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 2014  maggio 10 Sabato calendario

VITA DA MANIACO INSOSPETTABILE

«Non mi volevano. Le donne non mi hanno voluto nemmeno quand’ero ragazzo. Con loro non ho mai avuto fortuna». Riccardo Viti parla di un passato lontano. «Quand’ero ragazzo», dice. Cioè quando aveva vent’anni. E adesso ne ha cinquantacinque. Torna indietro a un giorno preciso: «Ricordo che mentre facevo il militare ho sfogliato un fumetto e ho visto l’immagine di una donna seviziata con un bastone. È nata da lì la mia passione per i giochi erotici sadici e siccome nessuna mi considerava ho cominciato a frequentare le prostitute e a soddisfare i miei istinti con loro perché a loro potevo chiedere di fare tutto quello che mi piaceva...».
L’interrogatorio è in questura. Lo stupratore di prostitute, l’uomo che ha violentato e lasciato a morire Andreea Cristina sotto un cavalcavia, il maniaco al quale decine di uomini hanno dato la caccia per cinque giorni adesso è lì, davanti il pubblico ministero Paolo Canessa, al capo della squadra mobile Lorenzo Bucossi e al maggiore del nucleo investigativo dei carabinieri Carmine Rosciano. Ha l’aria dimessa ed è lucido abbastanza per capire che sarà vecchio, molto vecchio, quando uscirà dalla prigione.
«Ho fatto una bischerata» aveva detto a sua madre e suo padre quando all’alba avevano bussato alla sua porta, una casa popolare alla periferia nord-ovest della città. Vive lì (in un appartamento comunicante con quello dei suoi genitori) da quando si è sposato, nel 2005, con una ucraina, madre di un ragazzo nato da un matrimonio precedente. Lei e suo figlio non sono in Italia da molti giorni e non c’erano nemmeno domenica sera quando, per l’ennesima volta lui è uscito alla ricerca della ragazza di turno.
Viti spiega che «come sempre non l’ho scelta con criteri precisi, semplicemente andavo con la prima che accettava la mia offerta». Andreea Cristina Zamfir, 26 anni, gli ha detto sì per 30 euro. «Siamo andati sotto il cavalcavia e le ho proposto quello che proponevo a tutte: di legarla e lasciarmi fare il mio gioco erotico». Il copione dei suoi incontri («di solito una o due volte alla settimana») è sempre lo stesso: si accorda per un prezzo base, le porta in luoghi isolati (spesso gli stessi), chiede che si spoglino mentre sono ancora in macchina e poi propone il suo «gioco sadico», a volte alzando il prezzo. La sua versione: «Loro scendevano dall’auto, io le legavo e cominciavamo. Se tutto andava bene poi le slegavo e le riportavo indietro, se cominciavano a urlare o scalciare o si rifiutavano, io scappavo via e poi buttavo i vestiti e le borsette strada facendo». Che scappasse via è vero ma alcune delle sue vittime raccontano che «continuava anche se io lo imploravo di smettere». Le sevizie, le urla, facevano parte di quello che lui chiama «gioco».
Anche se l’arresto è per l’episodio più tragico, l’unico finito con la morte della ragazza, gli investigatori sono certi di potergli attribuire almeno una decina di casi, e siamo soltanto all’inizio delle indagini. Perché di ragazze che «cominciavano a urlare o scalciavano o si rifiutavano» ce ne sono diverse, tutte riuscite in qualche modo a liberarsi dopo la fuga di lui, e tutte testimoni della brutalità di quell’uomo che fino a ieri mattina non aveva un nome.
Riccardo Viti di mestiere fa l’idraulico e nel suo quartiere è conosciuto perché fa il giudice di karatè per i ragazzini, disciplina di cui lui è cintura nera. Un’arte marziale richiede un certo grado di autocontrollo, di equilibrio. Lui sembrava averne più del necessario, era «un uomo mite» nel racconto di chi l’ha conosciuto fino a ieri mattina. La sua attività negli ultimi anni non rendeva quasi nulla e lui si e era ritrovato a vivere con i soldi di sua moglie, che lavora in una ditta di pulizie. Nessun guadagno, quindi pochi, pochissimi soldi anche per le prostitute. «Una volta pagavo anche 150 euro, negli ultimi tempi sono sceso a 30» racconta lui. Si spiega così la ricerca delle ragazze più disperate, spesso quelle costrette a prostituirsi per procurarsi la droga. Con il passare degli anni la «passione per il sadismo» si è spinta sempre un po’ più in là. «Mi sono accorto subito l’altra sera che sono andato oltre... ho avuto paura e sono stato egoista, ho pensato soltanto a me e sono scappato via. Credevo che si sarebbe liberata, come le altre. E invece il giorno dopo ho saputo dalla televisione che era morta. Ci ho pensato in continuazione... non volevo che finisse così».
Nel fascicolo dell’inchiesta ci sono i fotogrammi del Fiat Doblò (di suo padre) che lui ha usato per caricare le ragazze. Sono immagini recuperate dalle telecamere nella zona della città più battuta dalle prostitute. La sera del 4 si vede quell’auto passare alle 23.49. Chi guida — cioè lui — indossa qualcosa di rosso. Accanto si intuisce la sagoma di una seconda persona che porta una camicia o una giacca bianca. Adesso sappiamo che era lei, Andreea Cristina. E che stava andando incontro alla morte.