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 2014  agosto 22 Venerdì calendario


CHI È GENNARO MOKBEL

Il cassiere, Silvio Fanella, 41 anni, lo hanno ammazzato a colpi di pistola nella sua abitazione di via dei Gandolfi, a Roma, agli inizi di luglio. I killer erano in tre, con falsi tesserini da finanzieri: uno, Giovanni Battista Ceniti, 29 anni, incensurato, ex esponente di Casa Pound, è rimasto a terra ferito. Gli altri due sono scappati su una Croma. Qualcuno avevano tentato di sequestrare Fanella già due anni prima. Cercavano il tesoro, che invece è saltato fuori una settimana più tardi nel solaio di una casa di Pofi, in Ciociaria: 284mila dollari e 118mila euro in mazzette, nascoste tra le bottiglie di Cabernet Sauvignon, 34 sacchetti di diamanti infilati in mattoni di cemento sotto il pavimento di legno, e orologi di lusso. Tanta roba, ma ancora poca rispetto a quella ipotizzata dagli investigatori come bottino della truffa da due miliardi di euro nei confronti di Fastweb e Telecom, l’ennesimo colpo della banda Mokbel.
Fanella stava scontando nove anni ai domiciliari. Diceva: tra riciclaggi internazionali e stecche da dividere, «penso de ave’ contato nella mia vita qualcosa come duecento miliardi». Era il pupillo, oltre che il cassiere, di Gennaro Mokbel, 54 anni a settembre, origini napoletane, genitori nati in Egitto, ma da sempre vissuto a Roma, un uomo che ha passato la prima parte della sua vita nell’ombra, tra affari, passaggi in galera e amicizie discusse. Fino al 2010, quando è stato arrestato per un maxi-riciclaggio nel suo appartamento romano di via Cortina d’Ampezzo, dove ha tuttora obbligo di dimora. Allora finì su tutti i giornali, perché quella casa sembrava un museo: c’erano riproduzioni di De Chirico, un ritratto di Adolf Hitler, una testa in marmo del Duce. E poi, nascoste altrove, opere di Capogrossi, Tamburi, Schifano, Clerici, Palma, Messina, Borghese. Quattromila pezzi. Più i “serci”, come li chiama Mokbel, i diamanti. Voleva acquisire una catena di gioiellerie e aveva anche un capriccio: «Me voglio butta’ nell’industria militare». Alludeva, forse, a Finmeccanica.
Gli inquirenti lo tenevano d’occhio da tre anni, raccogliendo un fiume di intercettazioni. Gli hanno contestato, tra l’altro, di aver arruolato persone vicine alla cosca Arena di Isola Capo Pizzuto perché portassero all’elezione del senatore Nicola Di Girolamo, Pdl, nella circoscrizione Estero, in cambio dell’intestazione fittizia di una barca da 250mila euro. Il sistema era semplice: si trattava di acquisire schede elettorali in bianco presso la comunità calabrese a Stoccarda e compilarle a favore del candidato. Di Girolamo gli serviva e Mokbel glielo ricordava: «Non me ne frega un cazzo di quello che dici. Per me, Nico’, puoi diventa’ pure presidente della Repubblica, ma sei sempre il portiere mio, uno schiavo mio».
Ma chi è questo Gennaro Mokbel, che sbuca dal nulla, possiede una lussuosa villa ad Antibes, tratta in questo modo un senatore della Repubblica, muove 100 milioni di euro al mese senza avere cariche nelle società implicate nei riciclaggi, si avvale di consulenti inglesi e russo-americani ed esponenti di istituti di credito centroasiatici, in grado di smistare denaro dalle Cayman a Hong Kong, dal Lussemburgo a Singapore?
La sua vita racconta mille storie. Un attore, Stefano Ambrogi, suo compagno alle medie “Tito Uvio” di Roma, in un’intervista lo ricorda come un bullo: «Tutti noi eravamo terrorizzati e al tempo stesso affascinati. Rubava la merenda ai cocchi di mamma e poi gli ringhiava in faccia “la vuoi veni’ a riprende’?”. Ovviamente nessuno osava».
Da giovane, Mokbel ama Bakunin e l’anarchia. Poi prende la tessera del Pci, sezione via Catanzaro, a Roma. Una delle sue due sorelle, Lucia, nella primavera del ’78 vive in via Gradoli 96, nel palazzo che diventerà noto per le disavventure di Piero Marrazzo con le trans, ma che allora contiene il covo dei brigatisti che tengono sotto sequestro Aldo Moro. Lucia abita di fronte. E lei la prima a segnalare i movimenti dell’interno 11. Al primo processo Moro, nel 1982, racconta di aver sentito attraverso i muri un ticchettio simile a quello dell’alfabeto Morse» Lo aveva detto ai poliziotti, ma non servì.
Nel frattempo, Gennaro Mokbel è in prigione, reparto G9 di Rebibbia, per storie di droga. Con lui ci sono detenuti per reati eversivi collegati alla destra: li conosce sin da bambino. E per questo, racconterà al direttore de Il Tempo Gian Marco Chiocci, che viene identificato come “faccendiere nero”. Al centro Interregionale Polizia di Prevenzione di Roma viene segnalato come “persona eversiva di destra”. Lui, invece, vorrebbe che si scrivesse che non è fascista.
