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 2014  maggio 10 Sabato calendario

SONO IL MINISTRO DELLA DIFESA, NON DELLA GUERRA


[Roberta Pinotti]

Boiseries, salottino austero e poltroncine in cuoio, carabinieri che scattano sull’attenti. Nell’ufficio dove i vertici delle Forze Armate discutono di sicurezza, armamenti, missioni all’estero irrompe con una camicetta di seta lilla e una lieve fragranza floreale Roberta Pinotti. La prima donna ministro della Difesa della storia d’Italia ci dà appuntamento a Palazzo Baracchini per un’intervista esclusiva, concessa a Io donna a dieci settimane dal suo insediamento. Runner appassionata, Roberta Pinotti corre anche in politica: da parlamentare a presidente della Commissione Difesa, poi sottosegretario con Letta e ministro con Renzi. Un caffè in piedi e poi via, «Cominciamo!».
Lei è la prima donna ministro della Difesa: come intende distinguersi dai colleghi che l’hanno preceduta?
Sulle Forze Armate, così come su ogni altro argomento, vorrei non si ragionasse per stereotipi: non c’è un approccio “maschile” o “femminile” ai problemi della Difesa, c’è un modo diverso di affrontarli che cambia da ministro a ministro. Semmai se c’è una mia specificità, che penso discendere dal mio essere donna e che mi riconoscono altri, è di mettere in primo piano le persone: quando incontro uomini e donne in divisa, in Italia o nelle missioni all’estero, mi fermo con loro a parlare per capire come stanno vivendo quell’esperienza e per comunicare, di persona, che ciò che stanno facendo è importante per il Paese. Questo è anche il mio modo di rapportarmi con la gente: a Sampierdarena, il quartiere operaio di Genova dove vivo, mi fermo spesso a discutere con i cittadini. A loro spiego che per il benessere nazionale la Difesa è fondamentale, quanto la Sanità o la Scuola.
Ecco, appunto: di quali Forze Armate ha bisogno, o avrà bisogno, l’Italia?
Il concetto stesso di “Difesa” è cambiato in questi anni: non incombono più ipotetiche invasioni dalle Alpi, oggi la frontiera è il Mediterraneo, dove le Primavere arabe e la Siria costituiscono focolai di instabilità. In questo scenario strategico potremmo svolgere ruoli cruciali, come aiutare a formare le Forze armate libiche. È lì che bisogna intervenire se vogliamo controllare i flussi migratori verso le nostre coste. Altre minacce vengono dal terrorismo internazionale e dai conflitti regionali come quello ucraino, che potrebbero propagarsi. Situazioni che vanno fronteggiate nel quadro delle alleanze di cui siamo parte: Nato, Onu, Europa.
Oltre alla moneta unica, l’Ue dovrebbe perciò avere un esercito comune?
Non è certo il fiscal compact che può scaldare il cuore a italiani, francesi o greci: per trasformarli in cittadini d’Europa bisognerà mettere in atto politiche comuni in tema di energia, immigrazione, difesa. Il nostro Paese farà il primo passo a luglio, con il semestre di presidenza italiana dell’Ue: proporremo a Francia e Germania di formare assetti operativi comuni. Ne ho parlato con la collega tedesca Ursula von der Leyen e con il francese Jean-Yves Le Drian e potremmo cominciare dal trasporto aereo, visto che l’Europa non ha mezzi per aviotrasportare truppe. Esistono già, invece, una brigata congiunta italo-francese e, dallo scorso 15 aprile, un battle group composto da Italia, nazione leader, Ungheria, Austria, Slovenia e Croazia: predisponiamo forze militari e mezzi per essere pronti a intervenire in aree di crisi, come proprio l’Europa ha deciso di fare in Centrafrica.
Come andrà riorganizzata la Difesa?
Una task force di esperti ridisegnerà in un Libro Bianco le Forze Armate dei prossimi 20-30 anni. In una prima fase, che culminerà in un seminario il 5 e 6 giugno, verranno analizzati gli scenari internazionali, poi definiremo linee generali e obiettivi. Quali sono le minacce dalle quali l’Italia dovrà difendersi, quali situazioni dovremo fronteggiare, di quali armamenti avremo bisogno: partiamo dalle domande, non dalle risposte. Polemizzare “al buio” sulla scelta di avere le portaerei o i caccia non ha senso: dobbiamo capire che tipo di Esercito, di Marina e di Aeronautica serviranno, e lo chiederemo non solo ai generali, ma anche agli esperti di strategia militare e di politica estera, ai nostri alleati in Europa, alla Nato. Sulla base delle linee-guida elaborate nel Libro Bianco entro fine anno sapremo se ci servono navi o aerei, meno alpini o più paracadutisti. E infine sarà il Parlamento a discuterne e a indirizzare.
La crisi però impone tagli...
Anche alla Difesa, certo. Entro il 2024 passeremo da 190 mila militari a 150 mila, il personale civile da 30 a 20 mila: un taglio di 50 mila unità. Dismetteremo 385 siti militari sovradimensionati, liberando edifici e aree urbane. Per essere più efficienti, aumenteremo i servizi interforze: non ha senso che ogni forza armata abbia la propria scuola di lingue!
Reazioni alla sua nomina a ministro?
Tra militari e politici non ho percepito stupore, anzi: da parte di molti c’era attesa. Mi hanno fatto piacere i complimenti di numerosi esponenti del centrodestra, politicamente lontanissimi da me.
Mezzo governo è rosa. Quattro donne presidenti di aziende pubbliche. Un traguardo o un punto di partenza?
È un segno importante. Matteo Renzi alla Leopolda non ha inserito le donne tra le 4 priorità per rilanciare il Paese. Non lo ha fatto perché lo dava per scontato. E in quell’occasione gli ho ribadito: “Se vuoi cambiare l’Italia, devi liberare spazi di potere per le donne” gli dissi. Questo passo lo ha fatto: molto più importante di fare convegni sulle pari opportunità è praticarle.
Come ha spiegato alle sue figlie l’impegno di ministro che ha assunto?
Con una figlia di 21 anni e un’altra adolescente di 13, non è facile stare lontano da casa. Temevo che un giorno mi avrebbero rinfacciato di aver dedicato più tempo alla collettività che a loro. Questo senso di colpa me l’hanno risparmiato. E di questa loro intelligenza sono orgogliosissima.
Sugli F35 il Paese aspetta risposte...
Siamo attenti al dibattito nel Paese, e abbiamo già ridotto di 400 milioni le spese per le armi. Degli F35 si parla dal 1998, aspettiamo il Libro Bianco per arrivare a una decisione ragionata.
Le rinfacciano di esser stata pacifista.
Non lo rinnego, anzi lo rivendico. Per la Costituzione le Forze Armate sono uno strumento di protezione del Paese, non di aggressione. E io sono il ministro della Difesa, non della Guerra.