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 2015  agosto 26 Mercoledì calendario


LAMENTO DI ORAZIO SUL MAESTRO

Un celebre aneddoto sulle scuole di retorica nell’antica Sicilia narra di un allievo apprendista oratore, Tisia, che discute col suo maestro Corace l’annosa questione del compenso di quest’ultimo: se lo studente era stato ben addestrato nell’arte dell’argomentazione, allora sarebbe stato in grado di convincere il suo pedagogo a rinunciare al compenso; se, al contrario, non fosse riuscito a persuaderlo, ciò significava che non era stato ben istruito e pertanto il retore non aveva diritto d’essere pagato. In era di eterne riforme scolastiche, il problema del compenso resta sempre al primo posto: gli insegnanti continuano a lamentarsi per il fatto di essere sottopagati rispetto al lavoro, basilare per il futuro della società, che svolgono. Il lamento dell’insegnante, composto dallo scrittore e docente di lettere al liceo Alessandro Banda, in uscita per Guanda e di cui pubblichiamo qui un estratto, racconta in modo leggero e accattivante di come la poco gratificante percezione di sé dei docenti di scuola non sia mai cambiata nel corso della storia. Ma non si tratta solamente di un coro di lamenti emessi da insegnanti scontenti: il volume è anche un lamento sull’insegnante, e inchioda ironicamente quei cattivi maestri che non si aggiornano, si lagnano sempre per ogni cosa, si scontrano con i propri colleghi per un nonnulla, sono pieni di malanimo e, soprattutto, in classe propinano sempre la solita «minestra riscaldata» (cit. Giovenale, satira VII); cioè non sono capaci di far innamorare gli scolari del sapere, non riescono a farli sognare, a farli volare alto. Né, tantomeno, gli insegnano ad argomentare.
Armando Massarenti

