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 1996  settembre 05 Giovedì calendario

LA FRANCIA APPLAUDE CHIRAC PER L’AZIONE CONTRO I SANS-PAPIER– L’Espresso, lunedì 5 settembre Ma non lo sapevano, quei poveri trecento africani senza permesso di soggiorno, che i francesi hanno decapitato le monache di clausura e un loro imperatore, Napoleone Bonaparte, arrestò e deportò un papa? Chi glielo aveva fatto credere che asserragliandosi in una chiesa di Parigi con donne e bambini sarebbero stati al sicuro e da lì avrebbero potuto trattare da pari a pari con Sua Maestà la Repubblica? Infatti è finita che si sono presi un sacco di botte, sono stati chiusi in una specie di campo di concentramento (bambini e donne comprese) e adesso alla spicciolata vengono riportati ai loro paesi d’origine, Senegal e Mali, con aerei militari

LA FRANCIA APPLAUDE CHIRAC PER L’AZIONE CONTRO I SANS-PAPIER– L’Espresso, lunedì 5 settembre Ma non lo sapevano, quei poveri trecento africani senza permesso di soggiorno, che i francesi hanno decapitato le monache di clausura e un loro imperatore, Napoleone Bonaparte, arrestò e deportò un papa? Chi glielo aveva fatto credere che asserragliandosi in una chiesa di Parigi con donne e bambini sarebbero stati al sicuro e da lì avrebbero potuto trattare da pari a pari con Sua Maestà la Repubblica? Infatti è finita che si sono presi un sacco di botte, sono stati chiusi in una specie di campo di concentramento (bambini e donne comprese) e adesso alla spicciolata vengono riportati ai loro paesi d’origine, Senegal e Mali, con aerei militari. La Repubblica è stata generosa: ogni rimpatriato ha ricevuto diecimila franchi (tre milioni) sufficienti a camparci un paio d’anni e in più, per farsi perdonare le botte, ha usato anche modi cortesi: siccome gli addetti all’aeroporto di Bamako (capitale del Mali) si rifiutavano di assistere gli aerei con la coccarda tricolore e i passeggeri non potevano scendere, da Dakar è arrivato un cargo con la scaletta. Altrimenti bisognava buttarli di sotto. È la storia triste, lunga e complicata che sul finire dell’estate ha scosso una Francia inquieta ma ha anche fatto squillare un campanello d’allarme in tutta Europa: l’immigrazione dal sud del mondo miserabile e affamato verso il nord opulento e sprecone è un fenomeno epocale che è fatica di Sisifo cercare di contrastare con polizia, leggi, regolamenti e aerei militari che riportano indietro i diseredati. Ci vuole altro. Ma cosa, nessuno lo sa. Il presidente francese, Jacques Chirac, invece sapeva benissimo che il braccio di ferro con i rivoltosi lui non lo poteva perdere: è un politico fine, conosce gli umori della Francia profonda, quella che tiene i soldi dentro il materasso e guarda storto gli stranieri (europei compresi). Sa che i concittadini negli anni passati hanno accolto, di malavoglia, due milioni 284 mila africani perché facessero i lavori umili e pesanti che loro non volevano fare più. Ma da quattro anni a questa parte è cambiato tutto: ormai i francesi disoccupati sono tre milioni e mezzo e oggi qualunque giovanotto che esce dalla scuola dell’obbligo accetterebbe di fare lo spazzino al comune (invece a Parigi il 75 per cento dei netturbini sono africani). I tagli al bilancio dello Stato mordono certezze acquisite: se ne è avuta riprova nel novembre scorso quando nell’affannosa rincorsa alla moneta unica e agli ormai famigerati “parametri di Maastricht” è stato messo mano a sanità e pensioni e se la gente non ha assaltato la Bastiglia ci è mancato poco. Per l’autunno è prevista un’ondata di licenziamenti nei ministeri e nei servizi pubblici che il governo si guarda bene dal quantificare. Perfino le forze armate licenziano la gente. In queste condizioni lo straniero è visto come uno che ti toglie il