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 2014  luglio 27 Domenica calendario

QUATTRO MARITI, MOLTE CANNE, MA NON SO COSA SIA LA TRASGRESSIONE

[Intervista a Patty Pravo] –
Terzo pianoooo”. Patty Pravo è un urlo dalle scale. Il Quirinale a vista, la casa luminosa, le idee chiare: “Io penso che si debba ridere almeno per mezz’ora al giorno. Se non mi accade, lo faccio accadere. Lagnarsi rende le cose più pesanti. I piagnoni sono insopportabili. Bisogna essere leggiadri. Leggeri”. A 66 anni, con le gambe incrociate sul divano e la sigaretta nella destra, Nicoletta Strambelli vola sulle nebbie dell’estate: “Fumo da quando ne ho 11. Per farlo mi chiudevo in bagno, ma venni beccata dai miei nonni e liberata dalla menzogna. ‘Così a digiuno ti fa male’, dissero, ‘devi accenderla solo dopo aver fatto colazione’”. Nel caldo che ritorna: “Lo preferisco in pieno inverno” e nelle pieghe di una libertà anteposta da sempre a tutto il resto: “Sono un animale e da sola sono felicissima. Quando ho bisogno di spazio, probabilmente per mettermi alla prova, me lo prendo e parto. Una traversata oceanica. Un viaggio nel deserto. Mollo tutto per una rotta solo mia che mi trascini fino alla fine del mondo”. L’ex ragazza del Piper che detestava le etichette: “Ormai mi sono abituata” cerca ancoraggi semantici, impasta veneto, inglese e romanesco, dice “bacetto”, ama i superlativi, ha dimenticato i versi di Edoardo Sanguineti: “Ho già visto il sole, e il sale, e il cancro, e Patty Pravo” e non teme contraddizioni. La sua parola preferita, quella che ripete in coda a ogni concetto, è “assolutamente”. Un modo di darsi. Una maniera di non perdersi. Tra stagioni e consuntivi, con più di 100 milioni di dischi venduti, anima prava, giura, non si è mai sentita: “Ho studiato Dante al Conservatorio e per scegliere il nome gli ho rubato l’ispirazione, ma non conosco cattiveria né rancore. A occhio, me sembrano dù gran fatiche”. Rimpiangere la annoia: “Non credo di essere mai stata veramente tradita, ma se anche fosse successo, per come sono fatta, potrei continuare a non averne idea per tutto il prossimo secolo”. Ricordare la illumina: “Sono cresciuta in una Venezia bellissima, in cui potevi ascoltare i passi di chi camminava nella calle a fianco e Piazza San Marco somigliava a un grande parco giochi. Nel giardino di famiglia, all’ora del tè, si affacciava Angelo Roncalli e in spiaggia marciavo al ritmo di Ezra Pound senza fiatare. Io, lui e sua moglie ci incontravamo alle Zattere per mangiare gelati nelle mattine in cui a scuola facevo le manche”.
Le manche?
Quando bigiavo le lezioni e facevo sega a scuola. Pound mi ha insegnato lo straordinario valore del silenzio. Si può comunicare benissimo con la mente e con gli sguardi godendo delle medesime cose.
È raro.
Però, ringraziando il cielo, succede. Da bambina capitava con i maschi. Parlavamo con le pantegane quando i topi erano una cosa seria e facevamo gara a chi pisciava più lontano. Le mie coetanee, poverine, mi invitavano allo sbadiglio. Una noia che non le so dire. “Siamo diventate signorine” dicevano durante l’ora di ginnastica. E io, indisposta ad ascoltare pensose orazioni sul mestruo, chiesi di essere esonerata per giocare a calcio con i ragazzi. Mi misero in porta. Presi una pallonata mostruosa e mi feci dispensare anche da quello.
Nessuno ne sa abbastanza, abbastanza presto.
Lo diceva Pound e aveva ragione. L’unico antidoto all’ignoranza è la curiosità. Per anni hanno parlato di una Patty Pravo che non conoscevo neanche io. “L’icona della trasgressione”, dicevano, ma io la trasgressione non so neanche cosa sia. Non ho mai pensato: “Adesso trasgredisco”.
Di lei hanno scritto e detto ogni cosa.
“Usa gli uomini al posto dei fazzoletti, li aspira e poi li spegne come sigarette”. Mi descrivevano così. Fatua, leggera, ben oltre i limiti del lascivo. Mai querelato nessuno. In questi casi che fai? Pagare un avvocato per dire: “Non è vero” mi sarebbe parso idiota. Ho lasciato correre, ho allontanato le amarezze e mi son fatta una risata. Se del giudizio degli altri mi fosse importato qualcosa, con quello che hanno detto, sarei dovuta emigrare . Il fatto è che non me ne è mai fregato niente. Sapevo che il mio pubblico avrebbe intuito la verità. Ero certa che avrebbe capito. Ho avuto ragione, mi pare.
