono venute a galla per qualche centinaio di milioni), abbiano procacciato ben altri benefici a qualche socio eccellente. Mediobanca esclusa, si capisce. Da via Filodrammatici, Maranghi osserva le rovine fumanti di via Turati dove ormai il povero Drago, esploratore di SuperGemina, si ritrova senza più nulla da fare in attesa che arrivino dalla Svizzera le carte finora negate. E con Maranghi, da un altro osservatorio, scrutano l’orizzonte i magistrati milanesi, assai poco convinti della versione ufficiale, secondo la quale lo scandalo Gemina è soltanto una triste storia di incapaci che, tra una svista e forse una malversazione, hanno perso mille miliardi in due anni. Massimo Mucchetti