Stefano Malatesta, la Repubblica 16/9/1988, 16 settembre 1988
IL GRIDO DELLA COLOMBA – «Ma com’è grande, com’è alto», dice la voce giovanile. Io non vedo nessuno
IL GRIDO DELLA COLOMBA – «Ma com’è grande, com’è alto», dice la voce giovanile. Io non vedo nessuno. Poi da dietro la porta dell’ascensore, dove forse si era nascosta, si affaccia Anna Maria Ortese: «Parlando al telefono me l’immaginavo diverso». Lei invece è piccola, esile, leggermente curva, porta una fascia di lana nera intorno alla testa. Mi fa strada nel modesto appartamentino condominiale, un po’ emozionata. Entrando, chiude con sollecitudine delle porte per evitare incontri: «Di là c’è mia sorella, Maria…». La settimana scorsa la Ortese doveva andare a Procida a ricevere il premio Elsa Morante – Isola di Arturo per il suo ultimo libro In sonno e in veglia. Naturalmente non si è mossa da Rapallo, dove vive da tredici anni. In un periodo di esibizionismo furioso, da parte di letterati e scrittori, perché il mercato lo vuole, la non partecipazione di Anna Maria Ortese, il suo esilio volontario, la sua semi-reclusione, mettono a disagio. Non ha mai visto il suo editore, Roberto Calasso dell’Adelphi, con il quale ha ripubblicato L’Iguana e pubblicato In sonno e in veglia. Non si è mai incontrata con Pietro Citati, un critico che molto l’ammira, e che ha definito L’Iguana uno dei pochi libri destinati a onorare la letteratura italiana del dopoguerra. Si concede a rarissime interviste, sempre scusandosi, sempre fuori casa, sempre pregando di non farle dire sciocchezze. Non risponde al telefono. Invitata, non va da nessuna parte. Dice: «Non trovo la maschera giusta per frequentare gente, per vedere posti. Forse sono quello che viene chiamato un caratteraccio. Forse sono diversa, ma vengo subito fraintesa. Credono che io mi comporti così per egoismo, per orgoglio. Invece è l’impossibilità di confrontarmi e di sopportare le infamie del mondo. Una volta, molti anni fa, mi trovavo in una farmacia. Era una farmacia magnifica, moderna, splendeva come una gioielleria. Arrivarono due donne, due signore di una certa età, vestite con una certa cura, ma storpie. Si avvicinarono lentamente al bancone. E il farmacista, rivolto agli altri clienti, commentò: “Ecco le sorelle Kessler”. Capisce?». Ci sistemiamo in un salottino, modesto come il resto dell’appartamento. Una piccola libreria dipinta a mano di rosso, con sopra delle decalcomanie. Due orologi a cucù. Una fotografia o una stampa di Gary Cooper a cavallo, laggiù nell’Arizona. Una fotografia di indiani accovacciati davanti a una tenda. La macchina da scrivere coperta da un’incerata. La Ortese si scusa continuamente: «Non so ricevere, sono sempre stata povera. Non sono nemmeno un’intellettuale, all’istituto di avviamento al lavoro mi hanno bocciata due o tre volte. Sa, non ho la sicurezza che viene dall’aver frequentato gli studi superiori. Pasolini, Paolo Volponi, tutte persone intelligenti, consapevoli della loro cultura. Ma io…». Si alza dalla sedia, mi chiede se prendo un caffè. Al telefono si era raccomandata di venire in treno, non in aereo. Per la colazione non mi dovevo preoccupare, ci avrebbe pensato lei, qualche fettina di prosciutto, della mozzarella, dell’altro formaggio, una buona bottiglia di vino: non potevo certo andare al ristorante. Scompare verso la cucina, chiudendosi dietro la porta. Passano alcuni minuti. Si sentono delle voci, come una delicata, amorevole discussione. Poi la Ortese riappare, portando una sola tazza di caffè. Sorride, spiega che la sorella, Maria, non ha voluto che lo prendesse anche lei: «È Maria che l’ha preparato, io non lo so fare. Maria è forte, molto più forte di me. Ma soffre di nervi e le medicine che le danno i medici la sfiancano. Non mi posso mai allontanare. Senza mia sorella non avrei potuto lavorare. In Italia le scrittrici si sono sempre appoggiate a