Quattro matrimoni però li ha avuti.
Sono rimasta in eccellenti rapporti con tutto lo staff. Li sento, ci parlo, so che ci sono sempre. Quando è finita, è finita. Ma non c’è miglior amico di chi ti ha amato. Una forma d’amore rimane comunque.
Con Franco Baldieri, il suo primo marito, durò pochi mesi.
Accadde quasi per caso, sublimando al riparo dalla riflessione un gioco amoroso. Uscii di casa in pigiama, con una pelliccia di lince sulle spalle, senza trucco, senza niente e mi ritrovai sposata. Una sera torno da un concerto, apro la porta e trovo un uomo in vestaglia e pantofole. Gli ho dato un bacio sulla fronte e sono andata via. È finita così. Franco è morto in Brasile. Era una bella persona, ma non sarebbe potuta durare. Non mi è mai successo di promettere l’eternità.
È vero che legge malvolentieri i giornali?
Sono scritti male e pensati peggio. Negli ultimi vent’anni, tra lenzuola e intime frequentazioni, abbiamo visto il Paese dal buco della serratura. Ammetterà che la prospettiva non fosse proprio affascinantissima.
Da una parte c’è il privato e il privato dovrebbe essere un po’ decente, dall’altro, francamente, è complicato interessarsi seriamente a questioni vecchie come il mondo. Crede davvero che chiusa la porta della sua stanza Kennedy si comportasse diversamente? In politica sei quotidianamente di fronte al compromesso. Alle tentazioni. Ti sporchi, scendi a patti.
Ma se il privato è davvero privato, come può diventare materia per la discussione pubblica?
Non ho mai votato in vita mia. Sono anarchica. Non c’è salvezza. Il più pulito ha la rogna.
È una definizione gentile. A Romano Prodi (“mi fa vomitare”) riservò di peggio.
Ah sì? Allora va benissimo.
Nel suo privato sono entrati spesso a gamba tesa.
Dai 16 anni ho diviso l’esistenza con i paparazzi. I fotografi erano appollaiati in ogni angolo. Non potevo uscire, non potevo fare niente, pensavo, in buona compagnia, che la musica fosse finita. Così a un certo punto, dopo migliaia di aerei, concerti, anonime stanze d’albergo e cene impersonali, mossa dalla convinzione che non avrei mai più cantato, ho avuto bisogno di sapere com’era davvero la vita.
E come lo scoprì?
Prendendo un altro volo a fine anni ’70 e trasferendomi in America. Cinque anni tra San Francisco e Los Angeles, quasi tre allo Chateau Marmont.
L’albergo di Greta Garbo, Jim Morrison e James Dean. Il luogo in cui morì John Belushi.
Un posto straordinario. Avevo un canetto. Un piccolo cane. Volevo nuotasse con me nella piscina dell’albergo, ma gli altri clienti non erano d’accordo. Discutemmo e in quell’occasione mi aiutò Mae West.
La prima vera diva anticonformista d’America, uno splendore che turbava gli uomini con la provocazione: “Hai in tasca una pistola o sei semplicemente felice di vedermi?”.
Aveva quasi novant’anni. Era spiritosissima, combattiva, libera. Per permettere alla mia bestia di accedere alla piscina fece un notevole casino. Si impose. A Los Angeles mi sono divertita come una pazza coniugando la normalità e l’evento straordinario. Se andavo al supermercato, giravo con tre carrelli. Se mettevo benzina, incontravo John Travolta in mutande, appena uscito di casa con gli occhi cisposi. Andai a salutarlo: “Sei un figo meraviglioso, così si vive”.
In America torna spesso?
Ogni tanto devo andarci per disintossicarmi da Roma. La amo e la odio. Ha i tramonti, i colori del fuoco, i pini marittimi, i tassinari più simpatici del mondo e i garzoni dei droghieri che in motorino, se lo chiedo, mi danno volentieri un passaggio. Ma si è incattivita, è peggiorata ed è molto diversa dalla città in cui venni a vivere. Marino, il sindaco, è un disastro. Uno dei peggiori di sempre. La capitale è quasi un caso psichiatrico. Roma dovrebbe provare a essere Roma. Una meraviglia illuminata 24 ore al giorno con i suoi musei aperti anche di notte. A mia memoria, nell’impresa riuscì solo Renato Nicolini durante l’estate romana. In pieno agosto sbarcai da Los Angeles e vidi Sunset Boulevard a Massenzio. Una breve fiamma, troppo breve. Ogni tanto me la sogno ancora.
