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 2007  agosto 13 Lunedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO PISA

La compagna di giochi dei quattro bimbi uccisi dal fuoco ha addosso gli stessi vestiti che portava quella notte. Una maglietta che è stata bianca, pantaloni colorati, al collo un cordino di cuoio con appeso un crocifisso. Capelli lunghi, orecchini, occhi neri. È scappata scalza per mano alla mamma prima che le fiamme avvolgessero il loro pezzo di baracca. Sabato ha dormito su una panca negli uffici della polizia, ora è sotto un ponte che attraversa l’ Arno all’ altezza del quartiere Cep di Pisa. Questa è la casa della famiglia Caldarar, quella di Maria, la sorella di tre vittime del rogo di Livorno. Sono poveri, ma aggiungeranno un materasso sotto l’ arcata di cemento: dove dormivano in dieci, ci sono tre persone in più. Viktor, con le scarpe rotte, la barba e il bastone, sua moglie Eva, e Carola Helena, la loro bambina di 8 anni, l’ unica scampata alle fiamme. Madre e figlia stanno sedute su un tappeto a cinque metri dal fiume. Eva racconta: «Dormivamo a sinistra, nel punto più lontano da dove è scoppiato l’ incendio. Quando ho capito, ho preso Carola e siamo corse via, sulla strada. Abbiamo perso tutto: vestiti, documenti, soldi». La bimba guarda e dondola la testa. «La tenevo stretta per il polso, così - e stringe forte -. Siamo andate verso la città. Con la prima persona che abbiamo incrociato non riuscivamo a spiegare cosa era successo». Poi finalmente un telefono: «Ho chiamato Damian e sono andata in stazione». Damian è l’ uomo che vive sotto i ponti di Pisa e tre volte la settimana fa la dialisi. Tira fuori un foglio dell’ azienda ospedaliera. C’ è scritto: uremia cronica, insufficienza renale terminale. L’ 8 febbraio lo hanno operato per unire vene e arterie dell’ avambraccio sinistro e confezionare una fistola. Ora si sente il sangue scorrere forte sotto la pelle, vicino a dove entrano gli aghi. Stando alla «terapia consigliata» deve prendere sette medicine al giorno. Poi c’ è la dieta: «Poco sale. Ridurre l’ apporto di proteine animali (50-60 grammi al dì)». A leggerlo da sotto questo ponte, con le arcate di cemento che fanno da armadio e dispensa e i letti sotto il livello dell’ ultima piena, sembra tutto uno scherzo. La terapia, la dieta. Lina, 9 anni, capisce che si parla di cibo e interviene: «Una volta abbiamo pescato un pesce nel fiume e lo abbiamo cucinato». Miha, 19 anni, indica una brace spenta per terra e spiega: «Qui mangiamo di tutto: supa, ova, pasta, carne, sarmale». Sarmale sono foglie di cavolo ripiene di riso e carne macinata. Non pare in linea con la prescrizione, ma dicono sia molto buono. Lina ha un problema agli occhi: non riesce a tenerli bene aperti quando c’ è il sole. È qui da maggio, non è mai stata visitata. Queste persone non hanno residenza, dunque non hanno tessera sanitaria né accesso alla mutua. Quando qualcuno sta proprio male alcuni cittadini pisani solidali vanno a farsi prescrivere le medicine. Per assurdo, prima di diventare europei, grazie alla tessera di Straniero temporaneamente presente che riceve chi ha il permesso di soggiorno, i romeni potevano curarsi di più. Dal primo gennaio a loro il permesso non serve più, ma la residenza è un sogno: «Senza un lavoro non te la danno. E senza residenza non si lavora» dicono i romeni di Pisa. Lo ripetono come un mantra i ragazzi del campo di Barbaricina, fra i maneggi di Pisa e San Rossore. Sette famiglie, 25 persone, tutte di Lipovu e Segarcela, vicino a Craiova. Laurentiu Patru tiene in braccio Francesco Bekar, nato a Pisa 2 mesi fa. «L’ anno scorso cercavo casa, ma nessuno te la dà se non sei residente. Ho perso anche il lavoro. Come vado avanti?». Suo cugino Florin, 25 anni, in Italia dal ’ 98, moglie e tre figli: «Non chiediamo soldi, ma una possibilità per vivere nel mondo. Per vivere ci vuole una camicia pulita e ti devi lavare. Come facciamo noi? Qui non c’ è acqua. Non c’ è assistenza. Scriva per favore che ci serve un bidone per la spazzatura, perché con tutti questi rifiuti noi ci ammaliamo. Nella nostra miseria pagheremmo qualche euro per il servizio dei rifiuti». Vivono in tende sparse per un campo, vicino a dove un mese e mezzo fa hanno preso fuoco le loro «capannine». Florin fa il carpentiere e quando aveva il contratto alla Armedil di Viareggio prendeva 700 euro al mese. Ma dopo due mesi il datore di lavoro ha detto che senza residenza non poteva tenerlo. Da allora le donne devono andare ai semafori e per lui è un’ umiliazione: «Siamo zingari, ma anche uomini. A nessuno piace vergognarsi di come vive». Anche Simona va ai semafori. Vive nel campo delle Bocchette, a due passi dalla passeggiata sul lungofiume più frequentata dai pisani. Insieme a Adrian, muratore, 39 anni e 5 figli, a Viorel, muratore, 38 anni e tre figli, e ad altre cinquanta persone. Quasi tutti lavorano. Quasi tutti sono in regola. Quasi tutti dicono: «Niente foto perché se sanno dove abito mi licenziano». Fra le canne ci sono case: pareti di legno, poltrone, cucine. Nell’ aria odore di carne, rumore di generatori e musica balcanica in onore di un vecchio arrivato oggi dalla Romania. È il campo non autorizzato più grande di Pisa e a settembre vogliono sgomberarlo. Simona sta qui in una tenda. Suo marito è in carcere dalla scorsa Pasqua, in attesa di un processo fissato per il 23 dicembre: altri romeni lo accusano di essere il responsabile dell’ incendio di un precedente campo. «Ma non è vero - lo difende lei - Lo dicono perché sperano di avere una casa». Adesso che è sola va ai semafori con la figlia, non sa a chi lasciarla. La polizia l’ ha già fermata quattro volte, perché Maria, la bimba, ha un anno e 8 mesi. Simona ha paura che gliela portino via ma deve chiedere la carità per mangiare: «Raccolgo 6 o 7 euro al giorno. Ma non ce la faccio più, qualcuno mi deve aiutare. L’ assistente sociale ha detto che se voglio mi pagano il biglietto per la Romania. Ma lì ho perso la casa nell’ alluvione di tre anni fa e mio marito è qui, in cella». Il problema dei rom è che sono pieni di problemi.