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 2014  luglio 03 Giovedì calendario

C’ERA UNA VOLTA L’EREDITÀ


Cosa succede al nostro patrimonio quando moriamo? Il problema iniziarono a porselo i sumeri, 4 mila anni fa: sulle loro tavolette d’argilla sono state rinvenute bozze di testamenti, dove i figli maschi erano i destinati a ereditare, senza distinzione tra legittimi e bastardi. I faraoni egiziani nel dubbio si portavano nella tomba gioielli e denari, mentre un faraone di oggi, Mark Zuckerberg, il giovanissimo miliardario creatore di Facebook, ha già costituito una fondazione per proteggere il suo patrimonio ed è entrato nel prestigioso club dei The Giving Pledge, i ricconi del mondo che si impegnano a dare in beneficenza la metà del loro patrimonio.
Non ci sono più le eredità di una volta e forse neanche gli eredi; a dirlo chiaro è stato alcuni giorni fa Sting, l’ex frontman dei Police, che ha dichiarato: «Amo i miei figli, quindi li diseredo: non gli lascerò un penny dei miei 180 milioni di sterline». Sarà solo lui a godere del suo patrimonio, che in gran parte utilizza per la beneficenza, mentre i suoi sei figli dovranno rimboccarsi le maniche per vivere. La stessa idea calvinista l’ha esternata anche la chef celebrity Nigella Lawson, mentre il signor Ikea, lo svedese Ingvar Kamprad, ha trasferito un patrimonio di svariate decine di miliardi alla sua fondazione bypassando i tre figli, forse per essere coerente con la sua filosofia di vita: se vuoi un mobile te lo devi montare da solo, se vuoi i soldi te li devi guadagnare da solo.
Ma il problema eredità tocca oggi anche chi non ha da dividersi che un appartamentino: con l’allungarsi della vita gli eredi sempre più spesso vedono allontanarsi il miraggio del lascito del cosiddetto de cuius. Genitori più longevi (nel 2050 gli ultracentenari saranno 150 mila) lasciano ai figli ormai alla soglia dei settanta l’agognata seconda casa al mare: e a quel punto cosa te ne fai? «In passato l’eredità era quella spallata che ti aiutava ad accedere al mutuo, ci facevi conto per poi comprarti la casa. Oggi l’utilizzo del patrimonio familiare è il grande ammortizzatore sociale del nostro Paese. E l’eredità si assottiglia nell’uso quotidiano» osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. «Oggi l’erede rischia di non ereditare, le famiglie di quarantenni che lavorano non risparmiano nulla e i futuri beneficiari cominceranno ad avere dei problemi. E poi quando si eredita la casa al paese, invendibile perché non c’è mercato ed è solo fonte di spese, diventa non un regalo, ma un castigo divino e sempre più spesso la media borghesia non riesce nemmeno a far fronte alle spese e a mantenere il bene ereditato». Insomma, «ci siamo mangiati anche l’eredità».
Il nostro ordinamento risale al 1942 e oggi è vecchio, riflette il notaio Francesco Pene Vidari: «Queste norme sono state scritte quando la vita era più breve, oggi si eredita troppo tardi, spesso tre generazioni – nonni, figli e nipoti – convivono per vent’anni. E l’eredità arriva a volte a saltare una generazione, quella dei figli in favore dei nipoti». La legge italiana tutela i figli e la moglie, ai quali tocca sempre e comunque la quota di legittima. «Ma in questi anni anche la famiglia è cambiata, con le famiglie allargate sono molto più numerosi i soggetti che concorrono alla successione e si sono create situazioni frequenti che avrebbero bisogno di essere regolate. Per esempio se non c’è un testamento in caso di separazione, ma non di divorzio, la moglie ha diritti sul patrimonio, mentre la convivente non ne ha nessuno» spiega Bruno De Filippis, magistrato e autore per Il Mulino del saggio Ereditare.
«È cambiato l’approccio, l’eredità non è più percepita come anni fa» spiega il notaio Carlo Marchetti, erede dello storico studio milanese, «vedo una crescente insofferenza nei confronti della legittima, vista come una limitazione della propria libertà personale. Spesso il de cuius si trova a dover premiare chi secondo lui tra i figli non se lo merita». Il nostro ordinamento prevede una quota di legittima altissima, il 75 per cento del patrimonio è vincolato per legge, una percentuale tra le più elevate in Europa. «Da noi i figli sanno che avranno diritto a una parte del patrimonio dei genitori e questo spesso li spinge a non fare nulla. È una tradizione che ci viene dal diritto romano, la famiglia prima di tutto, ma credo che con il tempo qualcosa debba cambiare» conclude Marchetti.
E qualcosa sta già cambiando. Una volta, racconta riservatamente uno storico notaio torinese, al momento dell’apertura della successione si assisteva a discussioni infinite e lui ricorda di aver visto sorelle litigare su tutto per anni, arrivando addirittura a tagliare a metà le lenzuola del corredo lasciate dalla madre. Oggi questo mondo è svanito, come spiega l’avvocato napoletano Emilia Bracco: «Da anni ormai sono sparite le cause ereditarie, quelle belle, importanti. È come se l’eredità non esistesse più: poche sono le liti sui grandi patrimoni, perché tutto è già disposto in vita. E l’assillo non è come vent’anni anni fa su come eludere le tasse di successione ormai bassissime, ma il problema è come eludere il figlio incapace, evitare che si impossessi dell’azienda. Va bene che l’erede abbia una rendita, un tenore di vita adeguato, ma se non è all’altezza si cercano sempre più spesso altri strumenti per blindare i patrimoni».