Nella Roma che conobbe si poteva girare in 500 con Jimi Hendrix.
Tornavamo da un concerto al Titan, lui fumava una canna di proporzioni sconsiderate. Ci fermò la polizia e per miracolo, come solo nelle favole, ci lasciò andare.
In macchina negli anni ’70 le accadevano strane cose.
Mi ricordo di un corteo felliniano di musicisti, attori e artisti strafatti per andare a casa di Gato Barbieri. Chi guidava il fiume di spider e motorini si perse in aperta campagna. Gli andammo tutti dietro e a un certo punto ci ritrovammo in un viottolo senza possibilità di fare marcia indietro o uscirne. Chi fumava canne, chi beveva sotto gli alberi, chi faceva l’amore. Tornammo all’alba. Ebbri. Felici.
In quel decennio conobbe anche Robert Plant.
Lo incontrai a Dakar e ci capimmo subito. Da New York mi spediva del tabacco bianco per signorine in un contenitore di vetro incastonato da due roselline. Ogni volta che lo tiravo fuori, piovevano sguardi di disapprovazione e bisbiglii. Sembrava fosse cocaina. Io ne ridevo.
Per qualche canna, nel ’92, lei fu anche arrestata.
Ho sempre pensato che a fumare una canna non ci sia niente di male, ma all’epoca i giornalisti scrissero che mi facevo di coca. Mi dette molto fastidio perché assumere cocaina è il più borghese tra i vizi. Parlavo al telefono con il mio avvocato divorando un’enorme porzione di spaghetti e sento suonare alla porta. Apro e vedo i finanzieri pronti all’irruzione: “Calma, cosa cercate? Questo?”. Gli passo un cartoccetto con un po’ di marijuana e li accompagno alla porta. Loro sono gentili, ma imbarazzati: “Ci deve seguire”, dicono. Finisco nel carcere di Rebibbia. Tre giorni in isolamento. Se sorvolo sulla sporcizia della cella, un’esperienza deliziosa. Le detenute si preoccupavano di farmi avere le ciabattine perché non potevo tenere scarpe con i lacci. Quando sono andata via mi hanno salutato con una mia canzone chiedendomi di cantare in coro con loro. Che mi costava? Cantai con entusiasmo.
Cosa cantò?
Ragazzo triste. E pensare che al tempo in cui lavoravo con Boncompagni l’avrei voluta chiamare ragazzo folle: “Ma perché triste, Gianni? Noi siamo allegri”. E lui: “Triste funziona di più”. Mi piegai. Nell’epoca Beat – e Ragazzo triste era indiscutibilmente una canzone bittarola – bisognava mostrarsi un po’ incazzatelli. Folle, una parola che mi piace, la usai poi in Pazza idea. Mi rifeci. Amavo i cantautori francesi. Jacques Brel, Aznavour e Leo Ferrè, un amico fraterno. Un poeta sottovalutato che cantava la solitudine, ma nelle ore liete, a differenza di Luigi Tenco, conosceva l’allegria e la gioia.
A differenza di Tenco diceva adesso.
Luigi era infelice e voleva complicarsi la vita. Aveva un carattere che era quel che era. Una tristezza inestinguibile.
Di Mina ha detto: “Spreca il suo talento”.
Non credo e non me lo ricordo, ma sicuramente non ho detto esattamente questo. Mi dispiaceva che si fosse ritirata così presto, capivo che la sua corsa professionale era stata ossessiva e senza requie e con amore, senza alcuna intenzione di offendere, notai che purtroppo era diventa un ectoplasma.
Mina condivideva con Battisti la distanza dalle scene.
Se c’è un posto in cui sto divinamente è il palco. Lucio invece il pubblico lo soffriva. Se fosse di destra o di sinistra non l’ho mai saputo e, a dire la verità, non me ne è mai importato niente. Perché Lucio, per quanto tirchio, era una persona carina e un ragazzo sensibile e simpaticissimo.
Esempi di conclamata tirchieria?
Una sera ci incrociamo in aeroporto . Indosso un cappotto di pelle identico al suo. Si sbraccia, si fa notare, urla: “Quanto l’hai pagato?”. Non era interessato alla coincidenza di vestiario, ma al prezzo. Voleva solo capire se acquistandolo era stato fregato o aveva fatto un buon affare.
Diverso dalla sua partita a poker con Celentano.
