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 1998  marzo 16 Lunedì calendario

Corriereconomia.Anniversari / Mode, prezzi, lavori, commerci: come era il capoluogo lombardo sotto gli austriaci nel 1848, l’anno delle Cinque Giornate Non si viveva cosi’ male nella Milano di Radetzky Gli abitanti erano 157

Corriereconomia.Anniversari / Mode, prezzi, lavori, commerci: come era il capoluogo lombardo sotto gli austriaci nel 1848, l’anno delle Cinque Giornate Non si viveva cosi’ male nella Milano di Radetzky Gli abitanti erano 157.000 L’agricoltura rendeva. Un operaio guadagnava quattro lire al giorno Com’era la vita a Milano centocinquant’anni fa, con gli austriaci in casa? Com’era la sua economia? Esisteva gia’ lo spirito imprenditoriale della sua gente? Quali erano le sue industrie, i suoi commerci e la forza lavoro del suo artigianato? Quanti erano i professionisti, gli impiegati, gli operai? Che stipendi e che paghe prendevano? Quanti abitanti contava Milano? Com’era il costo della vita? Quali erano i salotti intellettuali, quanti teatri c’erano? Il lusso, i ristoranti, i menu’, gli alberghi, i prezzi, la moda? Gia’ allora Milano aveva gli usi e i costumi di una vera e propria metropoli europea. E’ di questa vita quotidiana, delle sue consuetudini che vogliamo dare qui un piccolo spaccato. Milano, dunque, come risulta dalle cronache del tempo, era cosi’, mentre al suo interno forze nuove e piu’ vive stavano preparando il cambiamento. L’anno delle "Cinque giornate" era bisestile. Un bisesto certo non infausto per la causa nascente dell’unita’ d’Italia. Il 1848 era cominciato bene. Il 1o gennaio era un sabato. La notte di San Silvestro c’era stato un veglione alla Scala, dopo la rappresentazione della "Norma" e de "L’assedio di Calais". Nelle sale degli alberghi e dei caffe’ - restaurant s’era ballato fino all’alba. Milano era attenta alla moda e seguiva le novita’ che arrivavano da Parigi, da Vienna e da Londra. Poi nel 1842 incomincio’ a imporsi la moda italiana, creando fogge femminili molto estrose. Per la sera, per la Scala e per i balli, grandi decolletes, pellicce di cincilla’ o di ermellino. Molto usato il petit - gris. Cappelli con sottogola di cr - epe e di tulle, preferibilmente di colori tenui, guarniti di veli o di piume. Frequenti le mantiglie: abiti aperti davanti sopra eleganti camicine e sottane ricamate, maniche cortissime e larghe, nessun nastro al collo. Per gli uomini, abiti corti e svelti: "paletot" molto stretti e piccoli, non piu’ a sacco ma aderenti alla vita, gilet lunghi con le faldine arrotondate e della stessa stoffa dei pantaloni, che dovevano essere di colore chiaro e soprattutto stretti e corti. Milano viveva bene. Le case erano belle, ricche, con saloni enormi. Tutte le superfici dei mobili erano di legno lucido o di marmo, i tavoli erano coperti di panni pregiati a frange e i tendaggi erano di velluto azzurro intenso o cremisi carico. Nelle stanze non mancavano i "bronzi di Parigi" e le lampade di opalina decorate a fiori; parafuochi ricamati con mazzi di rose nascondevano i caminetti. I palazzi patrizi avevano quadri celebri, grandi specchi, ori e stucchi; anche le case borghesi erano spesso modelli di arredamento. Il passatempo signorile piu’ diffuso era la passeggiata in carrozza. Le vetture erano costruite sullo stile inglese, con lo stemma di famiglia sulla portiera. Erano tirate da una pariglia. L’ora del pranzo nelle famiglie nobili e dell’alta borghesia era fra le cinque e le sei del pomeriggio. Oltre la minestra, si componeva di almeno tre piatti: lesso, fritto e arrosto. Quando c’erano invitati, le portate aumentavano e in certe occasioni, in case piccolo - borghesi, arrivavano fino a dieci o dodici, riuscendo spesso indigeste per gli ospiti. La festa piu’ celebre era quella del ballo in costume organizzata dal conte Batthyany con 500 invitati. Molti costumi furono ideati dal pittore Hayez. In quella serata, per celebrare i "Promessi sposi", la prima quadriglia raffigurava Don Rodrigo e i suoi bravi ed era capitanata dal marchese