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Chi era dunque il maestro di Orazio a Roma? E cosa insegnava? E come? Si chiamava Orbilio Pupillo, quanto a dire orfanello minorenne o orfanello sotto tutela. Era nato a Benevento. Aveva iniziato a insegnare a Roma alla bella età di cinquant’anni, dopo una serie di lavori e cariche insignificanti: ausiliario nell’esercito, passacarte nella pubblica amministrazione. Di carattere spigoloso, caustico, aveva scritto un’operina dal titolo incerto: Il sofferente o Il tribolato o, anche, Il pedagogo, in cui si lagnava amaramente delle offese continue che gli insegnanti subiscono a causa dell’ambizione dei genitori o della loro incuria. Dove non si capisce bene a cosa alluda, tranne al fatto che i genitori di sicuro ostacolano gli insegnanti nel loro lavoro. Aveva raggiunto anche una certa notorietà, Orbilio, come insegnante, ma soldi ne vedeva pochi. Tant’è vero che viveva pressoché in miseria in un soffocante sottotetto. Morì centenario e demente, dimentico di ogni letteratura, grammatica e anche di quelle sottili distinzioni tra sinonimi in cui eccelleva.
Orazio ci ricorda che alla base del suo insegnamento stava l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico, il testo più venerabile della letteratura latina, il primo, quello inaugurale. Ce ne parla, Orazio, in una delle sue lettere filosofiche. Quella, per la precisione, in cui il problema dibattuto è: il rapporto tra tempo e valore. Più passa il tempo e più una cosa aumenta di valore. Anche un uomo vale unicamente se appartiene al passato. Un grande uomo, insiste Orazio, è sempre e solo un uomo morto. Anzi: basta che sia morto, subito i suoi meriti saranno riconosciuti apertamente da tutti. A maggior ragione da tutti quelli che, finché era vivo, lo mettevano in discussione, lo criticavano, anche con asprezza, lo sminuivano senza posa. (…) Ecco perché Orazio rievoca il maestro Orbilio. Quella traduzione dell’Odissea che dovevano imparare lui e i suoi compagni, alla scuola del ruvido beneventano, non gli piaceva per niente, e neanche ai suoi compagni piaceva. Come poteva, del resto? Si trattava di versi remoti, arcaici: i saturni, usati dai Fauni e dai Vati in tempi incredibilmente lontani. Noi oggi non ci raccapezziamo tanto di fronte a versi di tal fatta; diciamo che il saturnio è l’unione di un dimetro giambico catalettico più un itifallico. Che si tratta quindi di un verso asinarteto, cioè dell’unione di due cola (membri) dal ritmo discordante, ascendente il primo (giambi), discendente il secondo (trochei). Ma lo schema non si trova quasi mai così nei testi antichi. A forza di sostituzioni, soluzioni, allungamenti, iati e sillabe ancipiti, non ce n’è uno che sia uguale all’altro, di questi dannati saturni. (…)
La complessa faccenda fu ricostruita dal grande studioso Giorgio Pasquali in un suo gustoso volumetto. Orazio e i suoi colleghi di scuola avevano dunque le loro riserve dovendo imparare a memoria i versi saturni di Livio Andronico che Orbilio dettava loro senza sosta. Trovavano l’Odissea tradotta da Andronico ostica, indigesta, in una parola: pressoché illeggibile. Eppure il maestro conosceva il metodo giusto per stimolarli all’apprendimento. Li motivava adeguatamente. Come? A suon di sganassoni. O meglio: di nerbate. Orazio, a tanti anni di distanza, descrive il maestro con un unico aggettivo: manesco. In latino plagosus.
In effetti plagosus viene da plaga: ferita. Orbilio non metteva le mani addosso agli scolari direttamente. Si serviva della ferula, della verga tipica dei maestri e con quella provocava lividi e ferite agli inermi studenti. Forse si potrebbe rendere quel plagosus con un più ardito «contundente». Orbilio maestro contundente. Altre fonti ci dicono che era provvisto anche di scutica, cioè scudiscio. Non si faceva mancare nulla. Possiamo ricreare la scena: Forza, prendete Livio Andronico, dài, leggiamo i versi su Nausicaa, forza! intima la voce brusca di Orbilio; i giovani nicchiano, recalcitrano, mugolano il loro fastidio; sciaff! sciaff! un paio di colpi di verga ben assestati, risuonanti nel silenzio; allora, che ve ne pare del nostro venerabile Andronico? Coro dei ragazzi, all’unisono: Bellissimo!
È, crediamo, abbastanza istruttivo notare come, pur con tutte le differenze del caso, sia rimasta identica ancor oggi la situazione fondamentale descritta da Orazio: la repulsione dei giovani verso i testi antichi, da loro considerati insignificanti e invece reputati sacri dai maestri. I nomi di questi testi possono cambiare: Divina Commedia, Canzoniere, Promessi Sposi eccetera; l’avversione, la resistenza dei giovani è la stessa; naturalmente siamo tutti contenti che verghe, scudisci, fruste, flagelli e affini siano spariti definitivamente dal panorama scolastico.
Eppure Orazio non serbava per la scuola quello che si dice un grato ricordo. Di Orbilio gli erano rimaste impresse le vergate e la noia dei testi fuori moda di Livio Andronico. (…) Il suo timore più grande: che le sue poesie finissero per esser usate, da parte di qualche vecchio maestro balbuziente, per insegnar la grammatica, in qualche borgo sperduto, ai margini dell’Impero. (Lo stesso timore che, duemila anni dopo, assalì Montale, terrorizzato dall’idea che i suoi versi in futuro fossero dati in pasto a «studenti canaglie ».)
Duemila anni circa dopo la morte di Orazio, nel 1978, sulle copertine di un esile volumetto di piccolo formato ricomparve, magicamente intatto, il nome del vecchio maestro, Orbilius. Il libretto di cui si pretendeva autore l’antico didatta s’intitolava Lettera a una studentessa e aveva come tema l’opportunità o meno di bocciare gli studenti nell’attuale stato della scuola media superiore in Italia.
Era un’evidente risposta alla celebre Lettera a una professoressa di Don Milani, uscita una decina d’anni prima, dove si auspicava la cessazione delle bocciature nella scuola media inferiore, «ospedale che cura i sani e respinge i malati», immagine molto felice, e ancor oggi attualissima, forse non più per la media inferiore, ma sicuramente per la media superiore. Il redivivo Orbilio, dopo la lunga «ricreazione» del Sessantotto, voleva il ritorno alla severità, ai voti negativi, alla selezione.
Alessandro Banda