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 2014  maggio 10 Sabato calendario

SCHELOTTO RINATO

Dio e twitter, calcio e cibo, dribbling e denaro, depressione e rinascita. Ezequiel Schelotto è tutto questo. E anche di più. Lo chiamano el Galgo , il Levriero. Corre veloce. Prima lo faceva per fuggire da se stesso, per scappare il più lontano possibile, per non essere quello che era diventato, un ragazzo dalla vita spericolata. Adesso no, adesso quelle sue gambe da mezzofondista le mette a disposizione degli altri, della squadra, del Parma. E il percorso, dalla versione A alla versione B, lui la chiama «resurrezione». Il tono, forse, è un po’ enfatico, ma ci sta perché, a guardarlo bene, nelle pieghe di questo volto da Cristo sofferente, ci sono le infelicità di ieri, mica soltanto le allegrie di oggi. Il Levriero ha avuto la forza di cambiare strada senza mai smettere di correre e ora, davanti a lui, c’è un traguardo che si chiama Europa League. Schelotto ci crede, il Parma pure: la verità passa dalla sfida di domani contro il Torino.
A che cosa si deve la sua rinascita?
«Alla pazienza. E a Donadoni. Quando sono arrivato a Parma mi ha detto: “Se vuoi tornare quello di prima, devi lavorare. So che ce la puoi fare, dipende da te”. Parole che mi hanno dato serenità».
Del Torino chi teme?
«Facile dire Immobile e Cerci. Ma la verità è che la squadra di Ventura è molto unita, un gruppo solido».
Il punto di forza del Parma?
«L’allenatore. In questa settimana, che in fondo è una lunga vigilia, Donadoni ci parla di quando era al Milan, di come preparavano loro le grandi partite, e questo ci aiuta tantissimo. E poi ripete sempre: ricordatevi che al Milan tutti correvano per tutti. Anche Van Basten... Questo sì che è un insegnamento!».
Se il Parma arriva in Europa che fa?
«Organizzo una grigliata a casa mia con tutti i compagni e poi mi faccio un tatuaggio».
Lei è un calciatore-chef?
«Cucinare è una passione che ho ereditato da mia mamma. Lei doveva mettere a tavola mio padre e sette figli. Io seguivo le sue mosse ai fornelli e così ho imparato. Adesso mia moglie in cucina non può entrare: quello è il mio regno».
Dal basso all’alto: dopo il cibo, la fede. Perché guarda in cielo dopo ogni gol?
«E’ un modo per ringraziare e per ricordare chi non c’è più. La fede mi ha salvato».
In che senso?
«Ho passato un brutto momento, un paio di anni fa. Vivevo al limite, sempre fuori alla sera, notti in discoteca, nei bar, brutta gente che mi girava attorno, ubriachi, spacciatori... Non mi riconoscevo più. Sono rinato grazie alla fede e all’aiuto della mia famiglia. E adesso, a fine maggio, mi sposo con Gisela. La vita è incredibile: un cambiamento simile non l’avrei mai immaginato».
Innamorato, felice, ricco: a volte pensa ai suoi coetanei che non sanno come sbarcare il lunario?
«Ci penso spesso. Quando c’è stata la grande crisi in Argentina, nel 2001, mio padre ha perso il lavoro, non si sapeva come tirare avanti. Conosco le difficoltà, vedevo le persone che non avevano soldi e per mangiare andavano a rubare nei supermercati. Per questo adesso cerco di dare una mano. Nel quartiere di Guernica, a Buenos Aires, presto aprirò una fondazione per aiutare i bambini poveri. E per il mio matrimonio non voglio regali: gli invitati raccoglieranno soldi che destinerò in beneficenza».
Sul corpo si è tatuato la frase «Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima». Come mai?
«L’ho imparata guardando “Invictus”, il film su Nelson Mandela. Quelle parole, scritte sulla mia pelle, raccontano più di ogni gesto, più di ogni azione, più di ogni dribbling chi sono e che cosa desidero».