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 2015  aprile 11 Sabato calendario


Il grande filologo Gianfranco Contini diceva di trovare consolazione nel contemplare certi «esemplari di perfezione»

Il grande filologo Gianfranco Contini diceva di trovare consolazione nel contemplare certi «esemplari di perfezione». Alludeva ai libri dell’amico Alberto Tallone, che erano il risultato di una felice combinazione tra «estro e raziocinio». Figlio del noto pittore Cesare Tallone, in anni lontani il ventenne Alberto aveva lasciato la libreria antiquaria aperta a Milano con Walter Toscanini (il figlio di Arturo), e nel 1923 era approdato a Parigi per imparare l’arte della stampa nella bottega del maestro tipografo Maurice Darantière, seguace di una illustre trafila di stampatori e già artefice della prima edizione, a Digione, dell’ Ulisse di Joyce. Un incontro folgorante. Alberto imparò a usare i caratteri mobili di piombo, come un tipografo del Cinquecento. Ne nacque una vera e propria collaborazione che avrebbe fruttato edizioni di grande pregio. Intanto, l’allievo aveva eguagliato il maestro, e nel 1938 Darantière pensò bene di cedere a Tallone la sua officina parigina, nell’Hôtel de Sagonne. Si deve a Maurizio Pallante la ricostruzione della storia dei Tallone, consegnata a un bel volume Scheiwiller del 1989. Da quella cooperazione italo-francese vennero fuori i Canti leopardiani, le Odi di Keats, le Poesie di Foscolo, Il Giorno di Parini, una Phèdre di Racine, il volume che affascinò Paul Valéry, al punto da spingerlo a conoscere lo stampatore. Nel 1939 Tallone è titolare, a Parigi, di una stamperia propria. L’Hôtel de Sagonne diventa un punto di incontro di artisti, uomini di cultura, politici, e Alberto Tallone viene onorato come uno dei massimi stampatori del secolo. Nel 1960 decide di trasferire definitivamente l’officina ad Alpignano, dove la madre ha ereditato una casa padronale settecentesca. Lì fa costruire un edificio affacciato sul parco rigoglioso, al piano terreno colloca la stamperia e al piano superiore stabilisce l’abitazione per la famiglia. All’inaugurazione, il 15 ottobre, interviene, tra i numerosi intellettuali e artisti, l’ex presidente Luigi Einaudi. Nel ’68, alla morte di Alberto, gli succedono i giovani figli Aldo e Enrico, aiutati da mamma Bianca, che accanto al marito ha appreso i segreti del mestiere. Una fotografia del ’62 ritrae il piccolo Enrico davanti all’imponente Pablo Neruda, che lo trattiene affettuosamente con le mani sulle spalle come fosse un vecchio zio. Da Alpignano passano Miguel Angel Asturias, Ulrico Hoepli, Riccardo Bacchelli, Contini è di casa, Carlo Carena sarà una spalla fedele e un traduttore eccezionale di classici. «I cancelli del parco sono sempre aperti a chiunque avesse desiderio di entrare», scriveva Pallante nell’89. E lo sono ancora. Alla scomparsa di Alberto, ogni estate il vecchio Roger Lautray, raffinato operaio di Darantière e artefice dell’edizione joyciana, va ad Alpignano per insegnare ai due fratelli Aldo e Enrico l’arte sopraffina della stampa. Oggi, dopo la morte prematura del fratello, è Enrico a tenere le redini della casa editrice e dell’atelier tipografico, con sua moglie Maria Rosa, l’unica collaboratrice interna, Graziella, e i tre figli: l’archeologa Eleonora, la biologa Elisa, il restauratore Lorenzo. Tra i curatori e gli autori dei Tallone si succedono nomi di tutto rispetto. Gli ultimi sono Carlo Ossola, Angelo Tonelli, Yves Bonnefoy, Guido Ceronetti, Eugenio De Signoribus, Roberto Cicala, Marcia Theophilo. L’entusiasmo di Enrico è trascinante nel salvaguardare la tradizione e nell’esaltare l’unicità dei singoli libri. Ultimo nato — proprio mentre la Disney annuncia un ritorno alle avventure del burattino di Collodi —, il Pinocchio, tirato in 219 esemplari su carta San Giovanni di Pescia e 190 su carta turchina di puro cotone delle manifatture di Sicilia, il cui colore evoca i capelli della fata. Una perla di composizione manuale per realizzare la quale è stato necessario impiegare 420 mila caratteri Garamond tondi e corsivi fusi a Parigi. A Enrico brillano gli occhi come fossero i piccoli minerali che in controluce costellano la carta di Pescia: «La scelta del Garamond della fonderia Deberny & Peignot, inciso a mano nel 1910 da Henri Parmentier, è un omaggio ad Aldo Manuzio di cui ricorre il quinto centenario della morte, poiché Claude Garamond nel Cinquecento incise i propri caratteri ispirandosi proprio a Manuzio». Le illustrazioni di Carlo Chiostri, tratte dall’edizione del 1901, fanno il resto. Tre sono i commenti in chiusura del volume: quello di Marino Parenti, scritto per l’edizione Tallone parigina del 1951; un nuovo studio di Piero Scapecchi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; e una lettura «giuridica» del magistrato Lorenzo Poggi, la cui bisnonna era amica del Collodi, frequentatore abituale del suo salotto fiorentino. «La caratteristica dei libri Tallone? Una forte identità e l’orgoglio dello stile italiano: non dimentichiamo che i Garamond sono caratteri che imitano quelli di Manuzio, a cui si deve la rivoluzione del corsivo, rispetto alla quale l’invenzione del tablet fa ridere, perché non fa altro che traslocare il materiale nell’immateriale. Pochissime cose al mondo diventano dei classici: il corsivo, che è famoso ovunque come italic, è una di queste. È la forza della grazia italiana che dura da oltre cinquecento anni: un’alchimia di chiarezza da offrire al lettore. Il libro è perfetto quando riesce a interpretare lo spirito segreto del testo, l’arte alchemica della composizione, dell’impaginazione e della stampa raggiunge una sua materica semplicità, fino quasi a scomparire per mettere in contatto diretto l’autore con il lettore». Non vuole sentir parlare di tecnologia, Enrico Tallone, non solo perché i pochi computer che tiene in azienda sono quelli dell’amministrazione e della contabilità, ma soprattutto perché anche l’arte tipografica è tecnologia pur non avendo nulla di digitale: «Pensi che la fusione di un carattere comporta 150 operazioni tecniche, dal disegno all’incisione, e i caratteri una volta scomposti entrano nell’alveo di un nuovo testo. Con il vantaggio che un libro, a differenza di un testo digitale, per 500 anni almeno non si smagnetizza».