qualcuno: Anna Banti aveva Roberto Longhi, Gianna Manzini aveva Falqui. Anche la Morante… Ho ammirato immensamente la Morante. Ricordo di averla vista per la prima volta a Roma, prima della guerra, ad una fiera letteraria. Io ero un po’ distante. Appariva bellissima, con dei capelli ricciuti, come degli anelli neri, molto intensa, con accanto Moravia, più distaccato. Però il suo caso è stato diverso dalle altre scrittrici, perché lei doveva competere con Moravia, facevano tutt’e due lo stesso mestiere. Se si fosse sposata e avesse avuto dei figlioli, sarebbe vissuta fino a novant’anni. Invece Moravia se ne andò… Non si può reggere da soli. Io ho potuto scrivere, per sette, otto anni, perché mia sorella, tutti i giorni, andava a lavorare alle poste». La Ortese si interrompe: «Maria mi sta chiamando? Ah no, va bene». Accende una sigaretta, così io posso fumare il mio mezzo toscano. Dice che il medico la rimprovera: il fumo fa male. E lei commenta: «La vita fa peggio. Ma dove vogliono andare, come se non ci fosse un’unica conclusione per tutti. Forse sono stata sconsiderata, dovevo seguire di più la vita. Da ragazza ero talmente abbagliata da tutto, i visi delle persone, il suono delle voci. Tutto era stupendo: ho cominciato a scrivere per tentare di fermare le cose che si evolvevano e scivolavano via come nuvole nel cielo. La realtà era innocente, anche se avevo un sospetto… Poi mio fratello morì, per un incidente di navigazione, e la mia esistenza venne sconvolta». In quel periodo la Ortese aveva diciotto anni leggeva molto: poesia sulle antologie scolastiche dei fratelli, Chateaubriand… In casa c’era penuria di tutto, lo stipendio del padre non bastava e non ci si poteva permettere di comprare altri libri. Poi la scoperta di Poe: «La parola usata con economia e con sfarzo, il bizzarro, l’angoscioso, il fantastico autentico. E l’estrema rivolta che c’era nell’estremo fantastico. Cominciai a capire che nello scrivere bisognava gettare via il reale e costruirsene un altro». Dice che un’emozione è stata sempre all’origine dei suoi romanzi, come dei racconti. «Parecchi anni fa, in un’altra casa, una coppia di colombi aveva fatto il nido sul tetto, sopra una veranda. Questo nido un giorno scomparve, portato via dal vento, o caduto nella veranda e poi finito nello scolatoio, non lo seppi mai. Ritornando a casa e affacciatami alla veranda, fui sfiorata da una colomba, che sembrava impazzita. Andava, veniva, e mandava dei gridi di dolore. Per giorni sono rimasta come affranta, con una disperazione, una disperazione… Uno o due mesi più tardi, di notte, mi alzai dal letto a scrissi quattro parole, che ora non le voglio ripetere. Quattro parole oscure, con le quali la colomba aveva cercato di comunicare, nel suo linguaggio. A differenza degli uomini comuni, che parlano un linguaggio codificato, convenzionale e automatico, gli animali si esprimono con parole essenziali, con qualcosa che va al di là. E solo i grandi scrittori, la Mansfield, ad esempio, riescono a parlare con la stessa voce, a comunicare una verità che sta dietro il muro, come aveva fatto la colomba. Partendo da queste quattro parole, in tre notti ho scritto quaranta cartelle. Un racconto, che però ora non riesco a decifrare, perché scritto a mano e quasi non lo capisco più». I libri della Ortese tra cui Angelici dolori, Il mare non bagna Napoli, I giorni del cielo, Il porto di Toledo, L’Ignara, Poveri e semplici sono considerati tra i più belli della letteratura italiana negli ultimi decenni. Ma hanno avuto sempre pochi lettori, forse perché di genere fantastico, ossessivo, sotto una leggiadria e una chiarezza anche di scrittura. Angosciosi e anomali. La scrittrice ha vinto il premio Viareggio nel 1953, lo Strega nel 1967, e due Saint-Vincent per articoli apparsi sui giornali. Ma è vissuta o sopravvissuta con una pensione umiliante, fino al vitalizio