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 2014  maggio 10 Sabato calendario

«VADO A LUCCIOLE PER RIVALSA»

Non ha versato una lacrima, sette ore di interrogatorio e ha rifiutato anche il caffè. «Mi dispiace tanto per i miei genitori» è stato uno dei suoi primi pensieri. «E per quella ragazza no?» lo ha incalzato il capo della squadra omicidi, Alessandro Ausenda. Riccardo Viti ha incollato lo sguardo a terra, nemmeno una piega nella voce: «Sì, mi dispiace ». Sono tutte le parole che è riuscito a trovare per Andreea Cristina Zamfir, la donna lasciata morire di sevizie, nuda, a una sbarra sotto un viadotto di Ugnano, con le braccia larghe, in croce e i polsi legati da un nastro isolante. «Non volevo ammazzare, mi piace il gioco sadico» ha tentato di spiegare seduto in un ufficio della questura di Firenze, davanti al pm Paolo Canessa. «Quando ho capito che le ho fatto male sono scappato, mi sono spinto troppo oltre... Pensavo che l’avrebbero trovata viva... ho fatto una cazzata». Altre volte era fuggito nella notte coi vestiti in macchina delle donne che aveva costretto a spogliarsi dentro il suo Doblò grigio, dallo stesso viadotto sotto l’autostrada del Sole o da un prato, verso Calenzano, lasciandosi alle spalle prostitute nude, legate, seviziate, ferite: «Ero tranquillo se loro non reagivano, quando urlavano mi spaventavo e andavo via...». Non è preciso sulle date e sui posti, ha confessato quattro violenze, ma è sospettato per almeno una decina: «Ho cominciato a frequentare le prostitute che ero un ragazzo, leggevo fumetti pornografici, anche quelli giapponesi, i manga per esempio... Le altre donne mi hanno sempre rifiutato » ha raccontato con quella sua aria da resa senza condizioni, come dovesse portare una giustificazione a scuola. Occhi chiari, doppio mento, un fisico sovrappeso. Diploma di ragioniere, la passione per il karate (è giudice arbitro e oggi avrebbe dovuto dirigere un incontro), una fissazione per la musica - ascolta solo le colonne sonore dei film - e per la Seconda guerra mondiale. A chi gli chiede come mai quell’interesse per la storia, lui risponde: «Così ho qualcosa di cui parlare».
In via Locchi, dove abita, lo vedono spesso con la mamma al supermercato riempire il carrello di caramelle e dolciumi. «Un bamboccione», dicono i vicini che non riescono a credere che Riccardo possa essere il maniaco di Ugnano. È quello introverso, timido, un po’ ruvido, ma gentile, che si offre magari di portare su la spesa ai pensionati. Uno che non trova un lavoro suo e va ad aiutare il padre che fa l’idraulico e ogni tanto poi qualcuno lo chiama per aggiustare un tubo rotto, cambiare un sifone. Prova anche ad aprire un piccolo negozio, però gli affari non girano e lo chiude. «Egoisticamente mi dispiace, ho rovinato la mia famiglia» fa mettere a verbale. Non pensa alla moglie, una ucraina che lavora dal mattino alla sera in un cooperativa di pulizie per l’ospedale di Careggi e che ha sposato nel 2005: pensa a sua madre e a suo padre. Del resto quel cordone ombelicale non lo ha mai reciso, abita in una casa che è comunicante con quella dei genitori. Via Locchi è Firenze Rifredi, periferia nord ovest di palazzoni e grandi strade. Lo conoscono tutti, è cresciuto nel quartiere, ha frequentato la Fgci, poi la storica Casa del popolo delle Tre Pietre. Una volta va in gita nella Germania dell’Est e quando torna racconta entusiasta di donne e conquiste favolose. Fantasie, scopriranno gli amici, quegli “amori” avevano gli stessi nomi delle eroine dei fumetti che leggeva. Il rapporto con le donne è la sua ossessione, ma anche la sua solitudine. Dalla sua casa parte, quasi sempre di notte, con il Doblò, destinazione Parco delle Cascine, Novoli, stazioni di periferia, i luoghi in cui sa di incontrare prostitute. È senza cellulare: «non mi serve», o forse non vuole lasciare tracce. «La mia donna va a letto presto, io in casa da solo non ci so stare. Così esco e divento pericoloso, mi faccio prendere la mano». Questi incontri sono una specie di «rivalsa» per Riccardo. «Andare a puttane» per lui è sempre stata un’abitudine, anche dopo che si è sposato. Racconta che fa l’amore con quelle che gli piacciono, «le altre le lego» e le sevizia con un bastone. Ne hanno trovati alcuni nel suo garage, ritagliati con precisione dai manici di scopa. Il sadomaso è una deriva dai quarant’anni in poi: «Mi piace vederle soffrire». La trattativa con le prostitute (sempre diverse in modo da non farsi troppo notare) diventa una specialità: «All’inizio offrivo anche 150 euro, ma adesso non posso, non ho lavoro e devo risparmiare. A Cristina avevo promesso 30 euro». Tono piatto, normale, senza emozione. Ma la normalità è piena di crepe. È il suo capolinea, lo capisce subito, appena si siede davanti al pm, alza gli occhi verso gli investigatori della squadra mobile e dice: «Sono finito, non mi salva più nessuno».