E se una volta erano le accomandite o le società semplici gli strumenti per aggirare la temuta tassa di successione (tolta dal governo Berlusconi e ora reintrodotta, ma in proporzione modesta) adesso è il trust il meccanismo più usato. Quello costituito dal re del cashmere Brunello Cucinelli, imprenditore illuminato (la sua azienda capitalizza in Borsa 1,1 miliardi), è in favore delle due figlie Camilla, 32 anni, e Carolina 23, alle quali lascia l’azienda, a patto che seguano alla lettera la sua filosofia. «Cucinelli desiderava che andassero avanti le sue iniziative per il territorio, per l’educazione, voleva che la missione della sua azienda, per la quale ha lavorato tutta la vita, restasse intatta» spiega il professore Maurizio Lupoi, il massimo esperto in tema di trust e president dell’associazione «Il trust in Italia». A lui si è rivolto Cucinelli: «Nel 2006 sono stati introdotti i patti di famiglia per l’impresa: gli imprenditori possono lasciare l’azienda a quello tra gli eredi che ritengono più adatto, ma non dispongono per il futuro. Così se sbagliano la scelta o magari l’erede designato muore, non si può più fare, né cambiare alcunché.
Il trust invece disciplina il futuro». Ma quando le figlie avranno materialmente l’azienda in mano? «Quando finirà il trust, ossia in questo caso vent’anni dopo la morte del padre. Secondo le norme italiane il trust sembra che penalizzi gli eredi, ma in tutti questi anni non ho mai avuto problemi dagli eredi. Se dai loro un ruolo attivo, cosa importa avere le quote?».
Il trust, figura giuridica tipica del mondo anglosassone, sta avendo un grande successo anche da noi e, come spiega Lupoi, non solo per i grandi patrimoni, anche per quelli normali: «Ce lo chiedono in casi difficili come quando c’è un figlio disabile. È lo strumento migliore per garantire il futuro». Ci stiamo avvicinando sempre più al diritto anglosassone. «Da noi nasci e sai che ti aspetti qualcosa da chi ti ha generato. In America invece non è così scontato: te lo devi meritare» racconta Bernardo Bertoldi, professore di Family business strategy all’Università di Torino. «Nei paesi di diritto anglosassone si è liberi di decidere come disporre del proprio patrimonio. Ma negli ultimi anni la nostra cultura cattolica, basata sull’idea che la ricchezza deve restare in famiglia, si sta avvicinando a quella protestante degli anglosassoni. Si comincia a capire che più che l’eredità bisogna dare ai figli l’educazione corretta per gestirla. In Italia non puoi diseredare un figlio, non è socialmente accettabile, ma puoi scegliere come trasmettergli la ricchezza».
Un gruppo di notai italiani – Nicola Atlante, a Roma, Ciro Caccavale e Paolo Guida a Napoli, Marco Maltoni a Forlì – sta studiando come rendere più elastico il sistema successorio. «Occorre distinguere i grandi patrimoni dagli altri, dove resta al primo posto il risparmio immobiliare». Per tutti, comunque, «resta invariato, salvo piccole migliorie, l’impianto codicistico del ’42. Bisognerebbe pensare a introdurre la possibilità di rinunciare in vita all’azione di riduzione» spiega Atlante. « E poi bisognerebbe stemperare il divieto dei patti successori. Dell’abolizione della legittima se ne parla da tempo, anche lì bisognerebbe rivedere i rapporti familiari, non abolirla, ma modularla in modo differente. Magari con la possibilità della rinuncia in vita». Dice Caccavale: «La crisi ha portato alcuni genitori a voler aiutare i propri in figli da subito, senza aspettare l’apertura della successione. Così vediamo l’aumento delle donazioni, come se l’eredità fosse ormai una questione da sistemare in vita: è meglio lasciare adesso il prima possibile, che aspettare di morire. In questo senso è vero: l’eredità come la conoscevamo sta sparendo».
Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, si è dissociato dal filone di moda della prevalenza del sociale sugli eredi: «I padri devono volere più bene ai figli che alla società. I miei non li lascerei mai senza un aiuto importante». Ma in America non è così, anzi i più ricchi si fanno punto d’onore di redistribuire la propria ricchezza, in un nuovo capitalismo filantropico che si disinteressa di eredi ed eredità. Warren Buffet, il terzo uomo più ricco del mondo, ha dato vita con Bill Gates a quel Giving Pledge, club che riunisce i ricchissimi del pianeta, tutti moralmente impegnati a dare in beneficenza parti cospicue del proprio patrimonio. Forse l’oracolo di Omaha, come viene chiamato Buffet, si è
ispirato al Giulio Cesare di William Shakespeare, quando Antonio spiega ai romani che Cesare ha destinato loro i suoi beni: «Egli li ha lasciati a voi ai vostri eredi per sempre: pubblici luoghi di piacere, per passeggiare e per divertirvi. Questo era un Cesare! Quando ne verrà un altro simile?». Meglio essere un Cesare o un padre amoroso? Agli eredi l’ardua sentenza.