previsto dalla legge Bacchelli in favore di cittadini che abbiano illustrato la patria e versino in stato di particolare necessità, concessole due anni fa, dopo l’interessamento del poeta Dario Bellezza, suo amico, e di altri. Trascinata dalla necessità, la Ortese è andata emigrando di città in città: Roma, dov’è nata, Tripoli di Libia, Napoli, Venezia, ancora Roma, Milano. A Milano, dal 1952 al 1958, dice di aver vissuto anni non terribili, a volte piacevoli. «Avevo una compagnia», ricorda. «Sono stata con una persona, per quattro anni. Poi quella persona se n’è andata, diventando ricca. Io sono rimasta, sempre più povera. E poi sono andata via anch’io. A Milano una donna sola è come un cadavere, viene considerata morta. Solo le donne fortissime e molto combattive possono resistere. Però, a forza di combattere, s’incarogniscono». Da Milano si era trasferita ancora una volta a Roma, dove non vedeva assolutamente nessuno, e infine a Rapallo. È l’ora di colazione. Mentre la Ortese va in cucina («Se non le dispiace mangiare qui, le apparecchio il tavolinetto, di là c’è mia sorella…»), vado a curiosare nella libreria. Ci sono volumi di Conrad, di Stevenson, di Defoe; c’è Jane Eyre di Charlotte Brontë, il Francese per l’italiano autodidatta, numerosi volumetti della Bur. Pochissimi gli autori italiani, tra cui Citati. Alla Ortese non piace la letteratura moderna italiana, dice che è solo fisiologia e sentimento. Dice anche che è come andare in autobus: si prende il biglietto, si conosce l’itinerario. Preferisce la letteratura anglosassone, che è riuscita ad affrontare valori come il denaro, su cui gli italiani hanno scivolato. Oppure certi romanzi come Il cugino Basilio di Eca de Queiroz, o il racconto, sempre di Queiroz, sulla rivolta di una cameriera sottomessa e umiliata per anni dalla padrona pigra e infingarda. Lo definisce un testo basilare della collera, come da noi nessuno saprebbe scrivere. Mentre assaggio il prosciutto e il formaggio («Li ho comprati stamane. Non è vero che non esco mai. Invece esco sempre, per la spesa ed altro»), la scrittrice, seduta accanto a me, continua a parlare. Parla di Napoli, della scalinata che porta al Vomero, degli orti sulla collina, dell’odore dei gerani. Racconta di un gabbiano ferito a un’ala che non poteva volare e di un uomo che lo portava sulla spiaggia, la domenica, per fargli vedere il mare. Di certe rondini di cui le aveva parlato Davide Lajolo1. Dell’amicizia di un gatto con un altro, cieco, zoppo e feroce, ammansito poi dal calore dell’altro. Dell’episodio raccapricciante, mostruoso, letto su un giornale, di una nota poetessa che aveva partecipato in Sicilia ad una mattanza. Lei stava su una barca di pescatori. E uno di questi pescatori, terminata la mattanza, aveva aperto un tonno e mi aveva aveva estratto il cuore, offrendolo poi come omaggio alla poetessa: «Mi trovo bene in Liguria. I liguri sono brave persone, non amano il potere, vogliono solo essere liberi. Sono gentili, ti aiutano. E in questo senso sono religiosi, perché che cosa è la religione se non il sentimento del soccorso, dell’altruismo? Io vivo sola da tanti anni, lo posso capire. D’altronde non potrei non vivere da sola, perché il dolore che mi porto dietro, quasi il bisogno di essere disperata, come una verità, non è per tutti. Molti uomini sono moralmente piccoli e rimangono lontani». La Ortese sembra stanca. Dice che non è abituata a conversare, che spera di non aver detto delle cose sciocche, senza senso, da nevrotica. All’inizio della conversazione mi aveva pregato di farle rileggere quello che avrei scritto. Ora che abbiamo fatto amicizia, dice che non importa più: «Forse non leggerò nemmeno l’articolo, con quella mia ipersensibilità». Mi accompagna all’uscita, dopo aver chiuso in fretta, passando, la porta a vetri della cucina. Dietro il vetro s’intravede, immobile, un’ombra di profilo.