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 2014  maggio 10 Sabato calendario

ISABELLA FERRARI, LEZIONI DI BELLEZZA

«Ho capito di essere bella molto presto, forse troppo. I ragazzini in classe mi sfottevano. Ero presa di mira.
Nel tragitto dalla parrocchia a scuola ero quella che a Natale si prendeva più palle di neve in testa, a carnevale le manganellate. Il maestro di disegno mi fotografava durante la ricreazione. A quattordici anni ero già una miss...
Sì, l’ho capito molto presto, grazie anche alla
prepotenza di altri, degli uomini».
Isabella Ferrari ha appena compiuto cinquant’anni. «La bellezza nella vita mi ha regalato vantaggi e dolori. Ho imparato a conviverci ed è stata il punto di partenza per cercarne altra, fuori da me. Nei paesaggi contadini in cui sono cresciuta e in quelli metropolitani che mi hanno accolta. Nell’arte, nella verità, nella semplicità. La bellezza fisica oggi è una maschera che indosso quando serve e che posso togliere sapendo di non esserne schiava».
Come di rado è successo nello spettacolo italiano, la ragazza di Ponte dell’Olio nata Isabella Fogliazza, ha saputo costruire una carriera lunga trentacinque anni, costellata da successi di cassetta, cinema d’autore e momenti d’oblio. E ha tirato su tre figli: Teresa, Nina e Giovanni.
Isabella Ferrari è stata una ragazza di campagna. «Il primo ricordo che ho della bellezza è legato a mia madre. Mi piaceva osservarla mentre si preparava per andare in paese. Il vestito stirato, il trucco. Era un paese molto piccolo, Grottarello, in provincia di Piacenza. La mia storia comincia dalla campagna assoluta, due case e il nulla. Se c’era la neve non si andava a scuola. Di quel periodo — racconta — ricordo gli abbracci di mia madre, il calore delle mani di mio padre. Andavamo in paese, la domenica mattina, a messa». Allora, il guardaroba era un rito scandito dalle stagioni. «Mia madre sceglieva gli abiti per me, mia sorella, mio fratello. Si andava a comprarli due volte l’anno, in primavera e in autunno. Era una gioia, tornare dal mare e comprare il primo paio di stivali». I tempi cambiano, e i rapporti si capovolgono. «Con le mie figlie non ho mai messo bocca
sui vestiti, nemmeno quando erano piccole. Hanno sempre avuto idee precise, grande sicurezza. Oggi però sono sempre lì a esplorare i miei armadi, come fossero la grotta dei tesori». Isabella Fogliazza è fuggita dalla campagna presto, ma se l’è portata dietro. «I sabati pomeriggio di maggio, le giornate lunghe piene di luce, le passeggiate in paese le risate in parrocchia. In città è stato subito lavoro duro. Sono una cittadina metropolitana da trent’anni, ma appena posso fuggo a Pantelleria, uno posto sperduto, il luogo dell’anima. C’è il mare, passo il tempo ad osservarlo, mentre cambia insieme alla luce».
Anche la consapevolezza che la bellezza è potere è arrivata presto. «A quindici anni ho iniziato a macinare provini. Sono stata eletta Miss Teenager, ho inciso un disco con una casa discografica grande come la Wea, non certo per la voce, e Carlo Vanzina mi ha scelto per Sapore di mare, non certo per il curriculum. Ho capito che il mio aspetto era un ottimo passaporto per il lavoro».
A volte un viso levigato si è rivelato d’ostacolo.
«Quando ho fatto il mio film con Scola, Romanzo di un giovane povero , il regista mi disse: “tu sembri sempre uscita da una copertina di Vogue, non sei fatta per questo cinema, dovevi nascere in un’altra epoca, lavorare con Visconti”. Non è andata così. Ma la bellezza non mi ha portato via niente, credo». Le icone di stile nell’infanzia non venivano dal cinema. «Mia madre comprava le riviste che in copertina avevano Grace di Monaco e poi Carolina, erano loro, le dee. Anch’io subivo il fascino del Principato. Oggi ammiro divi dall’avvenenza oggettiva e dalla testa pensante: Jolie, Clooney, Pitt. La bellezza fa bene al cinema, se dietro c’è il talento». Molte attrici statuarie, da Nicole Kidman a Charlize Theron, per vincere l’Oscar hanno dovuto imbruttirsi, «lo farei anch’io, anzi lo strafarei. Difficile che un regista riesca a pensarlo, però. Eppure la trasformazione è la dimensione in cui recito meglio. Se mi sento Isabella Ferrari mi ritrovo in una prigione. Ho bisogno del costume, dei capelli, di fare costruzione, e teatro ci riesco».
Se deve pensare a uno stile, a un’epoca, non ha dubbi. «Gli anni Settanta, i colori, i pantaloni a zampa d’elefante, i bracciali gli anelli, gli smalti. Ho appena realizzato questo sogno nel film di mio marito Renato de Maria, La vita oscena , interpreto una madre hippie». Il gusto nel vestire è un linguaggio che ha imparato con il tempo. «Apparire è una grande fatica. Ora ci penso più di prima, ci tengo al giudizio, quando faccio un tappeto rosso. E capisco quando non va bene, a volte succede. Ma è comunque lavoro. Nella vita vera sono anche trasandata, mi piace stare comoda. Tutto il giorno appresso ai ragazzi, a scuola, a calcio, non posso mettermi sui tacchi».
A cinquant’anni appena compiuti il rapporto con il corpo è buono. «Ho sempre amato chiome fluenti, che non ho mai avuto. Mi piacciono gli occhi. Faccio ginnastica, e ogni tanto penso alla terza età. Vedo in giro cose mostruose, anche se non giudico nessuno. Spero di tenermi le rughe e invecchiare serena». Nell’album dei ricordi c’è il più bel complimento, arrivato da Sean Penn, durante una cena, vent’anni fa: «Gli mostravo la luna e lui disse “posso vederla riflessa nei tuoi occhi”. Il peggiore, un ragazzo a Los Angeles, ”mi piaci ma potresti cambiare profumo?”». Ma il momento in cui si è sentita più bella è stato «durante le mie passeggiate di quattro ore a Engadina, ero incinta di otto mesi e mi sentivo la padrona del mondo».
Il mondo lo ha girato in lungo e in largo, alla ricerca della bellezza. «Ho dipinto per molti anni, osavo molto, amavo i colori. Poi sono diventata un’accanita frequentatrice di mostre e musei di ogni latitudine. Passione che ho trasmesso ai miei figli. Una fa delle fotografie bellissime di mazzi di fiori». La bellezza dell’arte le ha regalato le emozioni più forti: «Sul set di La grande bellezza il momento migliore è stata la scena della passeggiata con Toni Servillo in una piazza Navona deserta. Abbiamo fatto l’alba, è stato un regalo, ma mi sono anche sentita sopraffatta, in condizioni di inferiorità. Davanti a Caravaggio, a San Luigi dei Francesi, andò peggio. Mi sentii male, mi ritrovai semi svenuta. Capii solo dopo che era stata la sindrome di Stendhal».