Correga. Divertimento popolare era poi il Carnevale con carri mascherati, un mezzo di evasione concesso dagli austriaci alla massa. Poi c’erano le ricorrenze ufficiali, ma mano a mano che il sentimento patriottico cresceva, la partecipazione della gente a esse diminuiva. Milano cresceva. L’agricoltura rendeva. Circolava un detto: "L’oro si accumula all’ombra del gelso". Il commercio con l’estero, determinante per quella che oggi si direbbe la bilancia dei pagamenti, prosperava. Sui mercati stranieri i prodotti lombardi erano molto richiesti. La seta italiana dominava le piazze di tutta Europa, dall’Inghilterra alla Russia, battendo la concorrenza indiana e cinese. I lavoratori impiegati in attivita’ industriali, commerciali e manifatturiere erano diciassettemila; gli artigiani arrivavano a cinquemila. Non mancavano anche allora quelli che vivevano alla giornata: non era disoccupazione vera e propria, ma faticosa ricerca di un lavoro. Dalle statistiche del tempo emerge un dato significativo: il dodici per cento dei lavoratori era addetto ai servizi domestici: il che vuol dire che abbondavano maggiordomi, camerieri, cuochi, portieri, staffieri e carrozzieri, ai quali andava aggiunto il personale femminile utilizzato per il governo della casa e della cucina. Ogni famiglia con figli aveva la sua balia la quale, una volta cessato di allattare, restava tra il personale di casa. E’ chiaro che le comodita’ non mancavano e nei palazzi eleganti c’erano valletti in polpe. Nella pubblica amministrazione in tutto il Lombardo - Veneto gli impiegati di concetto erano 8.014: e sotto la voce "inservienti" (commessi, uscieri, spazzini, danzieri, esattori fiscali, eccetera) comparivano 13.126 persone. Il costo totale era di 8.763.000 fiorini. Il numero dei pensionati era di 2.735, mentre quello delle vedove che riscuotevano due terzi della pensione era di 2.105 unita’. Sempre nel 1847 i tributi, nella sola Lombardia davano un gettito di 7.343.029 fiorini per l’imposta fondiaria, di 211.346 per l’imposta di mestiere, e di 772.459 per il testatico; oltre agli introiti delle tasse sui tabacchi, sale, vini eccetera. Milano citta’ andava a mano a mano migliorando dal punto di vista edilizio, stradale e igienico. Lastricate le vie e incanalate le acque sotterranee, si passo’ ai bagni pubblici progettando vasche da nuoto per Castelfidardo, Porta Tosa, Ticinese e Comasina. Unica eccezione, con vasche singole a pagamento, il bagno Diana. Al miglioramento edilizio pubblico non aveva corrisposto pero’ quello della proprieta’ patrizia o borghese: non solo le case popolari ma anche quelle delle zone centrali erano rimaste tali e quali. Eppure la popolazione aumentava. Nel primo censimento dell’impero austroungarico, con la tecnica della rivelazione simultanea e obbligatoria, Milano contava 157.627 abitanti. Non essendoci dati precisi circa il livello delle retribuzioni, non e’ possibile fare un raffronto fra reddito e consumo. Si puo’ dire solo che un professionista affermato guadagnava circa 1.500 lire l’anno, mentre un operaio specializzato, un tipografo per esempio, arrivava a guadagnare dalle 3,50 alle 4 lire al giorno; un semplice operaio una lira e mezza al giorno. Comunque una certa idea della situazione si puo’ dedurre da uno scritto del 1884: "Il vitto di un artigiano povero (quelli che non sempre ce la facevano, esercitando mestieri occasionali) consiste in una minestra, una pietanza e un po’ di vino" - poi seguiva una precisazione -: "talvolta annacquato". Il che fa supporre un regime alimentare sicuramente migliore negli altri ceti lavoratori. Diamo comunque un’indicazione del costo della vita attraverso i prezzi dei beni di prima necessita’, calcolati in libbre e pagati sempre in lire austriache. Pane 0,39; carne di manzo 0,82; carne di vitello 0,85; carne di maiale 1,29; burro 1,61; olio di oliva 1,83. Il vino di media qualita’ costava 25,86 per brenta. Il bilancio di una famiglia tipo, composta di cinque persone, era questo, nel 1847, secondo i calcoli del De Maddalena; per spese di alimentazione 