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 2014  luglio 04 Venerdì calendario

QUEL NORMALE E IRRESISTIBILE DESIDERIO DI UCCIDERE


Il desiderio di uccidere è un desiderio “universale” che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita? Una pulsione, assolutamente compatibile con la normalità psichica, ma fortunatamente bloccata nella maggior parte dei casi da potenti freni inibitori? Ne era convinto Sigmund Freud: la voglia di ammazzare sarebbe costantemente controbilanciata da un altrettanto “forte” divieto interiore a metterla in atto. Ma i freni fanno cilecca, come dimostrano i casi, molto frequenti in questo periodo, di assassinii che un tempo si sarebbero chiamati passionali o frutto di raptus omicida, e oggi si definiscono con meno enfasi “reati d’impeto”. Reati talmente efferati da sembrare (comunque li si chiami) inspiegabili come l’ultimo avvenuto a Motta Visconti, nell’hinterland milanese, poche settimane fa quando un uomo normale ha sterminato nel giro di pochi minuti tutta la famiglia. Un bagno di sangue che ricorda la strage di Erba del dicembre 2006 quando bastarono nove minuti per uccidere tre donne e un bambino e mandare un uomo in rianimazione. Ferocia non più ascrivibile a un impeto passionale che “di per sé” individua uno scompenso psicopatologico, tesi in gran voga fra gli psichiatri nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Non a caso Fedor Dostoevskij scriveva: «Il criminale, nel momento in cui compie il delitto, è sempre un malato». Oggi l’orientamento è tutt’altro grazie a un lungo percorso di ricerca che ha capovolto il dogma di Cesare Lombroso, ovvero che il comportamento omicida fosse da attribuire a una degenerazione del cervello, a una anomalia stabile.
Come ricorda lo psichiatra forense e medico legale Ugo Fornari in Follia transitoria: il problema dell’irresistibile impulso e del raptus omicida, pubblicato di recente dall’editore Cortina: «Questi impeti sono frutto di condizioni psicologiche e non psicopatologiche dell’essere umano, principio ribadito in tutta la dottrina psichiatrica moderna e nell’assoluta prevalenza delle sentenze della Suprema Corte. Non a caso il nostro Codice penale precisa che non hanno alcuna rilevanza sull’imputabilità (articolo 90, testualmente “non la escludono, né la diminuiscono”, ndr). Gli stati emotivi passionali assumono una valenza francamente psicopatologica solo quando si integrano in un disturbo mentale di cui sono un sintomo, per esempio lo scatto di uno schizofrenico allucinato o il delirio di gelosia di un alcolizzato grave». Allora, se il reato d’impeto non è segno di una personalità malata, come spiegare certi crimini dove la crudeltà non sembra avere limiti? Fornari, che è stato perito in molti processi celebri come quello del delitto di Cogne (dove lo fu per il pm), racconta la sua lunga esperienza: «La situazione di base in cui si inseriscono questi reati è ricorrente: la persona che compie il delitto vive un senso d’impotenza che si ripete giorno dopo giorno fino a trasformarsi in una gabbia ossessiva. L’idea che si fa strada è “bisogna uscirne”: poi, improvvisamente, accade qualcosa che fa da elemento scatenante e vince i famosi freni inibitori. E, allora, si compie il delitto. Non a caso in molte confessioni ricorre la frase: “Non potevo fare altrimenti”».
Questa visione trova d’accordo Pietro Pietrini, psichiatra e neuroscienziato dell’università di Pisa, che in molti casi ha aggiunto all’esame clinico tradizionale metodiche di indagine sofisticate del cervello. Come la risonanza magnetica funzionale: «Dalle tante perizie che ho fatto, corredandole di indagini raffinate, emergono vissuti ricorrenti caratterizzati non da progettualità di coppia, ma da prevaricazione, non da amore, ma da possesso, da controllo; situazioni di grande stress e frustrazione che si trascinano a volte per anni. Altro elemento ricorrente è il quoziente intellettivo basso, al minimo dei valori normali, e un bagaglio culturale per lo più modesto».
Come dire che un certo patrimonio di conoscenze facilita (forse) la “tenuta” dei famosi freni inibitori sull’istinto di uccidere.

Il vantaggio “sociale”. Istinto o desiderio? Istinto secondo gli psicologi evoluzionisti, soprattutto americani, che hanno svolto molti studi in proposito: tra questi David Buss, dell’università del Texas, e Joshua Duntley del Richard Stockton College del New Jersey che hanno elaborato la teoria dell’adattamento omicida (discussa, peraltro). Nel corso dei secoli l’uomo non avrebbe mai smesso di uccidere perché l’omicidio si sarebbe rivelato vantaggioso sotto il profilo evolutivo. Qualche esempio? L’infanticidio di un bimbo deforme (la rupe Tarpea di spartana memoria) giovava più che farsi carico di un disabile, uccidere un rivale metteva le cose a posto meglio di un’eventuale convivenza con l’amante.
A sostegno della loro teoria i due psicologi portano il fatto che gli omicidi sono più spesso perpetrati da uomini che da donne. E, non a caso, il sesso maschile gode da millenni di un ruolo dominante: uccidere serve a mantenere lo stato sociale, il benessere, il possesso della “propria” donna. Sembra rinforzare questa ipotesi, la scoperta di “gang assassine” fra gli scimpanzé maschi della Tanzania, frutto delle ricerche della famosa antropologa britannica Jane Goodall, gang votate sistematicamente all’eliminazione dei maschi di altre comunità.
Esistono anche fra gli “umani” società dove l’omicidio è un segno di successo: accade fra gli Yanomami dell’Amazzonia. Ma ci sono anche popoli dove non si uccide mai: gli eschimesi in cinquemila anni di storia non hanno mai fatto una guerra (anzi, per l’omicidio non hanno nemmeno il vocabolo).