Amo Adriano, ma avevo poco più di vent’anni e, quella volta, venni fregata io. Eravamo a Sanremo e persi 5 milioni in una sola sera. Mai più giocato a poker in vita mia.
Dicono che lei abbia dilapidato una fortuna.
Ho un pessimo rapporto con il denaro, ma non l’ho mai buttato via. Semplicemente non l’ho messo in testa alle mie priorità né l’ho custodito sotto il materasso. Il denaro va speso. Goduto.
“Gli uomini si sono tagliati troppo in fretta le palle e oggi non sanno più chi sono”. La frase è sua.
Se le donne avessero ottenuto uguaglianza un milione di anni fa, oggi racconteremmo un’altra storia. Ma l’unica cosa che posso dire sull’uomo o sulla donna, sull’essere umano in generale, è che sappiamo ammazzarci tra noi e siamo bravissimi a farci la guerra. Tutto il resto passa in secondo piano.
Dorme ancora tre ore per notte?
Sempre dormito poco, anche da bambina. Provo a riposare di più, ma oltre le 6 ore non riesco ad andare.
Un po’ di psicologia d’accatto. Dorme poco per timore di perdersi qualcosa?
Può essere, non lo escludo, ma dormire mi piace. Ne ho assoluto bisogno, come degli amici.
Francesco De Gregori.
Più un fratello che un amico. Siamo simili, timidi, quando ci ritrovammo a registrare in studi attigui diventammo inseparabili. Ci si vedeva con Venditti. Loro bevevano il vino rosso che io odio e parlavano di donne e di calcio. Per un periodo andò anche bene, poi gli dissi: “A regà, ci si vede un’altra volta ”. Non sono mancate. Francesco ha scritto due canzoni per me. Una incisa, l’altra dimenticata in un cassetto. Mi piacerebbe cantarla.
In Bomba o non bomba Venditti cita Roncobilaccio. Lei nello stesso luogo requisì un albergo.
Lo affittammo per suonare lungo l’arco di un estate. I musicisti passavano di lì e quelli che volevano, potevano fermarsi, suonare, dormire e ripartire. Se gratta le metafore di quella canzone, trova noi.
A quasi 50 anni di distanza da Passeggiando per Subiaco, il suo esordio nel musicarello per la regia di Piacentini, un regista greco, Panos Koutras, ha messo lei e le sue musiche al centro di un bel film presentato all’ultimo Festival di Cannes e in uscita per Officine Ubu a fine agosto.
Si intitola Pazza Idea. In Francia è stato applaudito e a me è parso molto bello. È la storia del viaggio iniziatico di due fratelli in una Grecia dilaniata dalla crisi economica e dalla xenofobia. Io sono la musa ispiratrice dei protagonisti. Il regista è stato a Roma un mese per convincermi: “Se non appari di persona, non lo giro”. Ho accettato. Non me ne sono pentita.
Altre volte le è accaduto?
De Sica diceva che sarei stata una eccezionale attrice comica. Chissà. In ogni caso dissi no al ruolo di protagonista di due film drammatici. Uno, girato proprio da Vittorio, Il giardino dei Finzi-Contini e Professione reporter di Antonioni. Forse avrei fatto bene a interpretarli entrambi, ma all’epoca ero sempre in giro e impegnarmi per mesi in un solo progetto mi sembrava assurdo.
L’assurdo è una componente della sua esistenza.
Siamo retti dalla casualità. Pensi che il 9 maggio 1978, quando trovarono il corpo di Aldo Moro in Via Caetani, stavo portando il testo di Miss Italia alla Rca. Per strada, a pochi metri dal Pantheon, vidi un casino di divise, sirene e gente agitata. “È Roma”, mi dissi e non ci feci caso. Quando arrivai alla sede della casa discografica capii. Il testo poteva far pensare a una velata critica della Dc e quello non era il giorno giusto per muovere appunti di alcun genere.
Gli anni sono 66. Le pesano?
Non ho mai avuto il senso del tempo e l’avanzare dell’età non mi turba neanche un po’. Ho 66 anni. Lo so. Lo dico. Lo ammetto. Il tempo si restringe e io dovrei dissiparlo con il cruccio? Le cose importanti sono due. La salute e il desiderio di inseguire senza sosta ciò che ti interessa.
Il sesso le interessa ancora?
Ognuno può scegliere ciò che preferisce, io trovo che un corpo giovane sia da preferire a un corpo distrutto. La sessualità del corpo distrutto c’è, ma non è la mia. L’unica certezza è che esiste la morte, però, in fondo, chi se ne frega. Come dicevo da bambina, io sono millenaria.
Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 27/7/2014