Risulta avere contatti con esponenti della criminalità organizzata della Capitale, come Carmine Fasciani e Giampietro Agus. Le forze dell’ordine lo collegano anche a Massimo Carminati, esponente dei Nar che fa da collegamento con la banda della Magliana. Insieme alla moglie, Giorgia Ricci, mantiene contatti con Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. In un’intercettazione, Mokbel dice a Fasciani che «Mambro, Giusva e gli altri li ho tirati fuori tutti io, tutti coi soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati? Un milione e due».
Il 9 maggio 1994 Mokbel viene arrestato con Antonio D’Inzillo, esponente della banda della Magliana, che due anni dopo prenderà l’ergastolo per l’omicidio di uno dei suoi capi, Enrico De Pedis, alias Renatino. Ergastolo che D’Inzillo non subirà, perché nel frattempo fa perdere le sue tracce. Quattordici anni più tardi, un sms partito da una cabina pubblica raggiunge il cellulare della moglie di Mokbel. Vi è scritto: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’Inzillo».
Ma facciamo un passo indietro. Il faccendiere si avvicina alla politica, restando però alla finestra. Si iscrive alla Dc e poi a Forza Italia, tra il ’96 e il ’98. Ne parlerà con il deputato dell’Italia dei Valori, Francesco Barbato, subito dopo l’arresto: «Gli ho procurato 1.300 tessere, solo nel mio territorio. E loro? Niente». Lascia Forza Italia e nel 2007 aderisce ad Alleanza Federalista, che gravita nell’area apolitica della Lega Nord, e diventa segretario regionale. Ma lascia anche loro. Perché i politici li odia. Tanto che sostiene di aver preso a schiaffi Gianni Alemanno. Da lì, la storia prosegue in diretta.
E infatti il momento dell’inchiesta che lo porta alla ribalta. Mokbel si lascia sfuggire al telefono che l’organizzazione gode della protezione di ufficiali della Finanza, i “grigi”, che però lo avvertono: «Noi vi pariamo il culo fino al momento in cui non arrivano i neri, quelli brutti». Lui spiegherà che al cellulare dice un sacco di stupidaggini, mica cose vere. Il senatore Di Girolamo racconterà che Mokbel ha avuto contatti con gli 007: fu lui a presentargli Marco Mancini per chiedergli un intervento parlamentare quando questi era ancora sotto processo per il sequestro Abu Ornar (verrà assolto per segreto di Stato).
La ragnatela di conoscenze dell’italo-egiziano non ha confini: istituzioni, criminali, terroristi, finanzieri, spioni. E i suoi consulenti: al telefono, ognuno ha un nomignolo. Oltre al Pupillo, ci sono Puzzola, Er Polpetta, Somaro, Giraffa. E lui è semplicemente “Lui”. Dopo una lite per la spartizione del denaro, un altro diventa invece il “Sarcofago de merda”. Gli dice: «Méttete davanti a ’no specchio e strilla. Perché se io ti prendo, ti stacco la testa». Si chiama Augusto Murri, è figlio di un ricco imprenditore italiano a Mombasa, viene arrestato in Kenya nel 2000 per l’omicidio di una donna somala dopo una lite. E tra gli imputati che collaborano con gli inquirenti. Prende cinque anni. Lo trovano morto in un agriturismo di San Gimignano nel 2012: ufficialmente suicida.
Una maledizione, quella che colpisce la banda Mokbel, che non risparmia neppure i legali degli indagati. Forse in maniera accidentale, come quella che prende di mira Piergiorgio Manca, difensore di Marco lannilli, commercialista coinvolto nell’inchiesta Telecom-Fastweb, gambizzato nel 2010. Un altro caso lascia ora gli inquirenti più perplessi: il suicidio dell’avvocato Antonio Pellegrino, trovato nella sua vasca da bagno con gola e polsi tagliati. Era l’avvocato di Pupillo-Fanella.
Prima che gli uccidessero Fanella, Mokbel era stato protagonista di un’intercettazione in una saletta riservata del ristorante Assunta Madre di Roma: Alberto Dell’Utri, fratello di Marcello, lo indicava a un oscuro interlocutore come possibile complice della fuga all’estero dell’ex senatore, grazie a suoi presunti rapporti col Libano. Anzi, magari protagonista di una fuga insieme, magari verso la Nuova Guinea o Santo Domingo. «Non ho nemmeno il passaporto», si difenderà lui. E poi, perché dovrebbe fuggire? La moglie ha la sclerosi multipla. Mokbel necessita di cure quotidiane. In aula si era sentito male, aveva perso 26 chili. E, in fondo, il processo è solo al primo grado.
Resta un’ombra: le parole di Antonio Mancini, detto Accattone, che era nel primo nucleo della banda della Magliana. Nel luglio 2011 raccontò alla Stampa l’ennesimo mistero: «Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e ottenere la restituzione del denaro investito dalla banda della Magliana nello lor». E aggiunse: «La banda esiste ancora, ha solo cambiato modo di operare. Un anno fa Gennaro Mokbel, con il senatore Nicola Di Girolamo, è finito nello scandalo Fastweb. Mokbel era il mio guardaspalle armato e ben pagato. Garantiva la mia incolumità con D’Inzillo, lo stesso che guidava la moto quando fu ucciso De Pedis». Ma vai a dar retta a un pentito.