Vittorio Zucconi, La Repubblica 20/8/1996, 20 agosto 1996
UN OPERAIO E LA MORTE TOPPO DIFFICILE DI SUA FIGLIA– La Repubblica, martedì 20 agosto Nel tempo della ideologia delle macchine e della ideologia della morte, il mondo l’aveva chiamato eroe, assassino, boia, angelo ma il mondo non sapeva che sotto quella slavina di parolone e di titoli sui giornali, sotto quella barbetta bianca per il dolore, Lester era rimasto sempre e soltanto un padre, condannato a naufragare un giorno in quello stesso buio dove aveva smarrito sua figlia
UN OPERAIO E LA MORTE TOPPO DIFFICILE DI SUA FIGLIA– La Repubblica, martedì 20 agosto Nel tempo della ideologia delle macchine e della ideologia della morte, il mondo l’aveva chiamato eroe, assassino, boia, angelo ma il mondo non sapeva che sotto quella slavina di parolone e di titoli sui giornali, sotto quella barbetta bianca per il dolore, Lester era rimasto sempre e soltanto un padre, condannato a naufragare un giorno in quello stesso buio dove aveva smarrito sua figlia. Lester non era nessuno, prima di diventare un simbolo, ed era perfettamente contento di essere nessuno. Non aveva una laurea, non aveva soldi, non aveva ambizioni né amici importanti. Aveva soltanto una figlia sdraiata su un letto di ospedale di Kansas City, nel Missouri, da otto anni, dalla notte nella quale l’automobile che lei guidava si era impastata contro un albero e una ragazza bella e viva di 25 anni era diventata l’appendice inerte della macchina che le faceva battere il cuore. Non era un intellettuale, un attivista, un ideologo impegnato nello scontro fra eutanasia e accanimento terapeutico, fra trapianti e rimpianti. Si vantava di non aver mai letto altro che le pagine sportive del giornale, beato lui. Era un battilastra di 54 anni che aveva passato la vita in una oscura fonderia del Missouri e mai, mai avrebbe immaginato di finire davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti per scrivere la storia della morte nel nostro tempo, il tempo delle macchine che vogliono tenere in vita i figli e dei padri che devono decidere quando farli morire. Era il 1983, quando Nancy, la figlia, fu portata in coma all’ospedale e fu intubata nelle apparecchiature che l’avrebbero costretta a respirare e a pompare sangue per altri 8 anni dopo lo spegnimento della sua mente e della sua anima. Neppure il padre, il battilastra, e la madre, una casalinga, seppero dire, più tardi, quando fu che si convinsero definitivamente che quel corpo sul letto dell’ospedale non era più Nancy, ma una cosa estranea, «un’aliena», disse Lester, «che aveva assunto la forma, ma non lo spirito, di mia figlia». Nessuno sa mai dire quando viene il momento della rassegnazione. Tutti resistono sempre alle sentenze, sulle prime, tutti si aggrappano alle percentuali di questa gelida medicina moderna che parla per statistiche e accarezza per macchine. E tutti si arrendono alla fine, come si arrese Lester. La madre non era d’accordo ma il padre non aveva dubbi. Quando il giochetto delle percentuali finì con uno “zero” di speranze, decise che per la sua Nancy era arrivato il momento di morire anche in quel che rimaneva del suo corpo. Chiese di staccare i tubi, gli aghi e le prese. L’ospedale, imprigionato dalla legge del Missouri che permette l’eutanasia soltanto se il morituro ha lasciato chiare disposizioni “prima” di entrare in coma, rifiutò. Il battilastra fece ricorso ai tribunali. I tribunali respinsero l’appello. Non c’erano disposizioni testamentarie, sentenziarono, non c’erano state neppure allusioni indirette, mezze frasi, lasciate da Nancy, che indicassero una sua disponibilità all’eutanasia, prima dell’incidente. Bella forza. Quante ragazze escono di casa alla sera, per andare a ballare come Nancy, lasciando detto al padre, a proposito, papà, se dovessi cadere in coma irreversibile stanotte, ti prego, fai staccare la spina? Il caso di Lester Cruzan e della figlia Nancy divenne allora un caso celebre e nazionale. Lester, un eroe, per alcuni. Un mostro, un Abramo impazzito pronto a sgozzare il suo Isacco sull’altare del Dio della “dolce morte”, per altri. Il movimento per l’eutanasia, che in quegli anni ’80 cominciava a uscire dalla clandestinità e a trovare conforto nei sondaggi di opinione, afferrò al volo la tragedia del Missouri e la portò davanti alla Corte Suprema, all’arbitro finale del costume e della costituzione americani. Gli avvocati del movimento pagarono tutte le considerevoli spese legali. Istruirono Lester, il padre, l’eroe, su come presentare il suo caso ai giornali e alla opinione pubblica. Fecero dell’operaio del Missouri che non aveva mai letto un giornale, un eloquente, articolato portavoce del movimento per l’eutanasia, buono per tutti i talk show e per tutte le interviste. E vinsero la causa. Nel giugno del 1990, fu riconosciuto al padre il diritto di ordinare la sospensione del trattamento medico. «Maledetto tu che vuoi recitare la parte di Dio», gli gridarono i fanatici religiosi che facevano picchetto davanti alla porta dell’ospedale la mattina del 12 dicembre di quell’anno, quando entrò con la sentenza in mano. «Dio? Dio?», si rivoltò il battilastra singhiozzando e facendosi largo a spintoni nella folla che lo tormentava «e dov’era il vostro Dio la notte che mia figlia andò a sbattere contro l’albero?». Il 21 dicembre, nove giorni dopo l’esecuzione della sentenza, il colpo di Nancy Cruzan smise di rantolare e di funzionare. «Non c’è dolore più atroce che essere chiamati a seppellire i propri figli», disse Lester al funerale. Non ci può essere crudeltà più squisita che essere chiamati a decretarne la morte. Dal giorno della sepoltura, di quell’uomo che aveva per primo spalancato le porte legali all’eutanasia in America, non sapemmo più niente. Altri attori e altri casi avevano occupato il palcoscenico del costume, come il “dottor morte” Kevorkian, altre cause ancora più celebri e strazianti avevano fatto dimenticare l’operaio del Missouri. Ma lui non aveva dimenticato, non poteva. Per sei anni, da quel 21 dicembre, non aveva fatto che pensare alla decisione che aveva preso, alla figlia, a quella macchina che aveva fatto staccare. E Lester è tornato ieri sui giornali. Non sulle prime pagine, come allora, quando la sua tragedia faceva comodo a tutti, ma nelle pagine interne, smarrito tra gli annunci funebri del “New York Times”, in mezzo a “benefattrici” e “patroni delle arti” scomparsi nel cordoglio a pagamento di amici e parenti. Lester è stato trovato domenica scorsa dalla moglie, nella loro casa del Missouri, impiccato a una trave del soffitto, la solita lettera di addio e di perdono appoggiata sul tavolo di cucina. «Non ho rimorsi, ho solo domande che non mi permettono più di vivere», ha lasciato detto il battilastra al quale la crudeltà della vita aveva insegnato a scrivere meglio di un corso di laurea in lettere. «Non posso più aspettare. Devo raggiungere la mia Nancy che mi chiama, chiederle se ho fatto bene a farla morire. Da quel giorno, vivo nell’ombra della sua morte». L’ombra che ha inghiottito anche lui, come aveva inghiottito la figlia. Aveva 62 anni e un dubbio che lo tormentava. «Ma quanti anni aveva mia figlia quando morì? L’età dell’incidente o l’età di quando feci staccare la macchina?». Vittorio Zucconi