Massimo Livi Bacci, Il Sole 24 Ore 27/6/1996, 27 giugno 1996
IL NORD CONTRO IL SUD: ACCADRÀ IN ITALIA– Il Sole 24 ore, giovedì 27 giugno Supponiamo che l’incredibile sia avvenuto
IL NORD CONTRO IL SUD: ACCADRÀ IN ITALIA– Il Sole 24 ore, giovedì 27 giugno Supponiamo che l’incredibile sia avvenuto. La Padania è finalmente indipendente. Capitale politica Mantova; capitale economica Milano. I confini settentrionali sono quelli del dissolto Stato unitario; a sud la frontiera corre lungo il crinale appenninico separandola da Toscana e Marche. Tra i 16 Stati che compongono l’Unione europea la Padania si pone tra i primi per reddito pro-capite; demograficamente, con i suoi 25 milioni di abitanti, si piazza al sesto posto, dopo Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e l’Italia papalino-borbonica, scavalcando queste due ultime entità per dimensione del Pil. Da questo punto di vista si può ben dire che la Padania è il quarto Paese d’Europa: altissima concentrazione di industrie manifatturiere, alta quota di export, imprenditorialità diffusa, bassa criminalità. Il presidente del Consiglio padano parla a tu per tu con Kohl e Chirac e, con qualche tono di superiorirà, con Major e Aznar. La Padania ha, però, un problema. Le sue donne, contrariamente a una tradizione che le voleva forti e fertili, fanno pochi figli: appena uno a testa. Nel giro di 30 anni la popolazione diminuirebbe a 20 milioni di abitanti; l’età media della popolazione crescerebbe da 43 a quasi 53 anni. Ci sarebbe una netta caduta dell’occupazione, nonostante un ulteriore aumento dell’occupazione femminile, che però potrebbe portare a un’ulteriore compressione della riproduzione. Le industrie fanno miracoli, e riescono ad aumentare la produttività; ma i servizi languono e si deteriorano, gli ospedali non trovano infermieri, le strade restano sporche, gli anziani (nel 2020 ci saranno più ultraottantenni che ragazzi sotto i 15 anni) restano senza assistenza, abbandonati a se stessi. D’altra parte anche le casse dello Stato soffrono: in 30 anni, gli anziani uguaglieranno il numero degli adulti in età lavorativa; si dovranno, a un tempo, aumentare fortemente i contributi sui produttori di reddito e ridurre moltissimo i benefici pensionistici, i servizi sanitari, l’assistenza. Grande sarà lo scontento, riaffioreranno proteste e rivolte fiscali. Insomma, un grande guaio, al quale nessuno aveva pensato. Forse non si era guardato con attenzione ad alcuni particolari. Ad esempio, poco prima della secessione, i dati censuari mostravano che quasi tre milioni di abitanti della Padania erano stranieri, nati nell’Italia papalino-borbonica, entrati “illegalmente” (per la legislazione vigente, non per quella passata) nel Paese. Bisogna pur riconoscere che quell’immigrazione – certo deprecabile per l’inquinamento etnico che aveva provocato, per lo scadimento dell’etica del lavoro, per lo stravolgimento dei costumi e delle abitudini, non escluse quelle alimentari – qualche effetto positivo lo aveva pur avuto. Se ne erano avvalse le catene di montaggio, le imprese di costruzioni, molte attività manifatturiere, perfino l’attività editoriale, tanto che alcuni direttori del più grande quotidiano erano essi stessi immigrati. Alcune voci progressiste avevano sollevato il problema, ma erano rimaste isolate. Del resto la Padania, per aderire al Trattato di Schengen, aveva rafforzato la frontiera con l’Italia (inaffidabile partner europeo dai confini come groviera) ai varchi della Cisa, di Porretta, Futa, Mandrioli e Muraglione. Ma la forza delle cose s’impone; la Padania è in Europa e deve obbedire alle regole della libera circolazione interna. L’idea di riattivare l’immigrazione dal Sud viene accettata e sommessamente incoraggiata. Purtroppo nessuno risponde agli appelli: l’Italia papalino-borbonica, con la sua moneta svalutata e costi del lavoro più bassi, traversa un periodo di boom; la disoccupazione è diminuita, lo standard di vita, pur lontano da quello del Nord, è cresciuto e nessuno se la sente di affrontare i costi di un’emigrazione a Nord. Anzi si è andata formando una piccola ma significativa corrente di rimpatri verso Sud. Bisognerà seguire un’altra politica. Forse quella della Germania degli anni ’60. Importare, temporaneamente, manodopera dai Paesi in via di sviluppo. Questa politica non richiede forti investimenti sociali perché chi è ammesso, deve poi andarsene. La differenza di lingua, di religione, di pelle ha poca importanza se non si mettono le radici. Il primo ministro è già partito per una serie di colloqui bilaterali: Il Cairo, Nairobi e Manila sono le prime tappe. Poi si vedrà. Massimo Livi Bacci