Jenner Meletti, l’Unità 11/11/1995, 11 novembre 1995
LE MAMME, I PAPÀ E I BAMBINI CHE SI DISSOLVONO NEI BOSCHI– L’Unità, sabato 11 novembre 1995 La bicicletta è appoggiata al muro, sotto il balcone
LE MAMME, I PAPÀ E I BAMBINI CHE SI DISSOLVONO NEI BOSCHI– L’Unità, sabato 11 novembre 1995 La bicicletta è appoggiata al muro, sotto il balcone. «È quella di Rossella: ho dovuto cambiare le gomme, farla mettere un po’ a posto, dopo tanto tempo... Ma da lì non la muovo. Quando Rossella torna, deve trovare la sua bici proprio dove l’ha lasciata». Elisanna Corazzin, 62 anni, è una donna fortissima. «Devo essere forte, sono obbligata. Quando Rossella torna, non può trovare la sua casa vuota. Sono rimasta solo io, ad aspettarla. Mio marito Sergio è morto il 15 febbraio 1980, cinque anni dopo la scomparsa della nostra bambina. I medici hanno detto che è stato un ictus, ma io so che è morto di crepacuore. Era in coma, all’ospedale, ed io gli dicevo: “devi tornare a casa con me, ad aspettare Rossella”. Quando sentiva quel nome, riusciva ancora a stringermi la mano». Una casa con il giardinetto davanti, sala e cucina a piano terra, le camere sopra, «Io stanotte non ho dormito. Quando ho saputo che lei veniva, per parlare di Rossella, ho messo in ordine tutte le carte, tutti i giornali. La mia Rossella è via da vent’anni, ma io vivo per lei. Lo sa, oggi avrebbe 37 anni e sei mesi. Io penso – anzi, sono sicura – che sia viva. Lo sento. E l’aspetto». In sala le fotografie di Rossella la prima volta al mare, Rossella che spegne la torta con cinque candeline, Rossella che soffia su sette candeline. Rossella già signorina, a un matrimonio... «Era molto ordinata, la mia bambina. Teneva come ricordo anche le cose più piccole, come i tappi dello spumante che bevevamo a Natale o per il compleanno del babbo. Guardi, sono tutti qui, nell’armadio, e sopra c’è scritta la data». Non deve certo guardare i vecchi giornali, Elisanna Corazzin, per ricordare ogni minuto di quell’agosto 1975. «É successo di pomeriggio, era un giovedì, il giorno 21. Eravamo a Tai di Cadore, la prima vacanza assieme, perché mio marito faceva l’artigiano, il falegname, e finalmente si era deciso a prendersi dieci giorni di ferie. Abbiamo mangiato tardi, perché al mattino eravamo stati al mercato. Alle 14, Rossella dice: “Papà, oggi non andare a fare la ninna”, come diciamo noi. “Vieni a fare la passeggiata con me”. Ma mio marito era un po’ stanco, voleva fare un riposino. “Attenta a non perderti”, le disse. Lei era già sull’uscio, si voltò e disse: “Sentite mio papà, che esagerato”. Io stavo facendo i piatti, mi girai verso di lei. È l’ultima volta che l’ho vista». Una passeggiata verso il parco, strada asfaltata, con le panchine. «É la stessa passeggiata che faceva ogni giorno, con suo papà. Erano legatissimi, loro due. Noi abbiamo cominciato a preoccuparci già un’ora dopo. Mezz’ora per andare, mezz’ora per tornare. Alle 15 avrebbe dovuto essere a casa. Lei era precisissima: andava a scuola a Pordenone, prima liceo ed era bravissima, e se tardava cinque minuti telefonava subito. Mio marito, forse si sentiva dentro qualcosa, non era nemmeno andato a letto. Alle cinque del pomeriggio eravamo già dai carabinieri, a dare l’allarme. E loro a dire: “Quanti anni ha? Diciassette? Non vi preoccupate. É fuori da tre ore, sarà andata a fare un giro”. Ma Rossella non tornava. Sono arrivati quelli del Soccorso alpino, hanno cominciato a cercare. Alla sera una signora è venuta a dirci che aveva visto una ragazza – con un maglione verde sulle spalle, un libro in mano – che era sulla strada nel bosco e cercava una panchina libera. La stessa panchina sulla quale si sedeva con suo padre». La prima notte di paura. «C’era un elicottero con le luci, si sentiva il nome di Rossella urlato nei boschi. Ed io e Sergio a pensare: “sarà caduta da qualche parte?”, “sarà stata punta da una vipera?”. Ha piovuto molto, quella notte, un diluvio. Il giorno dopo hanno portato due cani pastore, della polizia. Hanno annusato un pigiama di Rossella, sono partiti subito verso la strada del bosco. Tiravano come matti. Poi si sono fermati alla panchina, dove Rossella era stata vista dalla signora, hanno annusato ovunque ma non hanno trovato più la pista. Il capitano dei carabinieri disse: “questa ragazza ce l’hanno rubata”». Boschi e torrenti passati al setaccio, per giorni e per mesi. Nessuna traccia di Rossella e delle sue cose: una macchina fotografica ed il libro che stava leggendo, I passi perduti, di Alejo Carpentier. «Era arrivata a pagina 33. Lo so bene, perché in passeggiata leggeva sempre, ed ogni tanto mi passava il libro, perché tenessi il segno mentre lei raccoglieva un ciclamino». Dopo dieci giorni, il ritorno nella casa di San Vito. «É stato terribile. Io continuavo ad apparecchiare per tre, e Sergio non diceva nulla. Non riusciva nemmeno ad andare a lavorare, i primi mesi. Erano legatissimi, lui e la sua bambina. Guardi