Sandro Veronesi, L’Unità 22/8/1996, 22 agosto 1996
IL TRAMONTO DEL “COMBINATO DISPOSTO”– L’Unità 22 agosto 1996 Nel numero di “In Comune” ricevuto a casa nel luglio scorso, i dipendenti comunali di Roma hanno trovato un supplemento di otto pagine con l’anticipazione del “Manuale di Stile” che il Dipartimento della Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio distribuirà a partire da settembre a tutti gli uffici comunali d’Italia
IL TRAMONTO DEL “COMBINATO DISPOSTO”– L’Unità 22 agosto 1996 Nel numero di “In Comune” ricevuto a casa nel luglio scorso, i dipendenti comunali di Roma hanno trovato un supplemento di otto pagine con l’anticipazione del “Manuale di Stile” che il Dipartimento della Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio distribuirà a partire da settembre a tutti gli uffici comunali d’Italia. Il manuale è la prosecuzione di uno sforzo già avviato dal ministro Cassese con il suo “codice di stile”, volto a modificare la lingua con la quale la pubblica amministrazione comunica con se stessa e con i cittadini. Le raccomandazioni contenute in questa anticipazione sono tutte mirate a demolire il cosiddetto burocratese storico, quella lingua impersonale, circonvoluta e spesso incomprensibile nella quale, fino a oggi, l’autorità amministrativa si è sempre espressa, regalando una vera cuccagna di spunti ai parodisti e ai dialoghisti più bravi della commedia all’italiana. Viene individuato un vocabolario base composto da 5.000 parole indispensabili, e viene fissato in 20 (venti) il numero massimo di parole con cui deve essere costruita una singola frase. Vengono fatti degli esempi: al posto della formula “locale sito in” viene consigliato “appartamento – o ufficio che si trova in”; al posto di “all’uopo esibisce il benestare dell’attuale intestatario”, bisognerà scrivere “perciò presenta la dichiarazione con cui l’attuale abbonato accetta”; invece di “apporre la firma”, si raccomanda di “firmare”; e così via. C’è poi un glossario, che contiene una quantità di espressioni imperscrutabili attualmente molto in voga, come “ex nunc” o “combinato disposto”, delle quali viene spiegato l’esatto significato nell’esortazione di fondo a usarle comunque il meno possibile, e c’è un’applicazione pratica di tutto ciò col testo di un manifesto a proposito della tassa comunale sugli immobili (l’Ici), redatto prima nello stile corrente, pressoché arabo, e dopo in quello auspicato per il futuro, diretto, secco e colmo di informazioni chiare. C’è, infine, il testo di una circolare interna scritta dal Capo di Gabinetto del sindaco di Roma Rutelli, Pietro Barrera, nella quale vengono date ai pubblici dipendenti alcune regole di fondo su Come modificare la propria lingua quando rispondono alle lettere: rivolgersi direttamente all’interessato, evitare ogni espressione impersonale come “si comunica” o “si esprime”; utilizzare formule di saluto dirette. Ora, come si capisce subito queste otto paginette sono uno squillo di tromba che annuncia un’offensiva epocale, sacrosanta, certo, ma forse anche donchisciottesca nei confronti di uno degli orrori più comuni del nostro vivere civile: prendendo alla lettera le raccomandazioni dei responsabili di questa campagna, si può dire che contro la lingua della burocrazia italiana è scattata l’operazione “parla come magni”. Naturalmente, la campagna verrà affiancata da un inizio di riforma effettiva della burocrazia comunale (semplificazione delle procedure, riduzione dei moduli, snellimento degli iter), senza la quale sarebbe perfino sciocco accanirsi sullo stile, ma resta comunque tutto intero l’interrogativo: riusciranno i burocrati a parlare come màgnano? Anche ammesso che i dipendenti comunali vengano effettivamente raggiunti da questi strumenti, cioè che studino sul serio l’imminente manuale che li riguarda, saranno in grado di spogliarsi del catafalco lessicale che li ha fin qui avviluppati, e soprattutto saranno disposti a farlo? Può un dirigente dell’annona, che per vent’anni è stato addestrato a “porre in essere” dei regolamenti “all’uopo”, di punto in bianco abituarsi a “applicarli per questo”? Può un vigile urbano, dopo anni di verbali in cui i “manufatti” erano “ubicati” in una certa via, accettare senza contraccolpi la dura verità per cui si trattava solo di “case”, e che in quella certa via esse semplicemente “si trovavano”? Sembra uno scherzo, ma probabilmente non lo è. Togliere a un popolo la lingua nella quale si riconosce è l’atto più umiliante e autoritario che un oppressore possa eseguire, e chiunque è in grado di capire che esso produce alienazione e frustrazione: allo stesso modo, perché non credere che toglierla a una categoria di lavoratori, ancorché con tutte le giustificazioni di questo mondo, possa generare una vertiginosa crisi d’identità? É un problema che non va sottovalutato, questo, nel caso si intenda sul serio portare in fondo questa campagna, e dunque predisporre tutto un apparato di controlli e di provvedimenti disciplinari per imporre agli impiegati un italiano meno disumano. Oltre ai linguisti, forse, sarà il caso di scomodare anche gli psicologi, perché assistano l’esercito dei burocrati nella loro dolorosa retrocessione, dagli avamposti di sublime nonsense nei quali si erano attestati, alla squallida retroguardia della chiarezza nella quale rincasavano solo la sera – e stanchi morti, dopo una giornata di lavoro trascorsa a crittare ogni umana attività, solo allora, seduti a tavola nell’intimità delle mura domestiche, anziché richiederne il trasferimento in sito più prossimo alla di loro posizione, si concedevano lo strappo di farsi passare il sale. Sandro Veronesi