pane di bocca e ti fa decurtare la pensione. E su questo picchia senza sosta un estremista di destra come Jean Marie Le Pen, che infatti a ogni tornata elettorale rosicchia voti al centro. Chirac sull’immigrazione ha le sue idee: durante la campagna elettorale che lo ha portato alla presidenza se ne è uscito in più di una occasione con una frase stupefacente: «In molti nostri quartieri si sentono strani odori di strane cucine». E non si sa se lo pensasse veramente o era per lisciare il pelo all’elettorato di destra. Ma si sa con certezza che è stato lui, mentre era in vacanza in un forte militare nel sud del paese e si faceva fotografare in maglietta e braghette intento a spingere la carrozzella del nipotino, a convocare il primo ministro Alain Juppé intimandogli di risolvere la questione degli africani irregolari. I quali, nell’indifferenza generale, era da marzo che giravano per Parigi. La maggior parte di loro era arrivata in Francia alla chetichella tra l’88 e il ’90, gli ultimi nel ’92. Alcuni avevano portato le mogli, molti avevano messo su famiglia (irregolare) lì e fatto figli regolarmente registrati all’anagrafe. Ma un permesso di soggiorno e lavoro non l’avevano mai avuto e questa è una spada di Damocle che può tagliare la testa in qualunque momento: basta un casuale controllo di polizia e l’extracomunitario senza documenti viene prima sbattuto in galera e poi caricato sull’aereo del ritorno. L’anno scorso un trattamento del genere lo hanno subito 14.572 irregolari. È stato per questo che i trecento si sono riuniti in comitato, hanno nominato un portavoce, Bouabakar Diop, simpatico senegalese lesto di lingua e di cervello, e si sono andati a chiudere nella chiesa di Sant’Ambrogio mentre Diop apriva addirittura una trattativa con il ministro dell’Interno, Jean-Louis Debré. Non è un’aquila, questo Debré e non ha capito che il senegalese gli stava depositando una bomba sotto la poltrona. Lo ha liquidato con assicurazioni generiche e ha mandato un commissario a dire al parroco di buttare fuori gli occupanti. Cosa che lui ha prontamente fatto. E quelli sono emigrati in un liceo, convinti dal preside a sloggiare con le buone maniere. Alla fine, era giugno, hanno trovato un rifugio sicuro nella chiesa di Saint-Bernard, decisi a restarci. È una bella costruzione tardo gotica al centro di una piazza piena di verde in un quartiere di periferia che si chiama Goccia d’oro e che d’oro non ha niente: casupole a due piani, scalcinate, abitate da neri e nord africani (che in Francia chiamano genericamente arabi). Il parroco di Saint-Bernard, Henri Coindé, è un mezzo spiritato che le angosce e le sofferenze di quella gente le conosce bene: ha spalancato i portoni, spostato i banchi, procurato materassi, assicurato rifornimento di cibo, benedetto tutti e detto tranquillo tranquillo: «Questa è casa vostra». Erano 89 uomini, 53 donne, 68 bambini. Il 5 luglio dieci uomini hanno iniziato lo sciopero della fame decisi a portarlo alle estreme conseguenze mentre cominciava a montare il clamore. Leon Schwartzemberger, il più famoso oncologo di Francia, provvedeva all’assistenza medica ma anche, con la sua sola presenza, a fare da cassa di risonanza. Le attrici Marina Vlady e Emmanuelle Béart (in questo momento è più popolare di Catherine Deneuve) dormivano in chiesa e si occupavano dei bambini. L’inossidabile Juliette Greco, uno dei simboli della Francia tollerante e libertaria lanciava proclami. La vedova Mitterrand, Danielle, portava solidarietà. Mentre quel vecchio galantuomo socialista di Michel Debré, ex primo ministro, ripeteva una frase scritta nel 1990: «La Francia non può prendere su di sé tutta la miseria del mondo. Ma deve fare generosamente la sua parte». A quel punto la storia prendeva una brutta piega: non si trattava più di un gruppo di sbandati alla ricerca di un pezzo di carta che lo Stato francese negava loro, erano dei fuorilegge che volevano costringere lo Stato a trattare. Il finale era scontato. Alle sette e mezza di mattina di venerdì 23 agosto, mille e cento poliziotti e gendarmi (sarebbero i nostri carabinieri, dipendono dal ministero della Difesa) hanno dato l’assalto alla chiesa, sfondato le porte con le asce, picchiato quasi tutti, arrestato tutti mentre in piedi sull’altare il parroco Coindé urlava in un microfono un passo del libro del leader nero Martin Luther King, Ho fatto un sogno, che da trent’anni è il grido di speranza di tutti i disperati. Prima di andarsene, l’ultimo poliziotto ha detto al prete: «Mandi in prefettura la fattura dei danni. Per adesso la chiesa resta chiusa e vigilata dalla gendarmeria». Con il che s’è scoperto che in Francia la polizia ha anche il potere di chiudere le chiese. Si è indignata la Francia per una operazione di polizia condotta in modo brutale e per giunta in un luogo sacro? Per niente. Ventiquattro ore dopo lo sgombero di Saint-Bernard un sondaggio d’opinione dava questo sbalorditivo risultato: la popolarità del presidente Chirac è in aumento di tre punti; quella del primo ministro Juppé di un punto. Con il che resta confermato quello che si è sempre saputo su come la pensano i francesi. Lo aveva capito bene Charles Pasqua, indimenticato ministro dell’Interno, un altro che la sua gente la conosce a fondo, autore della legge (in vigore dal’93) sull’ingresso e il soggiorno in Francia degli extracomunitari. Contro di loro scatenò una guerra quasi personale convinto di costruirci sopra le sue fortune politiche e dichiarando apertamente che il suo obiettivo era arrivare a una “immigrazione zero”. E partorì un mostro logico-giuridico che perseguita lo sciagurato straniero che voglia un attestato di residenza, voglia riunificare una famiglia separata, chieda asilo politico o semplicemente si voglia sposare. Un coacervo di norme complicatissime molte delle quali si scontrano col codice civile, col diritto matrimoniale, con quello del lavoro e della sicurezza sociale. Dopo quattro mesi dall’entrata in vigore della legge, il ministero diretto da Pasqua dovette mandare ai prefetti una circolare esplicativa: era di 97 pagine. Nonostante le assurdità della legge (c’è perfino una norma secondo la quale chi nasce in Francia da un genitore straniero per avere la cittadinanza deve aspettare di compiere sedici anni) l’obiettivo di Pasqua è completamente fallito; per quanto cercare di censire i clandestini sia una contraddizione in termini, dati convergenti di diverse organizzazioni di assistenza dicono che in Francia ci sono quasi 500 mila irregolari. Situazione che non sfugge al presidente Chirac il quale, gongolante dall’alto della sua popolarità in aumento, ha dichiarato che entro l’autunno sarà rivista tutta la materia e alcune maglie saranno allentate. Non è generoso il presidente, è interessato: uno studio recente dell’Istituto di statistica dice che nei prossimi anni la Francia avrà bisogno di decine di migliaia di immigrati per far marciare la sua economia perché il tasso di natalità di 1,8 figli per ogni donna non è sufficiente per rinnovare la popolazione. È un dato comune ad altri paesi europei che da poco hanno cominciato studi riservati per arrivare a una legislazione quanto più possibile uniforme e valida per tutto il territorio dell’Unione. Dopo Saint-Bernard è stata proprio la Francia a rilanciare l’idea di una regolamentazione comune e meno restrittiva. Ci vorrà tempo, ma ci si arriverà nell’interesse di tutti e alla fine si potrà dire, come molte volte nella storia, per il bene e per il male, che tutto era cominciato in una chiesa. Roberto Fabiani