Simone Filippetti eFabio Pavesi, Il Sole 24 Ore 10/5/2014, 10 maggio 2014
DA TELECOM AD ACQUA BLU: ASCESA E CADUTA DEI MAGNONI
C’è un giorno cruciale nella storia della famiglia Magnoni, tre fratelli banchieri-finanzieri. Il 21 maggio del 1999. Un venerdì (perché come insegna la finanza, le grandi operazione si fanno nei fine settimana al riparo di Borsa e sguardi). In Piazzetta del Carmine, in pieno centro a Milano, Roberto Colaninno, l’uomo che gestiva l’Olivetti di Carlo De Benedetti, incontra Ruggero Magnoni, allora plenipotenziario della (poi fallita) Lehman Brothers, la banca d’affari che ha fatto esplodere la più grande bolla finanziaria dell’ultimo secolo. Quel venerdì si stava per chiudere la «madre di tutte le Opa», l’impensabile scalata a Telecom Italia, la più strategica azienda del paese, fresca di privatizzazione. L’Opa di Colaninno porterà la Razza Padana a prendere il comando del colosso telefonico. Ma dietro i nuovi capitalisti, benedetti dall’allora premier Massimo D’Alema, c’era l’eminenza grigia dei Magnoni. Era stato proprio Ruggero, l’anno prima, a prospettare il progetto di una scalata su Telecom a Colaninno. Ruggero è la mente, suo fratello Aldo ci mette (una parte) dei capitali: è lui l’ideatore dell’Oak Fund, un fondo off-shore delle Isole Cayman da 230 milioni di euro che fa da collettore ai vari protagonisti della scalata.
Figli d’arte, il padre Giuliano è il consuocero del controverso finanziere Michele Sindona, i tre fratelli Ruggero, Giorgio e Aldo navigano da anni nel mondo della finanza.
Sul finire degli anni ’90, Ruggero è l’italiano più importante a Londra e l’unico banchiere che può vantare rapporti personali e diretti con De Benedetti e allo stesso tempo con Silvio Berlusconi. Ma di acqua ne è passata sotto i ponti da allora. Scomparsa Lehman, i Magnoni mettono le mani sulla Sopaf, storica finanziaria di Jody Vender (celebre per la scalata alla Superga e per i gossip su Alba Parietti) e ne fanno la loro cassaforte quotata, in mano a Giorgio. Ieri il triste epilogo giudiziario. Ma il sipario sulla parabola finanziaria era già calato da tempo.
Nell’autunno di due anni fa, la Sopaf aveva alzato bandiera bianca: liquidazione, sotto i peso di 100 milioni di debiti e cassa per soli 1,7 milioni. Fine della corsa. A far precipitare gli eventi era stato il precedente fallimento di Banca Network, l’ex rete di promotori della Bpl di Gianpiero Fiorani, salvata da Sopaf. La banca costò tra perdite cumulate e costi d’acquisizione ben 135 milioni. Il crack viene da lontano: quando Sopaf si arrende, Acqua Blu srl, l’holding che controllava Sopaf, era a sua volta in liquidazione: da anni cumulava perdite e nel 2011 era arrivata al collasso.
Sopaf si lascia alle spalle un buco da cento milioni (70 verso le banche, 30 verso gli obbligazionisti). Ma ieri ai Magnoni sono stati sequestrati 100 milioni, che sarebbero frutto di bancarotta. Come dire: i soldi per ripianare il buco non c’erano, ma per i magistrati i Magnoni si sarebbero arricchiti sottraendoli a Sopaf.
Simone Filippetti eFabio Pavesi, Il Sole 24 Ore 10/5/2014