62,9 per cento (quasi due terzi della spesa complessiva era assorbito dal vitto); il vestiario incideva per il 12 per cento; l’abitazione, per il 9,3 per cento; riscaldamento e illuminazione 5,8 per cento; spese varie 10 per cento. All’"Osteria della Foppa", per una lira austriaca si aveva un pranzo di tre portate, piu’ minestra, vino e "giardinetto" (termine ancora oggi vivo nelle trattorie di antica tradizione), ossia un piatto assortito di formaggio dolce e frutta. Le due trattorie fuori porta erano la "Cassoeula" e la "Cassina di Pomm", note per certe loro specialita’. I caffe’ - restaurant cominciarono ad apparire nel 1846. Negli anni 1847 - 48 raggiunsero il culmine del loro splendore, apprezzati per l’eleganza dei locali, per la bravura dei camerieri e per la squisitezza dei cibi. Ormai e’ storica la lista del ristorante dell’albergo "Europa": il suo menu’ indicava ben 140 piatti. Le minestre erano venti e tra queste il risotto e la trippa alla milanese; dieci i fritti; sei i lessi; diciassette le verdure; diciassette i tipi di cotoletta; otto le varieta’ di carni calde; sette i piatti di carne fredda; dodici i "rosti". Inoltre cinque piatti pasticciati (vol - au - vent, e pasticcio di carne, maccheroni o riso). Non mancava il pesce, benche’ di poco consumo: tre fritti, quattro lessi, e ben undici di qualita’ tra gamberi e ostriche. I dolci erano quindici, molti ancora in uso come la "charlotte" e l’"omelette soufflee", senza contare i formaggi e la frutta fresca e secca. I cronisti del tempo annotavano: "Se i ricchi mangiavano bene, bevevano ancora meglio". Ma la grande varieta’ dei vini spettava all’"Hagy", un elegante caffe’ - restaurant sopravvissuto fino all’ultima guerra in corso Vittorio Emanuele, all’angolo destro della Galleria del Corso. L’elenco dei vini nostrani e forestieri, enumerava 121 marche, l’una diversa dall’altra per ceppo e per data. In testa alla lista dell’"Hagy" era scritto "Prix courant des vins etrangers en bouteilles originelles". Milano ha sempre mantenuto alta la tradizione alberghiera. Gli hotel che oggi la guida Michelin indicherebbe con cinque stelle erano il "Reichmann", in corso di Porta Romana, il piu’ moderno, con grandi saloni, sala di lettura e fumoir; ogni camera aveva il suo caminetto e una sala da bagno con vasca di marmo; e l’"Hotel de la Ville", in corso Francesco, oggi corso Vittorio Emanuele, rinomato per lo stile e l’eleganza. Anche il "Porro" in via Tre Alberghi godeva di buona reputazione e allo stesso modo erano considerati i "Tre Re", il "Reale" e l’"Europa", gia’ citato per la buona cucina. C’erano poi due alberghi molto accoglienti: il "Rebecchino" nei pressi del Duomo e il "Marino" in piazza della Scala. Caratteristica del "Marino" era di possedere una "dependance" non lontano dalla citta’, per soddisfare clienti desiderosi di quiete campestre". Numerosi e molto chic erano i caffe’ che nella vita cittadina costituivano un punto d’incontro. Particolare fama avevano il "Marra", il "Biffi", il "San Quirico", il "Martini", l’"Accademia", il "Gnocchi", in Galleria De Cristoforis, il "Caffe’ dei Servi", il caffe’ bottiglieria "San Carlo", ultraelegante e molto in voga. Altri due caffe’ ugualmente celebri, erano il "Caffe’ della Peppina" e il "Caffe’ della Cecchina", dove si riunivano artisti e uomini di cultura, un po’ il "Bagutta" di oggi. Piu’ che caffe’ erano dei club frequentati dai patrioti oppositori del governo austriaco. Qui fu deciso, sul finire del 1847, lo sciopero del tabacco, una protesta simbolica per diminuire i proventi dell’Austria. Solo gli ufficiali austriaci continuarono a fumare con ostentazione, accendendo un sigaro dopo l’altro e guardando storto i cittadini milanesi che li beffeggiavano. Quindi, tutto sommato, anche con gli austriaci in casa, Milano viveva mica male. Radetzky, innamorato di una "milanesona", Giuditta Meregalli, si sentiva piu’ legato a Milano che alla sua terra d’origine: tanto e’ vero che volle tornarvi da semplice cittadino, e morirvi nel 1858: segno conclusivo di precipitazione.