Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 12 Giovedì calendario

La chiamano Bolla. E come ogni bolla, obiettano gli analisti, deve scoppiare. Prima o poi. Ma non scoppia

La chiamano Bolla. E come ogni bolla, obiettano gli analisti, deve scoppiare. Prima o poi. Ma non scoppia. Sono più di sei anni che le lancette dei principali indici del Teheran Stock Exchange (Tse), il mercato azionario iraniano, puntano in alto, premiando chi ha avuto il coraggio di investire in quello che, col passare del tempo, appariva il più irragionevole degli investimenti. La perfomance del Tse suona come un paradosso. Che segue una "regola" paradossale: più l’economia nazionale affonda sotto i colpi delle sanzioni internazionali, più il Tepix, l’indice benchmark del Tse, sale in alto. Poco importa se l’inflazione abbia superato il 20%, la disoccupazione dilaghi, le esportazioni petrolifere – da cui il governo ricava quasi il 90% dell’export nazionale in valore - si siano più che dimezzate. Per non parlare del crollo verticale della valuta nazionale, il Rial. Quale mercato azionario non affonderebbe sotto una simile zavorra? Non il Tse. Da quasi tre anni l’indice segna un record dopo l’altro. L’ultimo è stata raggiunto questo mese, quota 37.887 punti (ieri era sopra 34.400). Un rialzo pari al 44% per cento negli ultimi 4 mesi... Negli ultimi quattro anni il rialzo è stato del 340 per cento. Quanto alla capitalizzazione, dal 2006, è quasi triplicata, arrivando 120 miliardi di dollari. Un bel salto rispetto al 1965, quando prese il via la Borsa. Erano i tempi dello scia Mohammad Reza Pahlavi, il suo il grande progetto di industrializzazione del Paese era partito da poco. Oggi l’Iran è sempre più isolato. Il suo controverso programma nucleare ha spinto la comunità internazionale a inasprire le sanzioni. Israele non esclude un intervento militare se Teheran dovesse superare la linea di non ritorno nel processo di costruzione di un ordigno nucleare. L’Iran è considerato uno stato paria dalla finanza internazionale. Il Tse, con le sue 340 società quotate, è divenuto un mercato sempre più precluso agli investitori stranieri (soprattutto occidentali). Dietro la sua corsa ci sono ragioni oscure – e sono le più decisive - ma anche qualche fattore spiegabile in modo più razionale. Se le sanzioni internazionali stanno impoverendo gli iraniani, per alcune aziende locali si sono rivelate una panacea. Le società a partecipazione statale specializzate nella fornitura di prodotti e servizi destinati ai consumi interni stanno infatti beneficando dell’embargo. Come Mobarakeh Steel Co., che produce acciaio da un minerale estratto nel centro dell’Iran, o Bandar Abbas Oil Refining Co, che trasforma il greggio dell’Iran in carburante per gli automobilisti di Teheran. O come Cahradomalu , il cui titolo da ottobre a dicembre 2012 ha guadagnato il 67 per cento. Il crollo della valuta nazionale, poi, sta beneficiando alcune compagnie quotate che altrimenti sarebbero meno competitive delle concorrenti internazionali. Importare merci straniere, anche quelle consentite, è divenuto troppo oneroso. Le aziende iraniane stanno dunque rivolgendosi al mercato interno. Senza contare che le sanzioni, soprattutto quelle che colpiscono il settore bancario iraniano, hanno reso molto difficile, virtualmente impossibile, ai businessman iraniani di investire il loro denaro all’estero. Queste i fattori più evidenti. Difficile, invece, conoscere i meccanismi artificiali a cui il regime degli ayatollah per sostenere il Tse. «I vertici dei Guardiani della rivoluzione (una costola del regime, ndr) - spiega da Tel Aviv Meir Javendafar, ebreo di origine iraniana e direttore del Meepas, società di consulenza e analisi sul Medio Oriente - hanno acquistato massicce partecipazioni in compagnie statali privatizzate. Mantengono i prezzi alti, spesso grazie a grandi prestiti dal settore pubblico. Un meccanismo artificiale con il benestare del regime, che vuole tenerseli buoni». Ancora più critica l’analisi dell’l’iraniano Mehrdad Emadi, consigliere economico per l’Unione europea: «Ovviamente si tratta di una bolla – aevava dichiarato già due anni fa - ma una bolla creata dallo Stato anziché indotta dal mercato». Il crollo è «inevitabile» e risulterà in un disastro finanziario peggiore di quello che ha colpito la Russia nel 1998 e l’Argentina nel 2001. Con gravi conseguenze sulla stabilità politica e sociale. Ribattono altri osservatori occidentali. Ma il Tse continua la sua corsa. È una bolla, pochi ne dubitano, ma particolarmente resistente. Che sfida la logica.