qui, questo “Dizionario del pescatore”. Glielo aveva regalato Rossella, il giorno prima di sparire. “Rossella al suo caro papà, con tanto affetto, 20 agosto 1975”. Lui non aveva voluto nemmeno che Rossella andasse all’asilo. “Quando torno dal lavoro, cosa faccio se non trovo a casa la mia bambina?” Dopo la scomparsa di Rossella, gli inquirenti ci hanno spogliato anche l’anima. Volevano sapere se andavamo d’accordo, io e mio marito, se ci fosse tensione in famiglia... Facevano domande in paese. Eravamo tre, uniti come la Santissima Trinità. Mai avuto un problema. Si viveva per questa figlia. Se uno ha dieci figli e ne perde uno, si dispera. Immagini cosa vuol dire non vedere più una figlia unica». In cucina sono già pronte le tazzine per il caffè. «Mio marito riuscì a trovare un po’ di forza. Pensi che prese anche la patente, per potere correre da una parte all’altra, se c’era una segnalazione, e per andare a parlare nelle caserme e nelle questure. E dopo che lui se n’è andato per sempre, la patente l’ho presa io, che sapevo andare solo in bicicletta. Ogni tanto vado in questura, all’ufficio denunce persone scomparse, ma ormai trovo solo facce nuove. “Niente di nuovo per Rossella Corazzin?”, chiedo. Ma quando il funzionario mi domanda: “da quanti giorni è scomparsa?”, io non ce la faccio, vado via. Come si fa a dire che tua figlia è via da vent’anni? Vuole vedere la camera di Rossella?». Il letto è ad una piazza, accanto ad una piccola libreria. «Quei cinque libri sono della biblioteca del paese. Io li portai indietro, ma il bibliotecario mi disse: “Signora, li tenga. Li porterà Rossella, quando torna”. Parole che mi hanno fatto un gran bene». I vestiti nell’armadio, i giocattoli, le prime scarpine usate da Rossella. «Ci vengo spesso, in questa camera. Spolvero un poco, mi metto qui a toccare queste cose. A volte mi dimentico la luce accesa e più tardi, quando la vedo filtrare da sotto la porta, il cuore impazzisce. “Rossella è tornata”, mi dico. Ma poi c’è solo una lampadina da spegnere. Il cuore va per conto suo anche quando squilla il telefono. A volte succede che qualcuno sbaglia numero, sente una voce che non è quella che si aspetta, e resta lì zitto. Per me è una tragedia. Penso subito che qualcuno mi voglia parlare di Rossella, che non abbia il coraggio... Io non lo so dove sia la mia bambina, sento solo che è viva. Lo hanno detto anche i sensitivi che abbiamo incontrato. “È viva ma non può mettersi in contatto con voi”, ci disse Gerard Croiset junior. Vede questa rivista dei missionari? Qui parla di Rossella vittima della tratta delle bianche, come altre ragazze sparite dall’Italia. Io non so nulla. Quella cosa lì mi dispera, ed allo stesso tempo mi da speranza. Forse tornerà, anzi, tornerà senz’altro. Io voglio vivere a lungo, per aspettarla». Tutti, a San Vito, conoscono il dramma di Elisanna Corazzin. «Qualcuno mi chiede ancora se c’è qualche novità, altri fanno finta di non vedermi perché non sanno cosa dirmi. Io in casa sto male, e quando sono fuori non vedo l’ora di tornare. Qui arrivano i certificati elettorali di Rossella, ed io pago anche per lei la tassa sui rifiuti. No, aspetti, l’ho pagata fino all’anno scorso. Quando sono andata in Comune, il funzionario che mi conosce da sempre mi ha detto: “Elisanna, non è giusto che paghi le tasse anche per Rossella. Facciamo così: io la tolgo, e quando torna le facciamo pagare gli interessi. Ti va bene?». I giornali che parlano della ragazza scomparsa sono conservati come reliquie. «Ho anche le lettere che ho mandato a tutti, dal Presidente della Repubblica in giù, per chiedere che cercassero la mia bambina. Non butto, via niente, io. Rossella, quando torna, deve sapere cosa abbiamo fatto, ogni giorno, per cercarla. Segnalazioni attendibili di Rossella Corazzin, nella casetta di San Vito, non ne sono mai arrivate. «Una volta i carabinieri ci hanno detto che una ragazza giovane era stata trovata nel Tamigi, ma non era Rossella. Io, il 31 marzo di ogni anno, giorno del suo compleanno; compro una rosa rossa e poi la lascio seccare. La metto in una busta come questa, ci scrivo sopra “Buon compleanno, Rossella”, e la metto da parte. Così capirà, quando torna, che non l’ho dimenticata un attimo. Quando c’era mio marito, in certi giorni come Natale, non riuscivamo nemmeno a parlare. Non ce n’era bisogno. Da quando se n’è andato, non apparecchio più per tre. Mangio in piedi, qualcosa, quando capita. Non ce la faccio a mettermi a tavola, da sola». Una leggera nebbia avvolge il paese. Elisanna Corazzin accarezza la sella della bici di Rossella. «Ogni tanto faccio un sogno. Sono in montagna, per mano ho mio marito Sergio, e vedo Rossella, poco lontano, con il grembiule nero della scuola. “Là xe là”, grido. Corriamo, ma quando io e Sergio arriviamo, Rossella svanisce. Sono contenta che sia venuto a trovarmi. Così potrà scrivere, e ricordare a tutti che la nostra Rossella non è ancora tornata”. Jenner Meletti